Cuori puri, da Cannes 2017 arriva il nuovo cinema italiano (recensione)

Convince l’esordio di Roberto De Paolis, selezionato nella Quinzaine des Réalisateurs. L'amore tra due ragazzi di diversa estrazione è raccontato con uno sguardo documentario, che descrive sia i sentimenti che l’ambiente umano e sociale. Un film che profuma di autenticità.

Valutazione:
33
CONDIVISIONI

Dal festival di Cannes giungono segnali confortanti per il cinema italiano, senza film nel concorso principale, ma con alcune opere interessanti nelle rassegne collaterali, nutrite tutte da un’idea di realismo di sapore documentario. Parliamo de L’intrusa di Leonardo Di Costanzo, documentarista con all’attivo un bel film di finzione (L’intervallo), A Ciambra di Jonas Carpignano (produttore esecutivo addirittura Martin Scorsese), che ha raccontato la comunità Rom di Gioia Tauro portandosi a casa l’Europa Cinemas Label Award, e Cuori puri dell’esordiente Roberto De Paolis, uscito contemporaneamente al festival nelle sale, distribuito da Cinema.

Cuori puri colpisce per l’esattezza dello sguardo, per la capacità di descrivere un mondo con cui l’autore s’è confrontato a lungo prima di trasporlo in immagini, la periferia di Tor Sapienza, disegnata con un approccio che cerca di non sovrapporsi ai luoghi, ma di restituirli nella loro autenticità.

Cuori puri racconta la storia di Simone e Agnese (Simone Liberati e Selene Caramazza, entrambi non professionisti), 25 e 18 anni: nella prima, concitata sequenza lui, commesso in un supermercato, la sta inseguendo perché ha rubato un cellulare. Il ragazzo però s’intenerisce e la lascia andare – e perde il lavoro. Dopo scopriamo che le cose stanno diversamente da come sembrano: nel senso che quello povero è Simone, borgataro figlio di genitori sfrattati con una vita di strada a un passo dalla criminalità; mentre Agnese è una borghese con madre cattolicissima (Barbora Bobuľová), ha fatto voto di castità e si occupa di volontariato con la comunità della parrocchia.

I mondi agli antipodi di Cuori puri finiscono inevitabilmente per incontrarsi: e conta meno il dipanarsi della vicenda sentimentale, che si sviluppa con qualche prevedibilità, quanto la descrizione dei caratteri e dei rispettivi ambienti. Simone rimedia un posto da custode d’un parcheggio: e la precarietà del lavoro, lo squallore del luogo, la complessità della convivenza con la comunità del campo rom che vive lì vicino sono indagate con uno sguardo cinematografico che si prende i tempi giusti, raccontando una storia e insieme fotografando una realtà umana e sociale, senza didatticismi o spiriti di denuncia posticci.

Roberto De Paolis la stessa attenzione la ripone nella descrizione del mondo di Agnese, una comunità di credenti ritratti per una volta non come fanatici bigotti, come dimostra il personaggio di Stefano Fresi, il prete della parrocchia. Simone guarda i rom dall’altro lato dell’inferriata che li separa: e all’inizio accade lo stesso con Agnese, a sottolineare l’estraneità tra due mondi che trovano un punto di contatto nei cuori puri del titolo, nella sostanziale bontà di entrambi, che De Paolis registra con sguardo affettuoso e i due attori, bravi, interpretano con giusto smarrimento e fragilità. E se le musiche ogni tanto aggiungono sottolineature che stonano col realismo dell’assunto, sono bravi nella loro naturalezza gli attori, tra cui è da segnalare, ancora una volta dopo Fortunata di Castellitto, Edoardo Pesce nel ruolo d’un criminale di mezza tacca meno sentimentale di Simone.

Lascia un commento

NB La redazione si riserva la facoltà di moderare i commenti che possano turbare la sensibilità degli utenti.