Il revival di Gilmore Girls – Una Mamma per Amica? Grande operazione nostalgia ma qualcosa è andato storto

Il revival di Gilmore Girls - Una Mamma per Amica tra luci ed ombre: la recensione dei nuovi episodi su Netflix

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Quanto tempo è passato, sembrano anni“. Così le Gilmore Girls hanno ritrovato il loro pubblico salutando i telespettarori all’inizio del revival di Gilmore Girls – Una Mamma per Amica prodotto da Netflix: il dialogo tra Lorelai e Rory con cui si apre il primo episodio Inverno è un evidente riferimento alla lunga attesa del pubblico, che per quasi un decennio ha sperato di avere un finale degno e credibile per la saga delle ragazze di Stars Hollow dopo la deludente settima stagione.

Il primo episodio introduce nuovamente lo spettatore in quel luogo ideale che sembra fuori dal tempo e dallo spazio: Stars Hollow è praticamente identica a prima e le due Gilmore sembrano muoversi tra le stradine della città come se nulla fosse cambiato. Un paese in cui il centro nevralgico è ancora il gazebo sotto cui si ritrovano, all’inizio come alla fine del revival, le due protagoniste: un posto in cui non c’è buona ricezione per i cellulari, in cui si discute solo nel 2016 di sostituire le fosse biologiche con vere fogne, in cui si canta per strada e si organizzano improbabili Festival.

All’immobilismo della città sembra corrispondere quello delle protagoniste, con Lorelai alle prese col lavoro alla locanda senza la sua spalla Sookie (“è in una baracca senza ricezione che cerca di far crescere ananas da attaccapanni” spiega Michel giustificando la sua assenza allo spettatore) e la convivenza con Luke, Emily vedova dopo la morte di Richard avvenuta serenamente quattro mesi prima e una Rory giramondo che non ha né una stabilità né professionale né sentimentale.

La prima vera sorpresa del revival riguarda proprio lei: mentre tutti si chiedevano a quale “team” fosse pronta ad appartenere (l’eterna rivalità tra Dean, Jess e Logan) ora che ha 32 anni, si scopre che Rory è fidanzata con un certo Paul, un nerd dalla personalità impercettibile al punto che tutti si dimenticano della sua stessa esistenza, a partire da Rory che non si ricorda nemmeno di lasciarlo! Questo è il primo vero elemento spiazzante del revival: chi è questo Paul, come è entrato nella vita di Rory e come sia possibile che abbiano una relazione di due anni se Paul è l’esatto opposto di tutti i ragazzi che Rory ha avuto finora? Il mistero resterà praticamente irrisolto, ma quelle che lo riguardano sono efficaci parentesi comiche.

Se la parte comica è riservata a Rory e al suo fidanzato, oltre che alle sue traversie lavorative, quella drammatica è affidata al ricordo di nonno Richard che informa in tutto il revival: un flashback dalla cerimonia ricorda l’addio doveroso al patriarca Gilmore (l’attore Edward Herrmann che lo interpretava è morto nel 2014) sulle note di Time di Tom Waits e introduce un classico scontro alla Gilmore tra Lorelai ed Emily, con le solite recriminazioni tra due personaggi che continuano dopo anni a ritenersi troppo distanti, da parti diverse della barricata, e ad incontrarsi solo quando entrambe si ritrovano nei panni dell’altra.

Tutto l’inizio del revival è una riproposizione di quel mondo ovattato che è sempre stato Gilmore Girls – Una Mamma per Amica: dialoghi brillanti, riferimenti alle passioni delle protagoniste, i rapporti interpersonali rimasti come un tempo. Ma veniamo alle prime note dolenti: il revival è ambientato tra il 2015 e il 2016 eppure la vita delle protagoniste sembra rimasta ferma al 2007. Rory non ha ancora realizzato nulla di concreto nel suo lavoro e per quanto possa essere realistico rappresentare la crisi del mondo del giornalismo attraverso le sue difficoltà di inserimento nel settore, questa nota appare un po’ stonata. In quasi un decennio il suo lavoro non ha avuto la minima evoluzione positiva, ad eccezione di qualche pubblicazione sporadica. L’abbiamo lasciata nel 2007 col suo primo impiego come cronista della campagna elettorale dell’allora senatore Barack Obama per un sito online e la ritroviamo a mendicare a Condé Nast la possibilità di scrivere articoli sulle “file a New York”? Che addirittura un piccolo genio come lei, con la sua cultura sterminata, un brillante talento, una laurea in giornalismo a Yale e una buona dose di ambizione, non sia riuscita nemmeno a trovare un minuscolo impiego, è un messaggio forse verosimile ma piuttosto deprimente.

