Biondologia di Romina Falconi canta gli stati emozionali con la penna dello psicopop, la recensione

Il disco arriva dopo tre anni e mezzo di gestazione, il risultato è una messa a nudo per offrire a chi ascolta una propria valvola di sfogo

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Riempirsi la testa con le dodici tracce di “Biondologia” di Romina Falconi, come la stessa cantautrice racconta, è un po’ come una seduta dall’analista: guardarsi negli occhi e raccontare, o raccontarsi, attraverso le tortuose tappe dello scibile e della psiche umana. Lo ha voluto fare intenzionalmente, Romina, quando al suo produttore Francesco Catitti ha chiesto un percorso sfaccettato e assortito: dodici canzoni, dodici suoni, dodici stili diversi. Non importa se il filo conduttore è il pop elettronico, del resto probabilmente lo avrebbe scelto anche uno stanco e vetusto Jimi Hendrix.

Romina voleva mettersi a nudo e dare una voce a chiunque ascoltasse questo disco, che ha richiesto tre anni e mezzo di gestazione – l’ultimo disco in studio, “Certi sogni si fanno attraverso un filo d’odio”, è del 2014 – e un intenso studio che le ha fatto esplorare nuova musica e letture di psicologia. Per questo “Biondologia” di Romina Falconi è un cammino dantesco attraverso il complesso dell’abbandono, il complesso di colpa, il complesso di inferiorità, la dipendenza emotiva, lo status passivo-aggressivo e tanti altri aspetti della mappa emozionale della mente e del vissuto.

Parallelamente alle scelte tematiche, Romina e il suo produttore hanno asperso il nuovo disco di diversi stili, partendo dalla dance di Vuoi l’amante e passando per il rock di Sex tape, fino al pop anni ’80 di Ringrazia che sono una signora e all’industrial-dark di LATTE+Poesia nera. “Biondologia” di Romina Falconi è un disco senza ballad: piuttosto troviamo una danza in Tienimi ancora, ma in questo excursus nella mente di Romina non c’è spazio per accendini ondeggianti allo stadio.

Il batterista Gary Novak e il bassista Reggie Hamilton sono i musicisti eccellenti di questo disco. Il primo ha collaborato con Alanis Morissette, Tiziano Ferro ed Eros Ramazzotti – di cui Francesco Catitti è produttore – mentre il secondo, oltre agli artisti citati per Novak, ha suonato anche per Whitney Houston, Mariah Carey e Christina Aguilera.

Siamo sotto la pioggia in una location in chiaroscuro, o forse in una mansarda consumata dalla polvere, dal tempo e dalle ragnatele, mentre ascoltiamo Poesia nera, l’opening track, che ci introduce nei meandri cerebrali con un’apertura di pianoforte. Poche parole ma tanti significati: «La bimba che ero un tempo distrugge ancora tutto», e la desolazione si configura in una tetra figura femminile che danza, ciondolante, al centro della stanza. Il brano si chiude con il rintocco di una campana: una morte, forse, o una sveglia che ci consente di trovare il mood per Le 5 fasi del dolore. Romina ci prende per mano e ci spiega cinque facciate dello stesso stato d’animo: la prima, il rifiuto, si palesa nelle parole: «Sono impazzita per cercare di essere normale, ma sono pazza più di prima, senza te». La seconda, la rabbia, si disperde in un’invettiva contro la nuova lei dell’uomo che prima era il suo lui: «Esci con quella Barbie mign***a, che struccata è pure una cozza. Mi inca**o e poi fingo che tu sia qui».

La terza fase, il patteggiamento, è la più terribile: «Io mi deprimo, non ti cancello. Toglimi tutto ma non proprio quello», seguita dalla tristezza che viene raccontata nel ritornello: «Non che mi manchi te, ma come tu mi facevi sentire. Come imparo a dire addio così, senza impazzire? Come sbatto la porta io, come sbatto la porta bene. Però poi resto lì dietro sola ad aspettare te». Infine Romina parla dell’ultima fase, quella dell’accettazione che ci colpisce coma la botta di un acido, in una finta serenità distorta dal soffocamento della consapevolezza di una solitudine: «Sono rinata, ti giuro, sto bene. Rispondi ai messaggi, che cosa ti costa? Ti vuole conoscere anche il mio analista».

