Moonrise Kingdom, stasera in tv la dolce fuga d’amore degli adolescenti di Wes Anderson

Appuntamento alle 21.15 su Rai 5 con un altro tassello del cinema meticoloso e ordinato del regista texano, in cui il mondo pare perfetto e immodificabile. Ma all’interno di questo universo ben organizzato opera un principio eversivo, che mira a riscrivere le regole della vita. Proprio come fanno gli amanti adolescenti di Moonrise Kingdom.

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Si potrebbe rimuginare all’infinito sull’enciclopedia cinematografica di Wes Anderson, su questa grande opera che sembra funzionare come un universo chiuso di film che rimandano continuamente l’uno all’altro, perenni variazioni nei quali non solo ritornano spesso gli stessi volti (Bill Murray, i fratelli Owen e Luke Wilson, Jason Schwartzman), ma soprattutto i medesimi temi (la famiglia, la fuga, la morte). Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore, il film stasera in tv su Rai 5, ironizza persino, con la lucida consapevolezza che caratterizza sempre il controllatissimo regista texano, sulla natura ossessivamente iterativa del suo cinema, sin dal prologo, in cui si parla della Young Person’s Guide to the Orchestra, composizione musicale di Benjamin Britten costruita esplicitamente, a fini didattici, come una continua serie di variazioni su un tema di Henry Purcell.

Però fossilizzandosi su questo aspetto, e seguendo i movimenti ortogonali, simmetrici, della macchina da presa di Anderson, si rischia di restare un po’ delusi – per quanto ammirati dalla cura dell’impaginazione visiva –  dalla freddezza matematica della composizione. Eppure Moonrise Kingdom è la storia di un sentimento che sboccia tra due dodicenni difficili e solitari, Sam e Suzy (gli esordienti Jared Gilman e Kara Hayward), i quali addirittura pianificano un’ingegnosa e romantica fuga d’amore. E niente è più lontano di questo dalla freddezza e dall’austerità.

E infatti, a guardarlo con più attenzione, Moonrise Kingdom è un altro esempio tenero e ammirevole del cinema solo apparentemente algido e calligrafico di Wes Anderson. È lo stesso regista ad aver spiegato come funzionano i suoi film: “Io creo regole in maniera ossessiva. Pretendo che i film siano quasi come la matematica. Ma solo per quanto riguarda gli aspetti che hanno a che vedere con la macchina da presa, i tagli, il modo in cui viene usata la musica e cose del genere, non quando si tratta dell’interpretazione”. Ed è infatti sui volti dei suoi protagonisti che bisogna soffermarsi, per capire quanto sotto quella superficie organizzata secondo un ordine apparentemente immutabile, si condensi invece un’energia che preme sugli argini per rompere la perfetta composizione della cornice, e far deragliare il racconto nella direzione del desiderio, dei sentimenti, di un’altra vita possibile.

È quell’energia che si sente dietro la malinconia dei caratteri maschili di questo film: il padre di Suzy (Bill Murray), un uomo chiuso nel triste matrimonio con Laura (Frances McDormand), della cui infelicità sa di essere l’unico colpevole; il poliziotto Bruce Willis, così dimesso e lontano dalla sua icona di maschio alfa; il caposcout Edward Norton che pare nascondere dietro quella piccola autorità più di un fallimento. Tutti uomini sconfitti, e però ancora alla ricerca di un riscatto possibile, di una seconda occasione di felicità. Ed è come se, per loro e per tutti gli altri personaggi del film, la buffa fuga d’amore di due ragazzini nella foresta della fittizia isoletta di New Penzance (un altro di quei mondi isolati e perfettamente autonomi di Anderson, come il college Rushmore) funzionasse come una cartina di tornasole universale, riattivando i desideri e i sogni di ciascuno.

Quell’energia sotterranea, che è voglia di trasformazione, di rottura degli schemi, di rimessa in moto di vite incagliate, in Moonrise Kingdom viene resa palese attraverso due meccanismi: da un lato, appunto, la storia d’amore di Sam e Suzy, che per una volta tinge il cinema di Wes Anderson anche di una delicata sensualità, in un percorso pudico di scoperta dell’erotismo; dall’altro attraverso la forza simbolica prorompente della natura, d’un nubifragio che, letteralmente, rompe gli argini e dà vistosità plastica a tutta quell’enorme forza che giace sotto la patina sterilmente linda di vite che girano ripetitivamente a vuoto.

Guardando Moonrise Kingdom si può poi godere anche della calibratura impareggiabile della messinscena, dei continui rimandi interni del cinema di Wes Anderson (il personaggio di Suzy è chiaramente la versione adolescente della Margot de I Tenenbaum), che in un certo senso racconta sempre la stessa storia di orfani (come Sam) alla ricerca di padri, elemento che spesso ha fatto apparentare il regista texano a Truffaut (di cui ama particolarmente Gli anni in tasca). Ma pur apprezzando questo tipo di analisi, indispensabile certamente per identificare la “poetica” dell’autore, bisogna sempre ricordare di non seguirne pedissequamente il percorso – fin troppo evidentemente tracciato dal suo stesso autore – e invece incamminarsi nei sentieri paralleli e nei deragliamenti dalla regola, per trovare il vero cuore del cinema di Wes Anderson, che è molto più di un cineasta tenero, nostalgico, calligrafico.

Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore (2012), di Wes Anderson, con Jared Gilman e Kara Hayward, Bill Murray, Bruce Willis, Frances McDormand, Edward Norton, stasera su Rai 5, ore 21.15.

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