La battaglia di Hacksaw Ridge, guerra e pacifismo secondo Mel Gibson

Sei nomination all'Oscar per la storia dell'obiettore di coscienza eroe di guerra. Sembra un film nonviolento. Ma dalla scioccante messinscena delle battaglie emerge il sadomasochismo tipico di Mel Gibson.

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La battaglia di Hacksaw Ridge è stato salutato come il ritorno del figliol prodigo. Cioè Mel Gibson, omofobo, antisemita, alcolizzato, oggi nuovamente osannato da Hollywood. Che l’ha premiato con sei nomination pesanti agli Oscar (film, regia, protagonista) per la trasposizione dell’incredibile storia vera di Desmond Doss (Andrew Garfield). Convinto credente, Doss fu volontario nella Seconda guerra mondiale, ma esonerato dall’uso delle armi. È stato il primo obiettore di coscienza insignito con la Medaglia d’Onore, ottenuta salvando 75 persone sul fronte giapponese.

La battaglia di Hacksaw Ridge racconta la storia edificante di chi grazie alla fede incrollabile s’è spinto oltre le umane possibilità, realizzando un’impresa miracolosa. La prima parte ha una sua morbidezza, con la vita della famiglia Doss prima della guerra (ma il padre è un reduce alcolizzato) e il delicato innamoramento di Desmond per una dolce infermiera.

La seconda parte sul conflitto, invece, non ha nulla d’edificante. Un’immersione disturbante tra corpi smembrati, topi che si cibano di cadaveri, giapponesi crudelissimi, che Mel Gibson restituisce con una messinscena grandiosa, che sopravanza per efficacia persino Salvate il soldato Ryan. Al centro dell’orrore de La battaglia di Hacksaw Ridge si staglia il miracolo rappresentato da Desmond Doss. Che salva tra le macerie i commilitoni feriti, calandoli uno dopo l’altro con una corda lungo una rupe.

Nonostante l’indiscutibile perizia dell’allestimento, La battaglia di Hacksaw Ridge desta perplessità. Il racconto è pieno di quei momenti altamente simbolici che fanno tanto cinema ma che raramente capitano nella vita vera. Da ragazzino Desmond ferisce il fratellino con un mattone, così capisce il valore della fede e si mette a pregare il Signore. Quando poi soccorre un disgraziato finito sotto un’auto, lo conduce al pronto soccorso e lì trova in un colpo solo sia la vocazione da assistente sanitario che l’amore dell’infermiera che sposerà.

Ogni snodo narrativo ne La battaglia di Hacksaw Ridge è paradigmatico sino al semplicismo. Il commilitone prepotente che lo maltratta all’addestramento, in battaglia, ovviamente, si rivela l’amico più fidato. E il padre ubriacone, nel momento del bisogno, saprà trovare orgoglio e dignità per aiutare il figlio.

La battaglia di Hacksaw Ridge di Mel Gibson sembra un film d’altri tempi: colpi di scena prevedibili e personaggi che assolvono ognuno a una funzione definita, immersi nell’enfasi d’una colonna sonora ingombrante.

Sa tutto d’anacronistico, tranne la scioccante messinscena della guerra. Dove trionfa però non l’esigenza di realismo, quanto il sadomasochismo di Mel Gibson noto da La passione di Cristo. Quell’idea contorta secondo cui purezza e senso del divino passano attraverso un lavacro di sacrificio e sofferenza. Infatti l’unico momento in cui il regista mostra deferenza verso i giapponesi è quando ritrae il seppuku d’un ufficiale. Solo nella vocazione al martirio alberga la grazia: sia quello d’un militare che si suicida per onore o quello d’un obiettore di coscienza che si getta nell’inferno – letteralmente, Gibson è affascinato dai lanciafiamme – della guerra armato unicamente della fede. Dietro la sagoma nonviolenta del protagonista, il cinema di Mel Gibson ne La battaglia di Hacksaw Ridge mostra il fanatismo di sempre.

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