Le 5 fasi del dolore si appoggia su un pop vivace intonato in maggiore, ma è la stessa luce di una bellissima bambola presa da un fotogramma di Dario Argento o Lucio Fulci. Romina Falconi ha raccontato che per scrivere il testo si è ispirata al modello della psichiatra Kübler Ross, che nel 1969 studiò le fasi del dolore su dei pazienti terminali. La seduta musicale – ci piace chiamare così l’ascolto di “Biondologia” di Romina Falconi – continua con l’altro singolo estratto, Vuoi l’amante, uno schianto dance-pop sulla condizione dello status di ruota di scorta che molto spesso viene vissuto nelle relazioni.

Il testo riporta il must-have di chi vive una relazione tormentata e disturbata: «Un filo di trucco, un metro di tacco, un litro di Tavor», e la bipolarità emozionale disegna un lui egoista e incapace di prendere una posizione: «Mi dicevi “sei speciale”, ma poi vuoi quella normale, e meno male che era amore. Ora sono da buttare». Romina usa il registro altalenante che rasenta l’ironia passando per il risentimento, con il risultato di un album equilibrato nelle sue decine di direzioni, bilanciato nelle dinamiche e riuscitissimo nel soundTroppo tardi è uno sfogo elettropop dove le scelte lessicali si estremizzano. Da una parte troviamo la malinconia: «Se Dio ci sta guardando con noi non si sta applicando», e la mancata conquista di una serenità degenerata in un abbandono cede alla rabbia: «Chiusa una porta si aprirà ‘sto ca**o». La voce di Romina avanza dolce e dissacrante, apparentemente ironica ma travolta dall’amarezza di un tempo che non ritorna.

LATTE+ è la sorella maggiore di Poesia nera. Chi canta si contorce nel letto in una triste consapevolezza: «Io so amare solo chi non c’è» e guarda fuori, insonne, le luci di una città che dorme a suo discapito. Il trucco sbavato scorre sulle guance e infesta la biancheria del letto mentre l’arrangiamento si fa ora elettropop e ora industrial, specie nella seconda strofa, dopo che la voce confessa di crogiolarsi nel dolore per trovare pace: «Un’altra notte in bianco, bianco “latte+”, ne vorrei di più». Ai pad e alle percussioni elettroniche, nella seconda strofa, si aggiunge un timido carillon che trasforma il brano in un crescendo di oscurità. Il beat prosegue lento e deciso, fino all’ambigua sorpresa finale: «Mi sveglio, mi giro nel mio letto. Mi accorgo che non esisti. Adesso guardo meglio: ti ho lasciato sotto il letto, da lì non esci più», e il brano si chiude con un suggestivo carillon.

Cadono saponette è la metafora del luogo comune del chinarsi per raccogliere qualcosa nel timore di ricevere una batosta, e il gioco si concentra sul confronto tra ottimismo blando e pessimismo dominante: «Il pessimismo in amore può far bene, sei perfetto che non sembri vero. Come minimo sarai un sicario: giuro sarò più ottimista di così ma, come con la dieta, inizio lunedì». Il testo, glitterato prima e cosparso di chiodi dopo, scorre su un arrangiamento che attinge dal groove e dalle sonorità del pop anni ’80, scelta che si fa più concreta in Ringrazia che sono una signora.

Sei mejo te blasta, e lo fa enormemente, gli individui pieni di sé che parlano da un pulpito assemblato con pezzi dell’Ikea da mani inesperte: «Ti vedo arrogante a distruggere tutti. Tu sì che ci prendi, campione. Ma che vita piena, l’invidia ti uccide. Tu sì che ci cogli, cogli**e», e ancora: «Sei il numero uno, uguale a nessuno. Chissà perché», e tutto scorre su un arrangiamento in levare che colora di freschezza un brano altamente provocatorio e spensierato nel dissing contro i bellimbusti. La stessa fierezza, però, non è presente in Tienimi ancora. Dipendenza emotiva, Sindrome di Stoccolma e stato di sudditanza vengono raccontate in questo brano ritmato in 6/8, un lento che racconta la violenza sulle donne con gli occhi e il cuore della vittima: «Ho paura anche del tuo profumo, delle tue mani se ti avvicini. Questo gioco inizia a consumarmi, e non toccarmi, ma non fermarti».

