The Big Sick, un pachistano in America e un’intelligente commedia romantica (recensione)

Ispirato a una storia vera, la vicenda d’un aspirante comico pachistano che s’innamora d’una ragazza americana parla d’integrazione in modo garbato ma non banale. E i risvolti patetici sono raccontati senza toni strappalacrime. Dal 16 novembre al cinema.

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Lui e lei si amano, ma le differenze sociali e culturali fanno scoppiare la coppia. Lei s’ammala, lui ritorna, l’amore trionfa. La trama di The Big Sick fa temere l’ennesima commediola romantica in salsa patetica. Invece il film riserva sorprese e, pur nella confezione misurata, s’assume qualche rischio raccontando una storia di integrazione.

Il film è diretto con neutra professionalità da Michael Showalter, ma i veri responsabili sono gli sceneggiatori Kumail Nanjiani ed Emily Gordon (lui anche protagonista, essendo un attore di serie tv). Gli autori, coppia nella vita, hanno trasposto qualcosa di autobiografico in questo racconto che parte infatti in chiave autobiografica, con lo stand-up comedian Kumail che nel suo spettacolo racconta ironicamente la propria vicenda di pachistano (e musulmano) trasferito negli Stati Uniti con la famiglia.

Kumail lavora come tassista ma vuole sfondare nel mondo dello spettacolo. Una sera conosce l’aspirante psicologa Emily (Zoe Kazan, nipote di Elia) e s’innamorano. Kumail però subisce le forti pressioni familiari: gli amorevoli genitori gli lasciano molta libertà (hanno accettato che non facesse l’avvocato ma il comico), ma desiderano almeno che il figlio sia un buon musulmano e sposi una donna pachistana. Kumail non si ribella apertamente, ma rifiuta entrambe le cose; finge di pregare e rispedisce sempre al mittente le pretendenti che “casualmente” la madre fa arrivare a casa. Emily scopre tutto e se ne va. Quando la ragazza si ammala Kumail ricompare, e insieme ai genitori di lei, Beth e Terry (Holly Hunter e Ray Romano) si fa carico della questione.

The Big Sick racconta con garbo uno scontro di civiltà: il più delicato da affrontare, perché parlando di musulmani compare giocoforza l’ombra dell’11 settembre (con qualche battuta sull’argomento). Per evitare pesantezze di tono, il carattere del protagonista è addolcito fino all’eufemismo: Kumail è sempre amorevole e compito, all’insegna del politicamente corretto (è la debolezza principale del film). Ma The Big Sick, soprattutto attraverso il confronto tra Kumail e i suoi genitori, è attento nel trattare con rispetto la cultura islamica, in una chiave non scontata per un film americano contemporaneo.

Nella parte dedicata alla malattia, con Emily incosciente, The Big Sick si trasforma in un confronto non banale – con conseguente avvicinamento – tra un giovane immigrato e la solida coppia americana dei genitori di Emily, a loro volta protagonisti del loro interno scontro di civiltà (una diversa estrazione sociale: Terry intellettuale newyorkese, Beth campagnola del North Carolina) che si traduce in due caratteri distinti e non privi di dolorose frizioni.

Così The Big Sick non ripete l’ennesima storia degli alti e bassi d’un amore: e il riavvicinamento, prevedibile, di Kumail ed Emily è il risultato d’un processo di confronto, di riflessione sull’identità e di integrazione tra culture, non chiuso nel microsistema dei protagonisti ma posto in dialogo con l’ambiente sociale che ruota loro intorno. E il racconto del mondo della stand-up comedy di Kumail, con le sue battute talvolta taglienti talvolta più sfumate reagisce con la vicenda principale, offrendole un controcanto ironico e paradossale.

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