La La Land, musical e magia nel film da Oscar con Ryan Gosling ed Emma Stone

Dopo il pieno di Golden Globes e nomination agli Oscar esce al cinema l'attesissimo musical di Damien Chazelle. È pieno di citazioni dei film di Fred Astaire e Gene Kelly. Ma non è un film nostalgico. Perché è consapevole che non si può riportare in vita la Hollywood classica. Bravo Gosling, straordinaria la Stone.

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7 Golden Globes vinti, 14 nomination agli Oscar: La La Land è il film dei record. Comprensibile che la pellicola con Ryan Gosling ed Emma Stone sia stata generosamente ripagata dall’attenzione degli addetti ai lavori. Primo perché, in quanto musical, fa scattare l’effetto nostalgia per un genere che è la quintessenza della Hollywood classica. Secondo perché il musical, con le sue storie spesso incentrate sulla messa in scena di uno spettacolo, è un genere di secondo grado. Uno spettacolo che parla di spettacolo: ideale per un pubblico di professionisti della settima arte e critici cinefili (i votanti dei suddetti premi).

E La La Land è un film sullo spettacolo. I due protagonisti sono l’aspirante attrice Mia (Emma Stone, straordinaria), che passa da un provino infruttuoso all’altro, e Sebastian (Ryan Gosling), pianista ammalato di jazz classico col sogno di aprire un locale tutto suo. I due s’incrociano a Los Angeles e si seducono a suon di canzoni (composte da Justin Hurwitz e scritte dai parolieri Benj Pasek e Justin Paul), un incontro casuale dopo l’altro. Fino a quando sboccia l’amore. La più classica delle storie da musical: “un ragazzo incontra una ragazza”.

A prima vista La La Land sembra un film nostalgico, dato che Damien Chazelle mette in scena un musical che rispetta i canoni dei film di Fred Astaire e Ginger Rogers, Stanley Donen e Vincente Minnelli. È la ragione per cui si dice che abbia ridato vita a un genere estinto. In realtà di musical se ne girano ancora tanti: ma contemporanei. A essere morto è il musical classico, la sua eleganza perfetta, le coreografie inappuntabili, le movenze e persino i sentimenti così definiti e scolpiti. Una magia, questo era il musical. Non era questione di passi di danza, belle voci e bei numeri. Era un mondo che poggiava su un’ideologia e valori precisi: l’ottimismo della cultura americana, una raffinatezza recitata e l’ingenuità di chi crede alle favole. Tutto tenuto in prodigioso equilibrio: come prodigiosi erano la leggerezza astratta di Fred Astaire e l’atletismo elastico di Gene Kelly.

Ma La La Land e Damien Chazelle pensano di riportare in vita questo modello perduto? Sì e no. Sì, se guardiamo alla forma esteriore. Che è piena di cinema: infatti i cinefili si sono sbizzarriti, individuando tutte le citazioni cosparse in La La Land nei numeri di ballo, da Un americano a Parigi e Cantando sotto la pioggia ai musical francesi di Jacques Demy (che già sono un omaggio ai classici) o West Side Story. Poi Mia parla di Casablanca, Susanna, Notorious. E il primo appuntamento degli amanti è ovviamente al cinema, a guardare Gioventù bruciata. Lì scoccherà la scintilla. Perché è il cinema che ci fa innamorare, e siamo tutti amanti appassionati del cinema.

Sotto la forma esteriore, però, La La Land mostra una sostanza diversa, figlia della consapevolezza cinefila – e teorica – di Damien Chazelle. Basta vedere la sequenza d’apertura, un ingorgo che si trasforma in un numero alla West Side Story, con diversi generi musicali mescolati. La macchina da presa segue con fluidità i singoli ballerini, fino a quando si alza per inquadrare dall’alto il totale della scena. Sembra quasi che il film stesso e il suo autore restino senza fiato di fronte alla potenza espressiva che possiede il musical in formato cinemascope. È come se Chazelle avesse messo in scena un numero di danza molto articolato per fare un esperimento in vitro sul genere, per testarne la forza visiva. L’esame è superato. Il dispositivo narrativo si può usare, il film può cominciare. Infatti solo a quel punto compare il titolo, “La La Land”.

Il film nasce dalla precisa consapevolezza di star ricorrendo a uno strumento che appartiene a un’altra epoca e cultura. Quindi è impossibile crederci fino in fondo. La La Land oscilla continuamente tra la voglia di abbandonarsi ingenuamente alla bellezza del racconto e dei numeri di danza (una felicità che traspare soprattutto nei momenti toccanti dell’innamoramento tra Sebastian e Mia), e una forma di distacco che deriva dal fatto di sapere perfettamente che quanto si sta mettendo in scena è nient’altro che cinema, per di più esemplato su di un cinema pregresso.

Da un lato c’è Sebastian che ribatte indignato alla sorella: “Perché hai detto romantico come se fosse una parolaccia?”. Dall’altro le amiche che invitano Mia a una festa dicendole: “Quando ti capita di vedere a un party tutti gli stereotipi di Hollywood in un colpo solo?”. Romanticismo e cinismo, appunto. Desiderio di buttarsi a capofitto (come il ballerino che si tuffa in piscina) e lasciarsi andare alla magia del cinema; e lucidità di chi conosce l’ingannevolezza dei sogni di celluloide. Che ti irretiscono, ma non ti cambiano la vita. Perciò nell’esatto istante in cui Sebastian e Mia stanno per baciarsi la prima volta, al cinema in cui proiettano Gioventù bruciata, la pellicola si spezza. E l’incantesimo finisce. L’unico modo che i due protagonisti hanno per mantenerlo in piedi è andare all’Osservatorio Griffith, dove quel film fu girato. Se la finzione si rompe, insomma, l’unica è prendere la realtà e darle la forma di una finzione ulteriore.

Persino la goffaggine di Ryan Gosling ed Emma Stone come cantanti e ballerini è resa funzionale al discorso di Damien Chazelle. Incespicano non perché non sono abbastanza bravi: ma perché il fondale di cartapesta davanti al quale gli attori della Hollywood classica si esibivano impeccabili, impalpabili, irraggiungibili, è stato tirato giù da un pezzo. Quindi quella perfezione (quel mondo) è ormai inattingibile. I nuovi cantanti e ballerini perciò si arrangiano, fanno quello che possono. Il finale poi, che non sveliamo, ribadisce in maniera lampante che il cinema è un bellissimo sogno a occhi aperti, ma completamente artificiale. E tutti noi, non solo Sebastian e Mia, sappiamo che se pure lenisce qualche sofferenza, non può influire sulla realtà.

Alla cinefilia carezzevole dei nostalgici che si fanno cullare dalle stupende immagini in bianco e nero della Hollywood dei bei tempi, La La Land oppone una cinefilia di tipo diverso. Il film da Oscar con Ryan Gosling ed Emma Stone continua a celebrare religiosamente quella bellezza. Ben sapendo, però, che è inattingibile. Per cui il film è una sorta di frustrante fatica di Sisifo. Insegue quello che non potrà mai raggiungere. Sia esso il cinema o l’amore. Il sentimento di La La Land non è la nostalgia: è la malinconia.

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