L’altra nota stridente riguarda Lorelai: anche in questo caso sembra che il tempo si sia bloccato. Il suo rapporto con Luke è fermo a quando li abbiamo lasciati insieme nel 2007, convivono sereni ma senza aver messo su famiglia, ma soprattutto è assurdo che pensino di avere dei bambini solo quando Lorelai ha ormai 48 anni e le possibilità di averne sono quasi nulle. Sembra quasi che i nove anni di tempo in cui le Gilmore non sono state in onda non vi siano stati, che per i Palladino la trama si sia fermata alla settima stagione, o forse anche prima, visto che la sesta è l’ultima che hanno firmato prima di rompere con Warner Bros. Sarebbe stato molto più credibile ritrovarli con dei pargoli già cresciuti, piuttosto che scoprire all’improvviso che – guarda caso – Luke avrebbe voluto dei figli ma ormai per l’orologio biologico di Lorelai è troppo tardi. Certo, questo avrebbe voluto dire, per il pubblico, non assistere alla gravidanza di Lorelai, ma di sicuro riproporre l’argomento in questo modo ha reso tutto poco realistico: questi due personaggi davvero non hanno mai parlato prima di un argomento così importante?

A venire in soccorso a questa parte della storyline poco brillante è arrivata lei, la vera star di questo revival: Paris Geller, una straordinaria Liza Weil che impersona “la Pablo Escobar della fertilità (ipse dixit). Medico e avvocato, ma anche esperta di architettura neoclassica e perfino odontotecnico abilitato, è l’ex moglie di Doyle con cui ha fatto due figli che – la storia si ripete – la odiano preferendole la tata. Nevrotica ma brillante donna in carriera, è lei a dare una scossa di adrenalina sin dal primo episodio. Affidandosi al centro per la procreazione assistita in cui Paris lavora, Luke e Lorelai sembrano mettere fine una volta per tutte all’idea di avere un figlio, accontentandosi di una famiglia allargata in cui entrambi fanno da genitori anche ai figli dell’altro. Prima che Luke e Lorelai affrontino in questo revival una crisi profonda, dovuta alle rispettive insoddisfazioni, sembrano come rimasti ibernati per anni. E perfino l’idea della gravidanza viene affrontata e poi lasciata cadere senza troppe spiegazioni. Se a questo revival manca qualcosa, oltre alle risposte che non avremo, è proprio questo: al dinamismo dei dialoghi non corrisponde altrettanto dinamismo della trama, troppo statica perché presume anni di immobilismo.

Se a Stars Hollow tutto è rimasto uguale, a cambiare sono i riferimenti delle protagoniste: le citazioni, un grande serbatoio da cui abbaverarsi per le Gilmore, si va da classici come Cyrano de Bergerac a Sulla strada di Kerouac e Dorothy Parker a idoli contemporanei come Lena Dunham, Blake Shelton, Jennifer Lawrence (nuovo mito di Michel, che una volta era pazzo di Celine Dion), dall’immancabile Il Padrino alle nuove tecnologie come Uber, Linkedin e Twitter. Noam Chomsky era l’idolo di Rory e Paris e ora lo è di April, giovane appassionata antifascista e nerd che si batte per la legalizzazione della cannabis, ma soffre di ansia come molti adolescenti di oggi. Se una volta si citavano i Sopranos o È nata una stella, oggi in casa Gilmore si guarda la serie The Revenant. E si citano Tori Spelling, Maggie Smith, il libro Wild (che spinge Lorelai a cercare di ripercorrerne le tappe in cerca di se stessa), Starbucks, Mangia Prega Ama, Katy Perry, Buffy, il Trono di Spade, Kiefer Sutherland. Qualche accenno di modernità nel revival di Gilmore Girls – Una Mamma per Amica c’è anche nel tentativo di introdurre le tematiche LGBT, con Michel che per la prima volta racconta di essere fidanzato con un uomo e di avere voglia di mettere su famiglia, ma anche con Taylor che prova ad organizzare un gay pride a Stars Hollow non riuscendoci perché non ve ne sono abbastanza. Eppure è bello vedere come la tecnologia non ha cambiato i personaggi: Lorelai e Rory non twittano, non usano Facebook e non si mandano note vocali su WhatsApp, ma comunicano ancora col telefono, coi messaggi o le mail come una volta.

