Biagio Antonacci dalla rivincita dei ‘terroncelli’ all’amore per Paola: “Conosco il razzismo e la povertà”

Biagio Antonacci si racconta ricordando l'infanzia nella periferia milanese e il rapporto con la compagna Paolo: "Conosco la povertà"

11 Luglio 2018 di


Biagio Antonacci ha concluso di recente il suo Dediche e Manie Tour nei palazzetti, sta già pensando a nuovi progetti e intanto si gode un periodo di relativa calma: il cantautore di Rozzano, che ha girato l’Italia nell’ultimo anno per presentare i brani del più recente album in studio, compirà 55 anni il prossimo 9 novembre e in vista di questo traguardo ha stilato un bilancio anticipato della sua vita dalle pagine di Vanity Fair.

Intervistato dal direttore Malcom Pagani, per il numero di questa settimana che gli dedica la copertina, Biagio Antonacci si confessa definendosi “ipersensibile e malinconicamente predisposto all’infelicità, parlando di rimpianti (“A mio padre ‘ti voglio bene’ non l’ho detto tutte le volte che avrei voluto“) e ricordando di essere stato un ragazzo di periferia di quelli guardati con sospetto.

La la storia del suo successo è quella di un sogno realizzato contro ogni pronostico e in condizioni avverse.

Vengo da un ghetto alle porte di Milano in cui noi ragazzi, una tribù, ci sentivamo alternativamente i protagonisti della Via Pál di Molnár o i Greasers della 56a strada raccontati da Francis Ford Coppola. Dicevi: “Sono di Rozzano”, e vedevi i volti della gente di città deformarsi, i lineamenti parlare, gli occhi far brillare un pensiero nascosto: “Siete tutti barbari voialtri, tutti balordi, tutti ladri lì nel Bronx.

L’infanzia e l’adolescenza a Rozzano, dove suo padre pugliese era emigrato in cerca di lavoro, lo hanno inevitabilmente segnato, spronandolo però a cercare un riscatto a tutti i costi.

Dove papà era arrivato, a 16 anni dalla Puglia, con due buste in mano e le tasche vuote. Dormiva negli appartamenti in costruzione, viveva di espedienti, cercava disperatamente di far quadrare i conti ogni giorno. La parola povertà la conosco perché su quella soglia noi e tanti altri siamo stati spesso. Il mio compagno di classe che arriva in pieno inverno con una sola scarpa ai piedi tra i banchi delle elementari, nel ’70, non nel 1880, non me lo sono mai più tolto dalla testa (…) Ci chiamavano i terroncelli, c’era ancora e c’è tuttora una forma di razzismo spietata, ma sentirci chiamare ‘terunìn’ ci ha fatto diventare forti, ci ha spinto alla revanche: ‘prima o poi ve la faremo vedere’, pensavamo. Anche con la rabbia, con le risse e con le scorribande spesso scatenate da un insulto di troppo. Essere ironici e autoironici, quando ti trovi ai margini, è complesso.

Una rivalsa che è arrivata in età adulta per Antonacci, dopo diverse porte sbattute in faccia, come ricorda citando il già noto rifiuto ricevuto dal marito di Mara Maionchi, il discografico Alberto Salerno.

Sono stato geometra tirocinante e, nelle pause, suonavo per quelli dell’ufficio, animando la sera, i piano bar o le budinerie dei Navigli. Alberto Salerno, il marito di Mara Maionchi e scopritore di Eros Ramazzotti, ascoltò i miei primi pezzi e mi disse: “Fanno schifo”. Ma io ho sempre pensato che i pazzi fossero loro e che in realtà avevo talento. Ma riconosco di non aver mai mollato nonostante le tante porte in faccia. I primi soldi mi parvero un errore perché la fortuna, ai poveri, sembra sempre uno sbaglio.

Oggi dichiara di voler “restituire la fortuna” che ha avuto, vive con serenità il rapporto col pubblico, anche quello che non lo ama e si definisce uno “schiavo d’amore“.

All’inizio, avevo relazioni lunghe anche quando capivo che l’amore era finito: una follia. Ora sto con una ragazza, Paola, da 14 anni e sogno spesso una libertà che, però, nei fatti, sono incapace di raggiungere. Con Paola, ci scegliamo ogni giorno, ma quando finirà, finirà per lei. Le donne sanno abbandonare meglio degli uomini.

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