Addio, e grazie per il Pesce

Narro le gesta del tal Jacopo Pesce e di come mandò in fondo al mare tutta la discografia italiana.

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Gira voce io sia una persona vendicativa.

Lo so, perché a volte qualcuno che evidentemente non crede alle voci che girano, si azzarda a riferirmelo. In genere, quando ho finito con lui non ha più tanta voglia di fare il dubbioso, e probabilmente sarebbe disposto a mettere una mano sul fuoco sul fatto che esistono gli elfi, se qualcuno glielo riferisse.

Nei fatti non credo sia vero, il fatto che esistano gli elfi, ovvio, ma anche questa faccenda del mio essere vendicativo.

Ho poca memoria, o forse dovrei dire una memoria selettiva. Fatico a ricordarmi i volti delle persone, a ricordarmi i nomi, figuriamoci se posso serbare rancori e progettare vendette per quello che qualcuno mi ha fatto o mi ha detto.

Poi, essendo la mia memoria selettiva, è chiaro, sono capace di ricordarmi un torto subito anche a distanza di decenni, magari tirando in ballo cavalli che affogano dal culo o più semplicemente rendendo un ambiente anche simpatico come il set di Apocalypse Now, ma vatti a fidare delle voci.

Questo per dire che se oggi sono qui a scrivere di Jacopo Pesce, A&R della Universal in capo alla Island, non è certo perché mi abbia fatto un torto cui ho deciso di applicare appunto una vendetta, ma solo per onor di cronaca, per amore della verità.

Facciamo un piccolo passo indietro.

Negli ultimi anni, prima il rap, poi la trap si sono ingoiate con la sapienza di una Valentina Nappi di fronte a un collega afroamericano l’intero mercato discografico. Non prestate fede a chi vi parla di indie, di itpop, è nel rap e nella trap che dovete investire se pensate che sia la musica il vostro core business. O direttamente nel porno e in Valentina Nappi. Nel rap, nella trap e nello streaming, ovviamente, perché in realtà la rap e la trap si sono ingoiate il mercato nel momento in cui il mercato si trasformava di colpo dal collega afroamericano di cui sopra, circa ventotto centimetri di cazzo a riposo, in Gino, il vostro compagno di classe sfigato che alle medie si ostinava a fare sempre la doccia con le mutande, dopo le partitelle di calcetto, partitelle nelle quali ovviamente vestiva i panni del portiere non per sue doti particolari tra i pali ma per incapacità di muoversi nel resto del campo. Il motivo di quel suo stare lì, con le mutande, sotto il getto bollente delle docce degli spogliatoi risiedeva tutto esattamente dentro quelle mutande, o forse sarebbe meglio dire risiedeva in quello che dentro quelle mutande non c’era, un cazzo che si potesse chiamare tale. Cinque, sei centimetri, avvolti da abbondante superficie di pelle raggrinzita.

Come dire, per ingoiarsi quel mercato non era necessaria l’esperienza di apnee di una Valentina Nappi, bastava anche quella di una vecchia zia tubercolotica incapace di trattenere il respiro per più di cinque secondi.

Ecco, lo streaming è riuscito in questo miracolo, ha trasformato Mandingo in Gino, e di conseguenza ha reso i talent scout da ipotetiche pornostar a vecchie zie tubercolotiche in affanno, ma forse la faccenda andrebbe letta diversamente. Forse andrebbe detto che chi si vanta di essere Mandingo in realtà è Gino, lì sotto la doccia, e chi guarda in camera con gli occhi di ne ha vesti parecchi è in realtà l’asmatica.

Perché è vero che ci sono numeri impressionanti su Spotify e affini, ma è anche vero che i numeri dei dischi venduti, e uso apposta questa parola antica, vetusta, è praticamente diventato talmente piccolo da non essere stato ancora identificato dai ricercatori del CNR, come certe particelle subatomiche. Un po’ come certe inquadrature sapienti, ormai mi sono inerpicato su questa metafora, che fanno sembrare tanto quello che tanto non è.

Non basta. Per quel che riguarda lo streaming, che dire? Si sta lavorando solo sull’oggi, fottendosene del catalogo (è coi cataloghi che si sono rette, a lungo, le case discografiche) e soprattutto fottendosene degli artisti, relegati al ruolo di personaggi di sfondo in un nuovo mercato che punta a raccontarci sempre di più la favoletta che è coi live che si fa il grano.