Totalmente assente da questo revival ogni riferimento all’attualità politica americana: se la scapestrata scrittrice di cui Rory intende scrivere una biografia accenna alla Brexit (“Voterò a favore, tanto è un voto di protesta che non passerà mai“), nessun cenno è stato fatto nei confronti della sfida presidenziale, dovuta all’impossibilità di prevedere l’evoluzione della campagna con le riprese concluse diversi mesi fa. Di sicuro la coincidenza temporale non aiuta: il revival si conclude idealmente proprio a novembre 2016 ed è difficile pensare che Rory non abbia un minimo interesse ad occuparsi di politica. Vero è che il suo sogno di diventare una giornalista sembra ormai svanito e che quel settore, come ammette lei stessa, non le ha permesso di fare carriera, ma nella serie originale Rory era una fan sfegatata di Hillary Clinton. Evidentemente, è stato impossibile per gli sceneggiatori provare ad inserire qualunque tipo di riferimento nelle condizioni date. O forse lo hanno volutamente evitato per non avere nulla a che fare con la velenosa campagna elettorale all’epoca in corso.

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L’episodio meno efficace di tutto il revival è certamente il terzo, con il musical a Stars Hollow che occupa troppo spazio nella trama, ma se c’è qualcosa di incredibile in questo revival è il modo in cui si è riusciti a rimettere tutto assieme, senza lasciare indietro assolutamente nulla: ci sono tutti i personaggi principali e secondari, perfino quelli marginali (da Tristin a Francine alla Chilton passando per la sorella di Luke e TJ, sentiti al telefono) o immaginari (anche stavolta il vero Paul Anka viene in sogno a Lorelai) fanno la loro piccola apparizione, come se fosse necessario ricomporre lo stesso identico mosaico andato in pezzi anni prima. Ed è proprio questa necessità di far sì che tutto si tenga insieme come una volta che rende questo revival perlopiù celebrativo. Non si va granché avanti nella trama ma si torna quasi sempre alla preistoria dei 16 anni di Lorelai, quando tutto è iniziato, o a quelli di Rory, quando stava diventando una donna. Ci sono il cinema di Kirk che dopo aver scopiazzato la app Uber si lancia nel suo secondo cortometraggio dopo il primo in bianco e nero presentato nella quarta stagione, c’è la Chilton incredibilmente sempre uguale, c’è la suola di danza di Miss Patty e il carrozziere di Gipsy (con l’attrice che in questo revival interpreta anche la nuova domestica di Emily), c’è perfino il signor Kim, il padre di Lane praticamente mai visto per tutte le sette stagioni di Gilmore Girls – Una Mamma per Amica. Emily rivede ancora, per l’ultima volta, le Figlie della Rivoluzione Americana, e c’è perfino la stilista di famiglia che si occupa dell’abito per il matrimonio di Lorelai. E ancora, c’è la banda degli affascinanti svitati di In Omnia Paratus, riapparsa nel momento in cui c’è bisogno di ricordare a Rory che deve tornare a rischiare, ovvero con la stessa funzione che aveva nella serie originale.

rory2Ma veniamo proprio a Rory, la vera protagonista del tanto attesa finale. Mentre è fidanzata con l’invisibile Paul, ha una relazione aperta con Logan, mentre non ha rapporti “ravvicinati” con Jess, con cui conversa amabilmente sulla sua vita in fase di stallo, o Dean, rimasto un sempliciotto di provincia oggi padre di famiglia. Come sempre, quando c’è di mezzo il giovane rampollo Huntzberger, Rory fa cose che non sono da lei, del tipo avere una relazione aperta con una persona che sta per sposarsi. Rory non era fatta per una relazione aperta all’epoca e non lo è certo ora a 32 anni. Eppure Logan è come una droga per lei, qualcosa di cui non riesce a farne a meno. Mentre Jess, che in teoria dovrebbe essere il più screanzato di tutti, alla fine si rivela la coscienza di ognuno. Quella di Luke quando è in piena crisi con Lorelai, ma soprattutto quella di Rory, indicandole la via giusta per uscire dal pantano: scrivere un libro sulla storia del rapporto con sua madre.

