Prisoners, stasera in tv il thriller con Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal

Appuntamento alle 21.15 con il film firmato da Denis Villeneuve, che firmerà il sequel di “Blade Runner” e il reebot di “Dune”. “Prisoners” conferma il suo talento: una storia senza bianco e nero che parla di colpa e responsabilità, libero arbitrio e fede.

Valutazione:
36
CONDIVISIONI

Nel prossimo ottobre uscirà Blade Runner 2049, sequel del leggendario film di Ridley Scott; e nel frattempo, è notizia di poche settimane fa, è stato confermato il reboot di Dune, tratto dal ciclo di romanzi fantascientifici di Frank Herbert già portati sullo schermo da David Lynch. Ad accomunare entrambi i progetti è il nome dell’autore, il notevole regista canadese cinquantenne Denis Villeneuve, che ha inanellato nell’ultimo decennio, prima in patria, poi negli Stati Uniti, una serie di titoli nei quali ha dimostrato di sapere parlare la lingua dei generi in modo non ripetitivo, erodendoli dall’interno e restituendoli in una forma molto personale – l’ultimo esempio, la fantascienza insieme filosofica e intimista di Arrival.

Un altro ottimo esempio è il suo primo film americano, Prisoners, stasera in tv su Rete 4, con un bel cast decisamente in parte, Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal, Viola Davis, Paul Dano. Durante il pranzo del Ringraziamento tra due famiglie che vivono nella tranquilla provincia della Pennsylvania, i Keller e i Birch, scompaiono le loro bambine. Le indagini, guidate dal detective Loki (Gyllenhaal), portano al fermo di un sospettato, Alex (Paul Dano), il cui caravan era stato visto aggirarsi da quelle parti. Ma l’uomo è affetto da gravi ritardi mentali e viene rilasciato, in mancanza di prove certe.

Prove che è convinto di avere l’impulsivo Keller Dover (Jackman), padre di una delle bambine. E allora rapisce Alex, segregandolo e torturandolo insieme all’altro genitore (Terrence Howard), assai più recalcitrante nell’accettare questa violenza palesemente illegale. Intanto la moglie di Keller cade gravemente in depressione, e il caso si ingarbuglia sempre più, col detective Loki impegnato su diverse fronti e sospettati, che lo portano anche sulle tracce di un vecchio ex prete alcolizzato che, si scopre, anni prima aveva segregato fino a farlo morire un serial killer di bambini che era andato a confessarsi da lui.

Prisoners è un thriller ambizioso, disseminato di tracce che ispessiscono la storia di significati metaforici. Come quello posto in apertura di film, il rito di iniziazione cui Keller sottopone il figlio adolescente, l’uccisione di un cervo, dopo il quale, fiero di quel che ha fatto il ragazzo, gli espone la sua filosofia esistenziale: “Sii pronto”. E infatti nella cantina di casa conserva provviste buone in caso di guerra, perché, come recita l’altro suo motto preferito, “Prega per il meglio ma preparati al peggio”. E il peggio, effettivamente, è dietro l’angolo: così dopo la scomparsa della figlia quest’uomo profondamente religioso – cui Jackman offre un’interpretazione di furia compressa mirabile – non ha dubbi nel passare dalla parte dell’offeso a quella del torturatore, procurando sofferenze ai confini del sadismo e anche oltre ad Alex.

Prisoners ricorda a tratti Il silenzio degli innocenti, per quella capacità di costruire un racconto che, pur parlando di un serial killer, non s’attarda a scandagliare compiaciuto la psiche contorta di un mostro bensì, con un macchina da presa che si muove insinuante, lenta e oggettiva tra cose e persone, racconta un intero ambiente sociale, nel quale la linea di divisione tra bianco e nero, bene e male diventa impercettibile. E infatti ricorre spesso l’immagine di vetri opachi, bagnati dalla pioggia, attraverso i quali il detective Loki – anche Gyllenhaal è bravissimo – fa di tutto per vederci chiaro.

Prisoners porta tutti i personaggi sul limite del punto di rottura – emotivo, fisico, morale –, e invece di distribuire condanne e assoluzioni, racconta un mondo cupo – con la fotografia perfettamente funzionale di Roger Deakins, giocata sull’accumularsi di toni spenti, giallastri, notturni -, segnato ineluttabilmente da ferite profonde, non soltanto individuali. Un film abitato dal paradosso, in cui chi sembra palesemente colpevole forse è solo l’ennesima vittima, e un brav’uomo piegato dal destino può trasformarsi in un efferato criminale.

C’è qualche sbavatura nel finale quando, per la necessità di trovare finalmente il colpevole, prevale una certa meccanicità nello scioglimento del racconto – la sceneggiatura è di Aaron Guzikowski. Ma fino ad allora Denis Villeneuve riesce a costruire un’atmosfera densa e pesante, quasi insostenibile e mai gratuita, sempre sorretta da un punto di vista che usa il plot di genere per una riflessione matura su colpa e responsabilità, libero arbitrio e fede, tradotta in cadenze che in certi momenti fanno pensare, anche per l’argomento, all’Eastwood di Mystic River. Da non perdere.

Prisoners (2013), di Denis Villeneuve, con Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal, Viola Davis, Paul Dano, stasera intv su Rete 4, ore 21.15.

Lascia un commento

NB La redazione si riserva la facoltà di moderare i commenti che possano turbare la sensibilità degli utenti.