Wonder Woman, una supereroina tra femminismo e romanticismo (e tanto kitsch)

Esce oggi il film sulla principessa delle Amazzoni. Finalmente un cinecomic con al centro un personaggio femminile e diretto da una donna. Ma il film assomiglia a un vecchio drammone bellico, riletto in salsa fumettistica. Sfiora il ridicolo involontario.

Valutazione:
32
CONDIVISIONI

Esce oggi Wonder Woman, il film prodotto dalla Warner tratto dal personaggio dei fumetti della Dc Comics creato nel 1941. C’è grande attesa: non poteva essere altrimenti, visti gli elementi in gioco. Su tutti, la questione di genere: Wonder Woman è, se non erro, il primo film di supereroi dai tempi dell’infausto Catwoman con protagonista un personaggio femminile, interpretato da Gal Gadot.

E per la prima volta la regista è donna, Patty Jenkins, l’autrice di Monster (costato 8 milioni contro gli attuali 150), che ha regalato l’Oscar a un’imbruttita Charlize Theron nei panni urticanti d’una serial killer. Gli ingredienti per un film che ponesse in primo piano la questione di genere c’erano tutti, e la risposta della critica è stata subito positiva con un punteggio del 94% sull’aggregatore di recensioni Rotten Tomatoes (per capirsi, gli ultimi film targati Warner- Dc, Suicide Squad e Batman v Superman: Dawn of Justice, avevano racimolato rispettivamente dei tristissimi 25 e 28%). Di conseguenza, pure le aspettative di botteghino sono alte, con una previsione per il weekend d’uscita di circa 175 milioni globali d’incasso.

Il film che ne è uscito, però, sceneggiato da Allan Heinberg, più che femminista sembra un vecchio film bellico romantico, con la supereroina a palpitare per l’eroe (Chris Pine) disposto a tutto per il bene del suo paese. La sensazione è accentuata dalla struttura da film in costume di Wonder Woman: perché dopo un lunghissimo prologo dedicato all’infanzia di Diana la principessa nella terra delle amazzoni (che sguazza nel kitsch), lo scenario diventa quello della Prima guerra mondiale, nella quale l’eroina si getta a capofitto per sfidare il dio Ares, secondo lei colpevole di tutto il male che s’è scatenato sulla Terra.

Siparietti comici a parte (la Diana statuaria di Gal Gadot che s’aggira per Londra con scudo e spada), il film è un’immersione nella durezza della guerra, che Wonder Woman osserva con lo sguardo smarrito d’una bimba per la prima volta posta di fronte all’orrore. Il film è come se andasse in due direzioni: la messa in scena del conflitto mima un realismo (enfatizzato), in mezzo al quale irrompe la supereroina coi suoi mezzi sovrumani. L’effetto, ancora una volta, è molto kitsch, con la bellissima Wonder Woman seminuda che a ralenti s’aggira sul campo di battaglia fermando le pallottole tedesche con effetti visivi alla Matrix.

La Prima guerra mondiale secondo Wonder Woman è proprio da fumetto, col conflitto non come scontro tra nazioni, ma confronto tra dèi che incarnano il bene e il male. Il film avrebbe anche ambizioni più alte, perché la maturazione di Wonder Woman passa attraverso la presa di consapevolezza che, sebbene sia Ares all’origine del male, sono gli uomini a decidere col proprio libero arbitrio se lasciarsi sedurre dal lato oscuro – il “messaggio” purtroppo è esplicitato da tremendi spiegoni. Alla fine Wonder Woman capisce che “solo l’amore può davvero salvare il mondo”. Perché sotto la corazza della dèa batte un cuore romantico, che trepida d’amore per un semplice essere umano. Chissà, col tempo questo scombiccherato fumettone potrebbe diventare un capolavoro camp.

Lascia un commento

NB La redazione si riserva la facoltà di moderare i commenti che possano turbare la sensibilità degli utenti.