The Front Runner, quando la politica si trasformò in spettacolo (recensione)

Nel film di Jason Reitman in uscita giovedì Hugh Jackman è Gary Hart, il candidato alle presidenziali del 1988 che si ritirò quando si scoprì una sua scappatella. Una storia che ricostruisce il momento in cui il giornalismo si è piegato al gossip. Il nostro presente.

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Perché Jason Reitman ha diretto The Front Runner (cui in italiano è stato aggiunto un discutibile titolo sensazionalistico, Il vizio del potere)? Per capirlo, facciamo un parallelo con un film recente per certi versi gemello, The Post di Steven Spielberg.

Spielberg racconta il celebre scandalo dei Pentagon Papers del 1971, che inchiodavano i governi americani alle loro colpe relative alla gestione della guerra in Vietnam. Quei documenti i giornalisti con la schiena dritta del Washington Post, guidati dal direttore Ben Bradlee (Tom Hanks) decisero di pubblicarli nonostante le fortissime pressioni da parte del presidente Nixon.

The Front Runner ripercorre la scappatella extraconiugale che nel 1987, dopo pochissime settimane di campagna elettorale, costrinse Gary Hart (Hugh Jackman) a ritirarsi dalla corsa alla presidenza, per la quale era dato favorito. Anche qui, fu la stampa a scoperchiare la tresca, con i giornalisti del Miami Herald che, avuta una soffiata, pedinarono l’amante del politico, Donna Rice (Sara Paxton) e addirittura si appostarono fuori della casa di Hart per cogliere gli amanti con le mani nel sacco.

Entrambi i film parlano di vicende in cui si intrecciano uno scandalo politico e la capacità del giornalismo di rivelarlo. Per il resto, però, sono diversissimi. The Post, infatti, rammenta quel tempo in cui la stampa poteva legittimamente presentarsi come il “cane da guardia” dell’informazione, tesa a non fare sconti al potere ma, allo stesso tempo, interessata solo alle notizie che avessero a che fare con la politica e la dimensione pubblica. Ne risulta un racconto avvincente su un’epoca cui possiamo guardare certo con nostalgia, ma a distanza, perché chiaramente è un mondo che non esiste più, l’immagine ammirevole ma ingiallita di un passato inservibile.

The Front Runner registra il drammatico momento di passaggio in cui il giornalismo è diventato gossip affamato di vita privata e di sensazionalismo da camera da letto (non dimentichiamo che una decina di anni dopo lo scandalo Hart il pubblico avrebbe assistito alle dichiarazioni del presidente in carica Bill Clinton circa gli atti sessuali consumati con la stagista Monica Lewinski nella Stanza ovale), e la politica si è piegata ai bisogni della comunicazione, con l’agenda informativa dettata dalle opportunità di visibilità. Una trasformazione apparentemente irreversibile, che ha creato il mondo dell’informazione in cui siamo tuttora immersi. Il nostro presente.

Che l’intero scenario stesse prendendo una piega allarmante The Front Runner lo mostra sin dalla prima scena, un piano sequenza in cui i candidati sono ripresi attraverso uno schermo televisivo, e in primo piano campeggia l’enorme apparato tecnologico di cavi, antenne, video che costituiscono la sostanza stessa dell’informazione, con le voci degli inviati, degli staff e della gente comune che si sovrappongono in una babele in cui non si distingue più nulla e la politica si è fatta, evidentemente, spettacolo.

Jason Reitman fa suo l’efficacissimo dispositivo narrativo che piaceva al Robert Altman di Nashville, con tanti personaggi che parlano l’uno sull’altro, in un accavallamento di voci e punti di vista che crea un effetto che rompe qualunque gerarchia e sfocia quasi nell’incomprensibilità. Ed è questa la confusione in cui si trova sballottato Gary Hart, di cui Hugh Jackman fornisce un ritratto virile, di statista insofferente alla spettacolarizzazione. Uno che legge Resurrezione di Tolstoj per capire la politica estera della Russia e che vorrebbe parlare della vera agenda dei temi all’ordine del giorno. Invece è obbligato dal suo staff capitanato da Bill Dixon (J.K. Simmons) a vestirsi con la camicia a scacchi da montanaro e lanciare un’ascia al centro di un bersaglio perché quella è una “photo opportunity”.

Il ritratto che Hugh Jackman fa di Gary Hart non emerge netto in The Front Runner: ma questo accade non per difetto di sceneggiatura, bensì perché la vera protagonista del film è la politica spettacolo che filtra e definisce l’immagine del leader sulla base delle proprie esigenze.

Per cui, coerentemente, al centro del film c’è il coro multiforme di coloro i quali danno forma a questo fantoccio informativo (il famoso infotainment): giornalisti, comunicatori, familiari, amici, amanti del politico. È una corte dei miracoli, in cui però sarebbe ottimistico voler distinguere buoni e cattivi: perché c’è il giornalista di colore del Washington Post, ferratissimo di politica estera che però, subendo la pressione del suo giornale (ancora diretto da Ben Bradlee [Alfred Molina], che dai tempi dei Pentagon Papers deve aver cambiato un po’ idea), fa le domande più sgradevoli ad Hart sull’adulterio; c’è l’amante Donna, che non pare la spietata opportunista disegnata dalla stampa; e c’è la staffista del candidato che solidarizza con lei, perché in fondo capisce che entrambe sono comparse obbligate dal carrozzone a recitare un ruolo già scritto.

The Front Runner si prende il rischio di fare un racconto morale, in cui però il messaggio non è sbandierato didascalicamente, ma emerge dalla forma cinematografica di un film mobilissimo, che accumula volti, voci, suoni, sguardi, che frastorna volutamente lo spettatore e lo obbliga, per capire cosa sta succedendo, a un notevole sforzo di concentrazione. Lo stesso che dovremmo applicare all’informazione di cui ci alimentiamo disordinatamente ogni giorno, per cercare di distinguere le notizie vere da quelle false. E anche da quelle che, sebbene non false, non sono notizie. Ma fatti privati.

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