Ex-Otago, Motta e The Zen Circus al Festival di Sanremo, l’indie rock entra ancora nelle case degli italiani

La nuova canzone d'amore è inacidita da un contenitore sociale sempre più distorto dal contesto storico

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Definire l’indie è spesso imbarazzante, perché siamo ben lontani dalla circoscrizione di un genere musicale: Ex-Otago, Motta e The Zen Circus al Festival di Sanremo potrebbero creare un ossimoro. Chiunque abbia a che fare con l’indie odia parlare di stile musicale, perché quella parola racchiude un’attitudine rispetto all’industria discografica, rispetto al mainstream e rispetto a qualunque cosa che sia il già sentito, il già visto e il già vissuto.

Ciò che accade a Sanremo, però, è diverso. Se l’indie rock ha un senso – e ce l’ha eccome – è quello che un tempo si chiamava rock alternativo, qualcosa che stava al di fuori di un canone, al di fuori dello stesso rock e del mood ribelle che il genere più rivoluzionario del ventesimo secolo ha sempre rappresentato. L’indie rock è la coniugazione del rock alternativo e del cantautorato, convolati a nozze con la libertà espressiva, la denuncia sociale e l’amore. Un amore per quella denuncia sociale, per quel rock, per quel cantautorato, ma tutto viene distorto da una ruvidità che si traduce in un suono disturbante all’interno dell’arrangiamento o in una parola apparentemente fuori luogo all’interno del testo. Eppure senza quel suono disturbante all’interno dell’arrangiamento o quella parola apparentemente fuori luogo all’interno del testo non esisterebbe la canzone indie rock.

Gli Ex-Otago, Motta e The Zen Circus al Festival di Sanremo replicano la presenza del mondo indie nella più grande manifestazione della canzone italiana, bissando il fortunato tentativo de Lo Stato Sociale dell’anno scorso, quando arrivarono al secondo posto con Una vita in vacanza. Denuncia sociale e amore, dicevamo, come dicono gli Ex-Otago in Solo una canzone. Se nel ritornello cantano: «Abbracciami, per favore», non lo dicono perché vogliono enfatizzare il gesto dell’abbraccio, ma la sua utilità. Nel mondo degli adulti l’amore è una cosa seria, un’uguaglianza più uguale delle altre quando una coppia scambia baci, umori e bollette della luce, quando due innamorati che ormai hanno superato i trent’anni si guardano allo specchio e notano le rughe dello stress e non scattano più i selfie. Nel frastuono quotidiano che ricopre di tenebra il cuore, l’abbraccio è quel momento di empatia che assume la stessa funzione di un riposo.

Gli Ex-Otago cantano il loro amore con una ballad in cui domina il pianoforte, con la voce di Maurizio Carucci spesso moltiplicata dall’effetto chorus che trasforma il ritornello in un inno struggente, da ascoltare nei momenti live in cui mille mani sfoderano accendini e dondolano a tempo con la musica. Sul “per favore” del ritornello arriva un accordo di Settima+ e non è un caso, perché in quella scala la musica trova appoggio e sospensione. A volte si trovano le lacrime.

Dov’è l’Italia è il brano che Motta ha scelto per esordire sul palco dell’Ariston. Un arpeggio frenetico eseguito con la chitarra acustica, coerente con lo stile del giovane cantautore, introduce il brano. Sì, ancora una volta parliamo di amore e denuncia sociale, perché è un periodo storico difficile e pieno di ombre. Motta grida: «Dov’è l’Italia, amore mio?», come se si trovasse in un attimo di smarrimento emozionale in un quotidiano segnato da cambiamenti, incertezze e vacuità. Cerca conforto nel suo amore con una domanda, che poi una domanda non è: è un’imprecazione e la sua forza ripropone quel Ciao, amore, ciao che Luigi Tenco portò al Festival. Tenco cercava l’amore nel ritornello dopo un’escursione tra parole che disegnavano un uomo disorientato dalla vita di tutti i giorni, dall’angoscia di vivere e da un meccanismo decisamente troppo impegnativo: «Saltare cent’anni in un giorno solo dai carri dei campi agli aerei nel cielo, e non capirci niente e aver voglia di tornare da te».

Motta esplode nel ritornello con un arrangiamento che si fa epico, a metà tra la danza folk e la commemorazione funebre. La parte rock dell’indie, come nel caso degli Ex-Otago, sta tutta nella tensione. Lo disse Federico “Ghigo” Renzulli dei Litfiba: «Puoi eseguire anche una musica dolcissima, ma se ci metti la tensione allora stai facendo rock», e Motta sì, ci mette tensione perché tenta di vincere la paura cercando una direzione nel suo amore.

Con L’Amore è una Dittatura The Zen Circus inventano una parata militare dove l’esercito indossa una tenuta antisommossa tutta nera con un cuore rosso al centro. Il loro messaggio è forte, e sul palco dell’Ariston le chitarre distorte si fanno sentire. Appino e soci amano le cantilene e lo dimostrano in apertura del brano: un carillon intona ossessivamente una melodia alla quale si aggiungerà la voce baritonale del frontman: «Ci hanno visti nuotare in acque alte fino alle ginocchia ed inchinarci alle zanzare, pregandole di non mescolare il nostro sangue a quello dei topi arrivati in massa con le maree», con una velata protesta alla politica sull’immigrazione secondo la critica, e secondo gli stessi autori: «È una canzone politica, lo diventa come è accaduto ad altre canzoni in un dato momento in un dato contesto, come Chi non lavora non fa l’amore. È una fotografia di questo Paese».

La dittatura dell’amore è quel momento in cui il sentimento diventa un lanciafiamme, un’ecatombe dello spirito che crea terra bruciata intorno, o peggio ancora elimina la terra dai piedi di chi un momento prima la possedeva: «Quando arrivi tu se ne vanno gli altri, sai che non va bene ma ti piace arrangiarti come fanno in quei paesi che non sappiamo pronunciare, ma che ci piace addomesticare a parole». Poi c’è quel riferimento ai “porti chiusi” contrapposti alle “porte aperte” che ha fatto storcere il naso ad alcuni ascoltatori, ma Appino stesso ammette che il progetto The Zen Circus serve anche a creare dei dubbi. La band mette in scena uno spettacolo infuocato e rabbioso, intenso nelle parole e nei gesti, ruvido e incendiario nella musica.

Con l’arrivo degli Ex-Otago, Motta e The Zen Circus al Festival di Sanremo si spalancano nuovamente le porte dell’indie rock nelle case degli italiani, una scelta che rappresenta il nuovo orizzonte della scena alternativa italiana e una nuova era del cantautorato, oggi divenuto più acido perché provato dal contenitore sociale, ma anche più strozzato da un mondo sempre più frenetico e disattento.

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