T2 Trainspotting, vent’anni dopo la rabbia si è trasformata in nostalgia

Esce oggi l'attesissimo sequel del cult movie degli anni Novanta. Tornano Renton, Sick Boy, Spud e Begbie. Tornano tutti gli attori, da Ewan McGregor a Robert Carlyle, e il regista Danny Boyle. Ma il passare del tempo si fa sentire. E T2 Trainspotting diventa una meditazione sulle amarezze della maturità.

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T2 Trainspotting, vent’anni dopo arriva il sequel di Trainspotting. Operazione difficilissima, perché pochi film sono epocali come l’originale diretto da Danny Boyle a partire dal romanzo omonimo di Irvine Welsh. Un cult movie, che attraverso le disavventure d’un quartetto di cattivi ragazzi strafatti rivelava un’inedita Gran Bretagna anni Novanta, tra cultura rave, disperazione generazionale, consumismo e dipendenze. Trainspotting impose un’estetica poi imitatissima, colori acidi da trip interminabile e uno stile di racconto acido pure lui, con l’umorismo acre a mostrare una realtà repellente e istericamente divertente.

Su tutto, in Trainspotting imperavano giovinezza, autodistruttività, voglia di provocazione d’un gruppo di scavezzacolli che del futuro parevano preoccuparsi ben poco. Come raccontare personaggi del genere vent’anni dopo, quando il futuro è arrivato davvero, e anzi li ha persino sorpassati, trasformandosi esso stesso in passato?

Per T2 Trainspotting Danny Boyle parte dal romanzo sequel Porno e intercetta Renton (Ewan McGregor) che va a Edimburgo, da cui era scappato due decenni prima col malloppo dell’ultimo colpo sottratto agli amici. Li aveva traditi perché improvvisamente aveva “scelto la vita” e quei soldi gli servivano per ricominciare da capo a Londra. Poco entusiasmante però la nuova esistenza: lavoro insoddisfacente, matrimonio fallito, le cose che succedono alla gente normale. L’unica è tornare a casa dagli amici. Spud (Ewen Bremner) è restato il tossico dolce e ingenuo di sempre, per non impazzire scrive le disavventure d’un tempo su fogli con cui tappezza le pareti della sua topaia; Sick Boy (Jonny Lee Miller) campa ricattando i clienti della compagna-prostituta, di cui filma di nascosto i vizietti inconfessabili; Begbie (Robert Carlyle) è appena evaso di prigione e sogna sempre di vendicarsi di Renton.

Nessuno dei quattro s’è davvero normalizzato: eppure è impossibile, da ultraquarantenni, recitare ancora la parte degli arrabbiati nichilisti. Begbie ormai è impotente; Renton torna mestamente nella sua cameretta d’adolescente, ma non ha la forza di ascoltare i vecchi vinili; Spud imbastisce storie alla disperata ricerca d’un senso della vita. Il gruppo si rimette insieme per provare qualche nuovo colpo, come ai vecchi tempi. E anche Danny Boyle, giocando di effetti di montaggio, luce, inquadrature, inserti e citazioni di Trainspotting, pare tornare ai vecchi tempi. Ma inevitabilmente questo sguardo rivolto all’indietro aiuta a capire quanto il passato sia lontano. Così emergono amarezza, senso di fallimento, nostalgia.

Quello che in questo secondo capitolo può suonare come un tradimento dello spirito dell’originale, è solo il necessario effetto del passare del tempo. Persino Begbie, l’unico che sembra essere rimasto uguale, quando legge i racconti di Spud intuisce che le cose non possono essere più le stesse. Per i fan di Trainspotting, il sequel vent’anni dopo T2 Trainspotting potrebbe essere una delusione. Ma è la delusione inevitabile della maturità, con le aspettative ormai crollate (come gli edifici dei titoli di coda) e gli ingombranti scarti della vita che s’accumulano (l’enorme discarica che campeggia di fronte a casa di Sick Boy).

La notizia è che gli eroi (?) di T2 Trainspotting sono cresciuti, invecchiati, e finiranno per assomigliare alla gente normale. Dovranno farci l’abitudine.

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