17 anni (e come uscirne vivi), l’adolescenza è un inferno, ma molto divertente

Esce oggi al cinema la commedia dell'esordiente Kelly Fremon Craig con Hailee Steinfeld. Sulla carta è una tipica commediola scolastica. E invece, grazie all'attenta scrittura dei personaggi, è un intelligente ritratto d'adolescenza, sarcastico e dolceamaro. Da vedere.

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Il solo fatto che a produrre 17 anni (e come uscirne vivi) sia James L. Brooks, eminenza grigia della migliore tv statunitense (Mary Tyler Moore, Taxi, Simpson), nonché regista sensibile di suo (Voglia di tenerezza, Dentro la notizia), dovrebbe farci intuire che il film dell’esordiente Kelly Fremon Craig non è la tipica commediola scolastica. E infatti, nel ritratto di Nadine (Hailee Steinfeld, la sorprendente ragazzina de Il Grinta dei fratelli Coen, pure candidata ai Golden Globes), si nasconde un accorto romanzo di formazione e d’ambiente familiare.

17 anni (e come uscirne vivi) è una bella commedia sull’adolescenza. Ci sono tutti i momenti canonici di questo genere di film: l’insicurezza congenita della ragazza più isolata della scuola, la cotta per il bello e tenebroso, i preparativi del primo appuntamento, il rapporto privilegiato col professore preferito, le schermaglie familiari. Ma questi passaggi obbligati cambiano di senso, e senza rinunciare al ritmo da commedia sbarazzina hanno il coraggio d’uno scavo più serio, dolceamaro, che fotografa ragazzi credibili, senza forzature da cinema indie, dove i protagonisti sono sempre saputelli, iperconsapevoli, immancabilmente eccentrici.

Per apprezzare lo stile di 17 anni (e come uscirne vivi) basta vedere la sequenza della morte del padre di Nadine, senza sentimentalismi, con quella drammaticità veloce e sbrigativa propria delle cose che accadono veramente. Nadine resta sola a combattere con una madre nevrotica (Kyra Sedgwick) e l’odiosamato fratello perfetto Darian (il Blake Jenner del bellissimo Tutti vogliono qualcosa), con un’unica amica a renderle sopportabile l’inferno dell’adolescenza. La quale, però, si fidanza proprio con Darian, gettandola nel panico.

La storia di 17 anni (e come uscirne vivi) è tutta qui: a fare la differenza, banalmente, non è il cosa ma il come. La Nadine di Hailee Steinfeld non è né troppo carina né troppo nerd, e nemmeno eccessivamente intelligente o matura. Le sue inesauste esternazioni verbali, ossessivamente centrate su se stessa, radiografano quella stagione della vita, l’adolescenza, in cui ogni cosa è vissuta con drammatica serietà e aspettative sconfinate. Un’età in cui si è assolutamente certi di ciò di cui si è certi, e per questo estremamente fragili. Allora, come in un film di John Hughes (punto di riferimento inaggirabile, dato che i giovani come li intendiamo oggi sono stati inventati negli anni Ottanta), le uniche àncore di salvezza restano la famiglia – nonostante tutto – e la figura paragenitoriale dell’insegnante – un impagabile Woody Harrelson, che sfugge al cliché del maestro saggio e comprensivo ed è invece ironico, scorbutico, antiretorico, e per questo molto più verosimile (e divertente).

17 anni (e come uscirne vivi) racconta senza eufemismi il rapporto dei giovanissimi con sesso e sentimenti, in quell’andirivieni di disinibizione pudicizia smarrimento proprio dell’età, come mostra il lento avvicinamento a Nadine d’un compagno di scuola asiatico (Hayden Szeto), che, pure lui, non è incasellato in una tipologia predefinita ma viene delineato come un carattere attendibile. Ed è qui, nell’attenzione alla scrittura dei personaggi di Kelly Fremon Craig, anche sceneggiatrice, il merito maggiore di una bella commedia sull’adolescenza, che si fa voler bene.

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