E qui torniamo a Pesce, l’uomo nuovo della discografia italiana, quello che ha appena vinto il Festival di Sanremo con Mahmood e la sua Soldi. Pesce è lì in virtù della sua, direbbe la direttrice di Rai 1 Teresa De Santis, contiguità con quella che un tempo era la scena rap e che oggi è la scena trap. Per dire, se esiste Sfera Ebbasta, o almeno se Sfera Ebbasta è qualcosa di più di un nome che funziona in rete, è anche grazie a lui. O per colpa sua, a seconda di come si voglia guardare a questa faccenda.

Lo stesso dicasi di Ernia, Rkomi, ma volendo anche dei vari Fibra, Guè Pequeno e Marracash. Sì, è stato lui a ordire l’operazione Santeria, con la metà rappante dei Club Dogo al fianco dell’uomo della Barona, per dire.

Come è stato lui a puntare tutte le fiches sulla trap, quando per tutti gli altri senzienti, mi ci metto anche io, la trap era buona giusto come sottofondo mentre ci si fa il bidet (la penso ancora così, non me ne vorranno).

Questo ha brevemente portato il suo nome in cima al vertice della piramide Universal, messo improvvidamente a capo da Alessandro Massara di tutti i suoi validi, non sempre, A&R. Esperienza evidentemente non esattamente riuscitissima, immagino per le facce inorridite dei vecchi soloni di quella major, da Zucchero a Eros, passando per Vasco o Ferro, non certo abituati a parlare di musica e di progetti con quello che ai loro occhi deve essere sembrato il ragazzo a cui chiedere lo zucchero di canna per il caffè appena arrivato dal bar.

Per questo, suppongo, l’AD della multinazionale francese ha deciso di cambiare nuovamente le carte in tavola, dividendo la Universal in tre divisioni, Polydor, Island e Virgin, e mettendo tre uomini ai rispettivi posti di comando, rispettivamente Ostuni, lo stesso Pesce e Sala.

E sempre per questo, suppongo, ha poi optato per una divisione suppergiù netta tra le aree di competenze, dando a Pesce quel che è di Pesce, cioè i progetti più votati allo streaming e ai giovani, dal rap alla trap, passando per l’Urban. Siamo sempre lì, Mandingo, Gino, da una parte, Valentina Nappi e la vecchia zia tubercolotica, dall’altra.

Anche perché nel momento in cui Pesce, o Gino, o la vecchia zia tubercolotica che dir si voglia si è affacciata sul mainstream, con l’album di Elisa, ecco che è arrivato un bel cazzo in culo, restiamo da quelle parti, primo lavoro della nostra a non essere approdato al primo posto in classifica, e soprattutto lavoro di una bruttezza quasi affascinante, sempre che si sia tra quanti ritengono l’orrido dotato di un certo non so che.

Comunque è Pesce l’uomo della Island.

A dare manforte a Pesce, perché dietro un uomo di successo c’è sempre un team di successo, Shablo, dj e A&R di origini argentine in forze alla stessa Universal. A lui, a Shablo, intendo, si devono alcuni dei progetti musicali, sempre in ambito hip-hop, Dio mi perdoni, da Il ragazzo d’oro di Guè Pequeno a Lezioni di volo di Baby K, passando per roba di J-Ax, Club Dogo, Clementino, Noyz Narcos e, ricordiamolo, anche Moreno. A lui si deve, in collaborazione con Marracash, l’avventura di Roccia Music, tentativo parzialmente riuscito di creare un’etichetta in grado di autogestirsi, e se dico parzialmente riuscito è perché, nei fatti, Roccia Music si appoggia più che consistentemente sulla Universal. A lui si deve, poi, l’agenzia Thaurus, che cura live, sincronizzazioni e tutto il lavoro coi brand e gli artisti, cioè gli aspetti che al momento sono i canali di ingresso di denaro nelle tasche di chi opera nella musica, specie nella musica rap e trap.

Per intendersi. Ricorderete tutti i tristissimi accadimenti di Corinaldo. Quando in una serata di festa, mentre aspettavano l’arrivo di Sfera Ebbasta per quello che era stato annunciato come un concerto del trapper di Cinesello alla Lanterna Azzurra di Corinaldo, l’avventato utilizzo di spray al peperoncino da parte di un idiota ha provocato momenti di panico con la tragedia di sei persone morte schiacciate dalla folla.

