‘Cocaine: la vera storia di White Boy Rick’, la faccia tragica degli anni Ottanta (recensione)

Detroit, 1984: Rick è un quattordicenne che cresce presto e male in una periferia che si dibatte tra crisi economica e spaccio di droga. Ispirato a una storia vera, il film di Yann Demange con Matthew McConaughey racconta un decennio di vite a perdere e precoci carriere criminali.

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Cocaine: la vera storia di White Boy Rick è ambientato a Detroit nel 1984. Ma benché siano gli anni di Reagan, dell’edonismo con cui l’epoca è stata etichettata non c’è traccia. Siamo nell’epoca della crisi del settore automobilistico che ha messo in ginocchio la classe operaia, stipata nelle periferie di una città dove il consumo di droghe cresce vertiginosamente. Lì vive il quattordicenne Rick (l’esordiente Richie Merritt), insieme al padre (Matthew McConaughey, in uno dei tipici ruoli “sporchi” della sua seconda vita d’attore), che vende armi e sogna di aprire un negozio di videocassette. La madre se n’è andata, la sorella maggiore, sbandata, lo farà presto.

Il bianco Rick fa amicizia con gli spacciatori di colore del quartiere, cui vende delle armi. I federali allora lo ricattano con la minaccia di un’incriminazione contro il padre. Così il ragazzino diventa un informatore, ed è anche grazie a lui se le forze dell’ordine riescono a sgominare una banda che ha ramificazioni che giungono sino all’entourage del sindaco. Ma la vita resta dura e Rick si mette a spacciare droga. Troppa. A quel punto i federali non lo proteggono più.

La sceneggiatura di Cocaine: la vera storia di White Boy Rick, firmata da Andy Weiss, Logan e Noah Miller viene tradotta da Yann Demange, al suo esordio americano, in una messinscena dallo stile laconico, privo di speranza. Il regista inglese di origini franco-algerine s’era fatto notare con il precedente ’71, fotografia di una Belfast in assetto di guerra, tra Ira, nazionalisti cattolici e lealisti protestanti. Un modello di racconto che, fatte le debite proporzioni, caratterizza anche questo film, in cui Detroit sembra un enorme sobborgo senza soluzione di continuità e senza prospettive. Il tipo di città in cui, se abbandoni la scuola, quando gli amici ti rivedono si sorprendono perché pensavano fossi già morto.

Rick diventa un malavitoso seguendo un copione già scritto, e infatti Cocaine: la vera storia di White Boy Rick non assume mai il tono epicizzante di certe storie di sfrenate ambizioni e carriere criminali fuori dell’ordinario, sebbene la precocità della sua vicenda reale abbia dell’incredibile – prima dei diciott’anni gli accadono cose che basterebbero per due vite.

Volendo è questo l’elemento più personale e politico del film, questa disillusa registrazione d’una realtà senza alternative cui l’esordiente Merritt presta un volto abulico, di chi accetta di indossare il proprio destino senza sceglierselo davvero. Quello che invece cerca di fare suo padre – cui infatti Matthew McConaughey presta una maschera sin troppo espressiva – che sogna svolte che non arrivano mai e si dibatte vanamente come in una gabbia.

I rapporti umani sono raccontati in una chiave raggelante. La polizia usa apertamente Rick per i propri scopi. E la famiglia non è un porto rassicurante: i nonni di Rick (le leggende Bruce Dern e Piper Laurie) sono quasi anaffettivi, mentre il padre, sebbene sincero, è un uomo confuso e inadatto al proprio ruolo, privo degli strumenti culturali e morali per reagire a un contesto che tutti e tutto risucchia nel suo gorgo.

Così la vita di Rick si consuma in un itinerario privo di vie d’uscita. Lo stesso in cui si muove il film di Yann Demange: che pur avendo materiali per costruire un racconto esemplare sull’America reaganiana, si limita a restituire come in uno specchio le immagini di un tempo funesto e delle sue vite sprecate, senza mai offrire un controcanto morale o un punto di vista autenticamente personale.

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