Pianoforte, archi e falsetti disegnano il dolore dello stato di prigionia emozionale che si prova quando il carnefice diventa l’assassino ma anche il rifugio. “Biondologia” di Romina Falconi è anche questo: un dipinto maledetto e stridente, disegnato con il sangue scaturito dalle ferite che ancora non cicatrizzano. Sex tape è un brano sfacciato, e la scelta di esplorare la sicurezza di sé con un arrangiamento rock non è di certo un caso. Chitarre, volumi, cori e riff ineccepibili accompagnano la sfida di una donna che viene minacciata dalla mania del revenge porn: «Vuoi farmi un sex tape? Prima fammi truccare», e il patriarcato viene colpito nei bassifondi: «Di nascosto mi hai fatto un sex tape, ma se vengo bene lo vendo in blu-ray».

Se vogliamo scomodare FlashdanceTake on me degli A-ha21st Century boy dei Sigue Sigue Sputnik troviamo, in questi esempi, una probabile ispirazione per l’arrangiamento di Ringrazia che sono una signora, brano che sfiora l’argomento dell’autocontrollo: «Niente vendetta, prometto. Fuori sorrido ma dentro ti vorrei scuoiare. Ce l’ho con te, ma la mia vera vendetta è riderti in faccia». Non manca, anche in questa canzone, l’autoironia bilanciata con un intimismo che non scade nella riflessione costante ma ad essa, semplicemente, si appoggia.

Se Poesia neraLATTE+ Tienimi ancora sono i brani più intensi di “Biondologia” di Romina Falconi, Ci vediamo presto chiude il cerchio della malinconia e dell’assenza. Il pretesto della canzone pop funziona, perché l’elaborazione di un lutto deve trovare anche la via più fluida per entrare nelle viscere dell’ascoltatore. Il canto di Romina è ora sommesso, ora aperto dalla voce piena, e traccia i contorni di una sagoma che tale resta, dopo la dipartita di un caro affetto: «Non so con quale forza invento una preghiera e mi convinco ancora: sei con me», e ancora, mestamente: «È solo brutta la giornata, mica l’esistenza».

Si ritorna agli anni ’80, infine, con Buona vita arrivederci. “Biondologia” di Romina Falconi si chiude con lo sprint delle ultime parole prima di dirsi addio, rivolte ora a un’amica: «Finirà l’allegria del Gin Tonic», ora a un padre: «Coi tuoi traumi ci scrivo tre album» e infine a un fidanzato: «Non sei più il mio rifugio». Il ritornello, piuttosto e più tosto, lancia l’ultima invettiva: «Mi dicevi “non vivo senza di te”, allora perché non crepi?». Quando l’ultima nota sfuma possiamo lasciare quella casa, quella grigia mansarda e quell’umidità lignea consumata dal dolore. Fuori, adesso, c’è il sole in attesa.

“Biondologia” di Romina Falconi è un disco talmente complicato da rendersi intelligibile a tutti perché tutti, dopo l’ascolto, ci scopriamo complicati. La cantautrice ci presenta il suo menu con un outfit casual per non creare dislivelli: siamo tutti uguali a lei, e viceversa. Possiamo servirci dal suo buffet, tra un bicchiere di lacrime e un distillato di fiele, senza tralasciare i salatini ilari e i sandwich all’empatia. Non è un caso, forse, se il sottotitolo che compare sull’artwork del disco recita: «L’arte di passeggiare con disinvoltura sul ciglio di un abisso».

La sua arte disinvolta, in questi giorni, si manifesta nell’instore tour partito ieri, 15 marzo, da Milano per continuare il 18 marzo a Bologna presso il SEMM Music Store, il 19 a Roma presso il Mondadori Bookstore di Piazza Cola di Rienzo e il 21 a Firenze in Piazza dell Stazione.

Un pensiero ricorrente dopo l’ascolto delle tracce più intense – Poesia neraLATTE+Tienimi ancoraCi vediamo presto – è quello di trovare parallelismi con Lana del Rey, o meglio: è come ascoltare una Lana del Rey con più serotonina, ma “Biondologia” di Romina Falconi è quella serotonina conquistata dopo aver sfiorato il baratro con le proprie forze e le proprie note, e con eleganza.

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