“A qualcuno piace caldo” stasera in tv: nessuno è perfetto, tranne Billy Wilder!

Appuntamento su Paramount Channel con la commedia più famosa della storia del cinema. Tony Curtis e Jack Lemmon vestiti da donna sono irresistibili. E Marilyn Monroe ha la bellezza e la consistenza dei sogni. Un film imperdibile, anche se l’avete visto cento volte.

Valutazione:
7
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Lezioni di sceneggiatura di Billy Wilder: «Selznick mi chiese a cosa stessi lavorando e io gli risposi che stavo facendo una commedia ambientata negli anni Venti, durante il proibizionismo, che partiva col massacro del giorno di San Valentino. “Cristo santo!” esclamò. “Non intenderai mica una commedia con morti? Ti faranno a pezzi. Gli spettatori vorranno indietro i soldi!”». Il film era, ovviamente, A qualcuno piace caldo (Some Like It Hot, 1959): gli spettatori non vollero i soldi indietro, al contrario si divertirono moltissimo, e continuano a divertirsi, con una delle commedie meglio congegnate della storia del cinema, con i musicisti Tony Curtis e Jack Lemmon costretti a travestirsi da donna e scappare dai gangster dopo aver casualmente assistito alla suddetta carneficina.

Ma come fare a rendere accettabile per i tradizionalisti spettatori degli anni Cinquanta una scelta così ardita? «Mettemmo in apertura un prologo brillante – continua Wilder – con i due ragazzi in scena con gli strumenti, poi quando il pubblico era ormai dalla nostra parte, ci infilammo il massacro di San Valentino. A quel punto, il tono era chiaro, e potevamo permetterci di spargere un po’ di sangue». Tutto qui. Sembra facile.

Lungo la sua intera carriera Wilder ha costantemente congegnato insieme ai suoi sceneggiatori di fiducia (Charles Brackett e I.A.L. Diamond) soluzioni narrative che mettessero a dura prova le convenzioni del cinema hollywoodiano e le regole ferree del puritanesimo statunitense. Degno erede di Ernst Lubitsch, altro grande europeo emigrato alla corte della mecca del cinema, Wilder aveva capito che agli esseri umani interessano solo due cose: i soldi e il sesso (non si sa in che ordine). Quindi i suoi film non hanno fatto che parlare di questo, con uno stile che, memore della lezione del suo maestro, ha sempre cercato di spostare un po’ più in là i confini del comune senso del pudore americano, aggirandone i divieti con un’implacabile ferocia travestita nei toni apparentemente innocui della comicità. Storie dalla struttura così solida e battute talmente divertenti da far dimenticare al pubblico di che pasta fossero fatte le situazioni di cui rideva e quanto sordidi, opportunisti, ipocriti fossero gli “eroi” protagonisti dei film.

Giusto qualche esempio. Nel suo primo film da regista, Frutto proibito (1942), ci sono una donna (Ginger Rogers) che si traveste da adolescente e un maggiore dell’esercito (Ray Milland) che s’innamora di lei: la storia ci fa intendere che l’uomo s’invaghisca della polposa Rogers, ma l’imbarazzante sottinteso di Wilder è che, in verità, quello s’appassiona alla ragazzina. Poi ci sono le opere, come le definì il critico Axel Madsen, delle “risate in posti spiacevoli”: Scandalo internazionale (1948), una feroce commedia ambientata in una Berlino (vera) ancora a pezzi dopo la guerra; e Stalag 17 (1953), tragicomica storia in un campo di prigionia, con un protagonista (William Holden) cinico e senza pose patriottiche. Invece ne L’appartamento (1960) il più simpatico è un opportunista (Jack Lemmon) che per far carriera presta la casa ai dirigenti della sua azienda per le loro scappatelle; e il pubblico si diverte con una commedia nerissima nella quale c’è persino un tentativo di suicidio.

Wilder è così: sempre un passo avanti, sperimentatore inesausto di soluzioni innovative che dinamitano i luoghi comuni dei generi cinematografici, eppure restando apparentemente dentro i binari della consuetudine, grazie a sceneggiature ferree e calibratissime. Così facendo, il pubblico digeriva le scelte più ardite: anche Viale del tramonto (1950), un film nel quale la voce narrante è quella di un tizio (William Holden) che abbiamo visto morire nella prima sequenza! Una volta però esagerò, quando in Baciami, stupido (1964) mise in scena un adulterio che non solo era senza castigo, ma addirittura apriva ai fedifraghi le porte del successo. Era troppo e il pubblico rifiutò (il film, inutile dirlo, era un capolavoro).

Anche A qualcuno piace caldo è un capolavoro. A partire dal momento in cui vediamo Curtis e Lemmon in panni femminili cominciamo a ridere e non la smettiamo più. E non ci rendiamo conto che il film è pieno di situazioni che rimandano alla morte: due carneficine, il club in cui si vende illegalmente alcool camuffato da agenzia di pompe funebri, le bottiglie di liquore nascoste in una bara. E i due protagonisti, una volta travestiti, subiscono quello che, a voler utilizzare termini altisonanti, è un processo di castrazione. Stanno in un’orchestra di sole donne ma, ovviamente, non possono approfittare delle loro colleghe. Per cui quando Curtis vuole sedurre Marilyn Monroe deve indossare un’altra maschera, da timido miliardario che, guarda caso, finge di essere impotente. Le cose non vanno meglio a Lemmon, corteggiato da un attempato miliardario (vero): la cosa gli scappa di mano e lui, spaventato e lusingato, a un certo punto non sa nemmeno più di che sesso è.

Insomma, Wilder si diverte a mandare a gambe all’aria le nostre certezze, senza però mostrare mai chiaramente le perturbanti verità che sono sotto il coperchio delle convenzioni e della decenza, giocando sempre sul filo dell’allusione. E nessuno si accorge del gioco di prestigio. Per due ragioni: la prima, già detta, è il grimaldello della comicità, perfetto viatico per parlare con apparente leggerezza di cose inquietanti. La seconda, naturalmente, è la Monroe: di una bellezza fatata, della consistenza stessa del sogno, capace con la sua sola presenza di far vibrare lo schermo e trascinarci in un mondo da fiaba. Nel quale, si sa, tutto diventa infantile, innocuo, lievissimo: e si può parlare di sesso, violenza, angoscia, perdita d’identità come se nulla fosse. E divertirsi (da morire).

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