Logan, Hugh Jackman riveste i panni di Wolverine, speriamo sia l’ultima volta

Il nuovo film dedicato al più amato personaggio degli X-Men viene presentato come adulto e "crepuscolare". Ma è un film violentissimo e pieno di cliché. Vorrebbe parlare di come la società manipola e sfrutta i bambini. Ma il primo a sfruttarli, per una compiaciuta esibizione di efferatezze, è proprio "Logan".

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Logan con Hugh Jackman è, pare, l’ultimo film della saga di Wolverine, terzo spin-off del personaggio più amato degli X-Men, diretto da James Mangold che aveva già firmato il precedente Wolverine – L’immortale.

Logan sceglie esplicitamente un tono più adulto: “Un film con bambini, non per bambini”, ha dichiarato il regista. Avrà forse pesato l’esempio di Deadpool, Marvel movie aggressivo e sboccato da 800 milioni d’incasso, che ha dimostrato l’esistenza d’un pubblico non di soli teenager per i film di supereroi (entrambi i film in America sono Restricted).

Logan è pensato come il capitolo conclusivo della saga, il tramonto degli eroi che svaniscono al crepuscolo. “Crepuscolare” è stato l’aggettivo più usato per descrivere il film, che si svolge in un tempo nel quale dei mutanti non c’è più memoria. Logan-Wolverine nel 2029 è un uomo finito che s’arrabatta facendo l’autista di limousine. Gli resta solo il vecchio mentore Charles Xavier (Patrick Stewart), ormai novantenne, che non ci sta più tanto con la testa, accudito oltreconfine in Messico da Calibano, altro mutante sopravvissuto.

All’improvviso compare un’infermiera insieme a una bambina, Laura (Dafne Keen), che chiede aiuto a Logan, perché sono scappate da un laboratorio-lager nel quale si producono in vitro bambini mutanti da trasformare in armi di distruzione. Riluttante, Logan soccorre la ragazzina, fuggendo con lei e Xavier verso il North Dakota, quasi un viaggio pionieristico verso la frontiera.

Aspirazioni adulte a parte, Logan è un film da un lato pieno di cliché, dall’altro d’ipocrisia. Visto che Wolverine è in crisi, ha la barba incolta e beve come una spugna. Il suo tormento interiore è scolpito in una sola frase pensosa: “Capitano cose brutte alle persone che mi stanno a cuore”. Per far capire che sotto la superficie del film di supereroi cova un’anima western, una tv trasmette Il cavaliere della valle solitaria. Ci sono scienziati pazzi e onesti agricoltori immancabilmente angariati dalle cattive multinazionali che coltivano mais transgenico. E il tono cupo e pessimista è preso di peso dall’estetica di Mad Max.

Le ambizioni da ballata elegiaca e matura, soprattutto, franano sotto l’impiego massiccio di violenza. Ecco perché Logan, ultimo film della saga interpretata da Hugh Jackman, è ipocrita: il loser solitario Wolverine si dichiara disgustato da tutto il male commesso, ma sbudella cattivi a più non posso. E la piccola Laura gli dà manforte, con un’aggressività bestiale che, trattandosi d’una bambina, si sarebbe dovuta non dico evitare, ma tematizzare con ben altra lucidità. Il film s’atteggia a riflessione sui crimini che una società cinica e manipolatrice commette ai danni delle creature più indifese, ma non è che un‘orgia compiaciuta di teste mozzate. La cosa naturalmente non impedisce che, subito dopo un’esplosione d’ultraviolenza da stomaci forti, spuntino buoni sentimenti e le lacrimucce facili del finale.

Logan non è nemmeno ideologicamente confuso, raggiunge invece con consapevole cinismo il suo bersaglio. Dispone una confezione esterna da film serio, dentro cui serve la pillola avvelenata – come quelle che il povero Xavier ingolla continuamente per essere tenuto buono e anestetizzato – della peggiore pornografia della violenza.

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