A tratti questo revival sembra riassumere tutto il ciclo dei primi 7 anni in questi quattro episodi, tra momenti di felicità e di crisi che si alternano come un tempo. Un esempio su tutti: anche stavolta, quando Lorelai decide di sposarsi, è lei a chiederlo a Luke. E il fidanzamento avviene nel momento in cui ha litigato con Rori, dopo averle negato il permesso di scrivere la loro storia. Con la loro riappacificazione appare anche la prima bozza del libro The Gilmore Girls, che Lorelai sceglie di non leggere finché non sarà finito: la sua storia, i rapporti con sua madre, la scelta di crescere da sola sua figlia, sarà tutto nero su bianco. E si intitolerà Gilmore Girls (“Così è più pulito“). L’idea di metatv che sta in questo espediente non è del tutto nuova (anche Dawson’s Creek finisce con Dawson che gira una serie tv sulla sua storia e One Tree Hill diventa una serie ispirata al libro di Lucas girata da Julian), ma è perfettamente coerente con la serie: l’amore di Rory per la letteratura, la sua passione per la scrittura e la sua necessità di raccontare confluiscono perfettamente in questa scelta suggerita da Jess, che guarda caso ha fondato una casa editrice. Sarà lui a pubblicare il libro di Rory qualora non trovasse editori interessati? Non lo sapremo fino alla fine, ma possiamo facilmente presumerlo.

In definitiva la trama è rimasta sostanzialmente allo stesso punto di partenza senza grossi scossoni, se non per le nozze di Lorelai e Luke, ma di questo matrimonio c’era già il sentore alla quinta stagione quindi era ampiamente atteso. La grande e vera novità è arrivata soltanto con la scena finale, con la confessione di Rory che racconta alla madre di essere incinta. Di Logan? Forse. Ma non è questo il punto. Rory ha lasciato Logan, destinato per obblighi di famiglia a sposare un’ereditiera francese. E nonostante sia ancora spiantata alla sua età sembra pronta ad affrontare la sfida più grande: crescere da sola suo figlio come sua madre ha fatto con lei. Il ciclo della vita si ripete ma non si chiude: il revival ci lascia con questo cliffhangher che era nella testa della creatrice Amy Sherman Palladino sin dal principio.

Il fatto che Rory vada a parlare col padre Christopher è sintomatico del fatto che vuole capire come crescerebbe questo bambino senza un padre. Il parallelismo tra le due coppie (Lorelai-Christopher e Rory-Logan) è fin troppo evidente e scontato. Eppure c’è qualcosa che non quadra: per quanto in certe abitudini sia simile a sua madre, caratterialmente Rory è molto diversa da Lorelai. Sua madre era una contestatrice dell’ordine costituito, una ribelle in una famiglia di conservatori, una che amava colorare fuori dalle righe, cercare la sua indipendenza a tutti i costi e fuggire dalla gabbia dorata della vita borghese dei suoi genitori. Mentre Rory è sempre stata a suo agio nell’ambiente dei suoi nonni, tra i privilegi della Chilton prima e di Harvard poi, così come ha tentato di entrare nella vita di Logan adattandosi alle pretese della sua famiglia. Istinto e ragione, imprudenza e saggezza: Lorelai e Rory sono sempre state agli antipodi per indole e temperamento. Quindi l’idea di mettere Rory sullo stesso percorso di vita che ha avuto sua madre, per quanto narrativamente serva a chiudere un cerchio, è anche straniante per lo spettatore.

Che questa sia la fine voluta dalla Palladino è certo, probabilmente se questo finale fosse arrivato all’epoca della prima stagione quelle parole conclusive (“Mamma”. “Sì”. “Sono incinta”) avrebbero dovuto essere pronunciate a due voci, ma l’eccessiva attesa ha fatto sì che a Lorelai fosse negata la possibilità di diventare ancora madre per evidenti limiti legati all’età e per la scelta degli showrunner di non renderla già madre all’inizio del revival.

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Quello che lascia spiazzati di questo revival e lascia sperare che ci siano nuovi episodi in cantiere è che alla fine troppe domande sono rimaste inevase: Rory terrà il suo bambino? Chi sarà il padre? Riuscirà a pubblicare il suo libro? Come cambierà il rapporto con sua madre dopo la sua maternità? Forse a queste domande non è dato avere risposta. O forse preludono ad un potenziale spin-off dedicato al personaggio di Rory, ma qui si sonda davvero un terreno iper-ipotetico. Per ora il cerchio della vita si completa perfettamente non solo con Rory che resta incinta senza avere un compagno come all’epoca sua madre, ma anche con Lorelai che torna da Emily a chiederle aiuto per ampliare la sua locanda, con l’anziana che accetta di buon grado in cambio di averla ospite a per le feste nella sua nuova casa, proprio come era accaduto 16 anni prima quando le due riallacciarono i rapporti in seguito al prestito per le rette della Chilton di Rory. Gilmore Girls – Una Mamma per Amica torna al principio e lo fa con un bel mix di romanticismo, ironia, nostalgia.