Ecco, dopo aver fatto notare che in effetti non si trattava di un concerto, visto che nel mentre Sfera Ebbasta era a cena a Rimini, dopo aver fatto unì’ospitata all’Altromondo Studios, ma piuttosto di una comparsata alla consolle, due o tre brani previsti a notte tarda, in molti ci si è interrogati su chi fosse dietro quella che sicuramente non è una truffa, ma è e rimane una gestione molto poco corretta della comunicazione relativa a un artista. Bene, dietro quelle comparsate, vendute al pubblico come fossero concerti, e lasciate vendere così, c’è appunto la Thaurus di Shablo. Stupì, allora, in effetti, che la Universal cadesse dal pero, sostenendo, in pratica di nulla sapere di queste serate, slegate ai tour ufficiali. Stupì perché la figura di Shablo al fianco di Jacopo Pesce, lì in Universal, è noto a tutti quelli che seguono le attività della major francese. O almeno a tutti quelli che non pensino che Jacopo Pesce sia il ragazzo cui chiedere un caffè macchiato in attesa che arrivi il boss.

Ora, la Universal è una multinazionale, appunto, e saremmo curiosi di sapere come la prenderebbero in casa madre nel sapere che un consulente, perché ci risulta Shablo sia esterno alla major in questione, che lavora a strettissimo contatto con una figura di spicco della società, Pesce, possa gestire tutta la filiera, dai concerti al lavoro coi brand, andando a infilare l’artista in questione, Sfera Ebbasta, artista italiano che l’anno scorso ha venduto più di tutti in Italia, ricordiamolo, in situazioni non solo di grande imbarazzo, ma addirittura oscurate da fatti tragici come quelli di Corinaldo.

Del resto ci è piuttosto evidente che, in seno alla Universal, Jacopo Pesce, ricordiamolo, colui che ha sostanzialmente scalato le classifiche non in virtù di chissà quali economie generate, ma per aver scoperto la trap, gallina dalle uova virtuali d’oro di questa epoca di streaming e scarsi guadagni, stia piuttosto sul cazzo a tutti. Come del resto avrebbero mai dovuto prendere la sua ascesa tutti quelli che, negli anni, i numeri li hanno fatti davvero e che di colpo si sono visti scavalcare da uno che fa milioni e milioni di streaming, ma non schioda una copia neanche se glielo chiedesse direttamente Iddio?

Essere ricordati come quello che ha contribuito a uccidere la discografia italiana non deve essere molto edificante, immagino. Del resto solo in una discografia come la nostra poteva farsi largo un A&R che nessuno dei BIG della stessa major riconoscono come interlocutore, e solo in una discografia come la nostra poteva passare per vincente uno che, se provi a sottolineare la sua inconsistenza si offende e ti lancia una fatwa come l’Ahiatollà Komeini.

E torniamo alla questione del passare per vendicativi, forse. No, non parlo di me, la vita mi ha insegnato che far vanto dell’essere cattivi è proprio degli insicuri. Parlo di chi in effetti applica una sorta di legge del taglione pret a poerter, Jacopo Pesce dalle Puglie. La gola profonda che ha ospitato Mandingo, pensa, in realtà la vecchia zia tubercolotica che ha regalato attimi di felicità a Gino, lo sfigato che faceva la doccia con le mutande.

Commenti (1):

Steve

Ci ho capito poco.
O perlomeno non capisco se non sono riuscito a mettere io a fuoco il problema oppure il tuo articolo mi confonde (non dico che è confuso perché sarei presuntuoso).
Il concetto è: la trap (e lo streaming) ha ammazzato la discografia italiana, e questo Pesce l’ha capito e cavalcato per primo?
Personalmente considero la trap ancora meno di quanto la consideri tu, però mi chiedo: è un delitto artistico o altro?
A questa deriva va posto un argine culturale che ahimè, in un’epoca pentastellata è davvero come sognare il crollo del muro di Berlino nel 1980.
E quale sarebbe la responsabilità della Universal, visto che sono società destinate alla vendita-purchessia?
Forse è il potere che viene dato a queste teste di legno?
Davanti a tutti questi articoli che tu scrivi, e che seguo con attenzione, percepisco alcune cose che sono:
1) il 99% degli artisti italiani sono dei bluff
2) la discografia italiana è composta da emeriti buffoni, costruttori di bluff
3) Gli intrecci pericolosi tra Rai, Agenzie di concerti, Marie De Filippi e radio hanno superato il limite
4) la stampa musicale intesa come critica e orientativa non solo è sparita, ma è complice del sistema.
Se questo è quello che vuoi trasmettere, mi piacerebbe che ti sforzassi ad esprimerti in maniera tale da capire esattamente dove sottolinei sia il problema, e togliere qualunque sensazione di tue antipatie personali.
Comunque grazie per il lavoro che fai.

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