Tra le pecche va annoverata anche l’eccessiva lunghezza degli episodi: 90 minuti sono davvero troppi, tanto è vero che si ha la sensazione di guardare almeno 3 episodi in uno, con lo stesso effetto che fanno i film di Sex and the City. Abituati ad episodi da 40 minuti, questi veri e propri film dovevano come minimo essere rilasciati a distanza di tempo gli uni dagli altri, come suggerito dai creatori.

In definitiva, di sicuro non si può dire che, nonostante i difetti non manchino a questo revival, l’operazione di Netflix non sia riuscita a rimediare a quel brutto finale di 9 anni fa. Stavolta i pezzi del puzzle sono tornati al loro posto, ma hanno anche lasciato enormi interrogativi, al punto da risultare per molti deludente rispetto alle attese.

Luci ed ombre, si diceva, per un viaggio che è sostanzialmente un’operazione nostalgia, destinata a cullare i ricordi degli affezionati alla serie originale ma probabilmente a non venire incontro alle pretese del pubblico più giovane, abituato a nuovi e più dinamici linguaggi narrativi. Soprattutto perché è un revival più d’atmosfera che di sostanza, più ricco di rievocazioni che di trama vera e propria, visto che l’unico grande colpo di scena avviene soltanto nell’ultima scena, dopo ben 360 minuti. Vale la pena continuare con nuovi episodi? Per un fan della serie la risposta sarà sempre affermativa, perché la curiosità vince su tutto, ma se questa doveva essere davvero la fine del viaggio per le Gilmore, nelle intenzioni dei creatori, è giusto che sia così. E il pubblico se ne farà una ragione.

Commenti (2):
Sara

Una recensione fin troppo positiva.
Io guardavo Gilmore Girls – sebbene col dovuto distacco e non da fan adorante – ed ero ben disposta anche verso questo revival, ma proprio perché mi aspettavo una nostalgica messa in scena senza pretese, ma comunque piacevole.
Invece quello che mi ha deluso, oltre alle evidenti falle elencate – prima fra tutte l’immobilità delle storyline e i ridicoli tentativi di farle progredire nel Revival stesso (la cosa più triste e patetica è quella dei surrogati, che cade miseramente, dato che l’aspetto stesso dei protagonisti è cadente); quello che mi ha lasciato più allibita, dicevo, è la scelta di rendere deprimente un prodotto che si era sempre distinto per la sua leggerezza.
Perché, lungi dal volerlo considerare un capolavoro della serialità, Gilmore Girls era semplicemente un prodotto cruccio, leggero e piacevole, e tale doveva rimanere perché pretendere di farlo assurgere a drammatico racconto di vita e di formazione, non avrebbe fatto altro che snaturarlo e ridicolizzarlo, come di fatto è avvenuto in questo revival, che ha la pretesa di prendersi troppo sul serio, con Lorelay che “avverte la propria mortalità” e Rory che è una trentaduenne senza arte né parte al tempo della crisi.
Se volevano operare un salto di qualità, allora dovevano farlo per bene, prevedendo delle storie credibili che avessero avuto un’evoluzione credibile in questi dieci anni di buco. L’unica evoluzione plausibile è quella della matriarca della famiglia, Emily, che si avvia serenamente verso il tramonto, anche con qualche consapevolezza diversa e un rinnovato atteggiamento. Le due protagoniste invece…stendiamo un velo pietoso.
Imbarazzante e poco riuscito anche il tentativo di infilare a tutti i costi i personaggi di contorno, appiccicandoli qua e là come delle figurine senza senso e senza peso. Prima, anche se di contorno, avevano delle storyline, seppur minime.
E poi la terribile morale che si cela alla fine di tutto questo, la trovo veramente imbarazzante. Che starebbe a significare? Che il cerchio della vita si chiude con la protagonista che, dopo averci ammorbato per anni con le sue eroiche imprese, che rasentavano la perfezione, diventa una ragazza madre di provincia, esattamente come sua madre? Quasi a dire che la mela non cade mai troppo lontano dall’albero? E che fra altri dieci anni forse sposerà il suo Luke (ovvero Jess, anche se più moderno), continuando il tira e molla con il suo amore impossibile Logan/Christopher?
Pessimo davvero.

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