Il sogno di Francesco: il giullare di Dio racconta la crisi del nostro tempo

Elio Germano è il santo di Assisi nel film di Renaud Fely e Arnaud Louvet. Ciclicamente, il cinema torna a raccontare la figura affascinante di Francesco. E come fu per Rossellini e la Cavani, la sua storia diventa il tramite per trattare questioni che riguardano l'uomo di oggi.

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Da quale ragione nasce Il sogno di Francesco, nuova incursione cinematografica nella vita del santo di Assisi firmata da Renaud Fely e Arnaud Louvet con Elio Germano? Come ha detto Franco Cardini, “ogni generazione sente la necessità di fornire la sua versione del suo Francesco, d’interrogarsi su quel che egli ha da dirle”. Perché la storia del giullare di Dio è un crocevia di suggestioni potenti: la fede vissuta come gioia, l’utopia del modello comunitario all’insegna della povertà, l’integrazione edenica con la natura, l’insofferenza per le gerarchie (fino al dissenso con l’autorità papale). Suggestioni che suscitano domande che dal tempo di Francesco si proiettano con forza sul nostro.

Roberto Rossellini in Francesco giullare di Dio rifletteva sullo scandalo della diversità, e trovava nel poverello di Assisi l’esempio di un anticonformismo che non è sconfitto dalla storia ma fa proselitismo (il finale coi frati che vanno a evangelizzare il mondo). E pensiamo a Liliana Cavani: in Francesco d’Assisi (1966) assorbì le suggestioni della controcultura e rese il santo un testimone del dissenso cattolico; mentre nel Francesco del 1989, alla fine d’un decennio euforico ed edonista, lo raccontava come un emarginato destinato alla sconfitta in un’epoca che muoveva in tutt’altra direzione.

Il sogno di Francesco non fa eccezione. Dichiarano i due registi: “Il XIII secolo italiano assomiglia molto all’oggi: l’esplosione delle ineguaglianze, le guerre quasi endemiche, la concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi, gli esclusi che devono lasciare il loro paese e vagare senza fine”. Perciò, volendo rimandare a una contemporaneità in crisi, il film ritrae il francescanesimo come un’utopia che capitola sotto il peso della storia.

Ne Il sogno di Francesco lo scacco è esemplificato dal rapporto col fraterno amico Elia da Cortona (Jérémie Renier). Francesco non è disposto, con la sua intransigenza tranquilla, a modificare la Regola redatta per l’Ordine, incardinata sul dettato del Vangelo, voto di povertà, diritto alla disobbedienza di coscienza, fratellanza universale – ragioni che spingono il papa Innocenzo III a giudicarla “buona per i porci”. Elia invece costituisce l’anima “realista” del francescanesimo, che cerca una mediazione politica per far accettare la Regola, emendandola dei passaggi più problematici. E Francesco commenta: “Abbiamo escluso i più deboli”. Così l’Ordine è fondato, ma dell’utopia non resta più nulla.

Il sogno di Francesco è l’itinerario di una sconfitta, che del francescanesimo narra non la nascita ma la crisi. Così il Francesco di Elio Germano, pur sorretto da un grande forza interiore, sembra esausto, piagato dalla malattia che esplode in corrispondenza del processo di normalizzazione della Regola. E infelice è anche Elia, tormentato dal pensiero che la sua opera diplomatica abbia tradito l’ideale.

Il sogno di Francesco ha uno stile spoglio che, se testimonia la fedeltà a un’idea di povertà anche espressiva, dà all’insieme un’aria statica, come estenuata per mancanza di energia. Così il film sembra inerte, poco incisivo. Ma è uno stile che trasmette una sensazione di fallimento complessiva, che dal tempo di Francesco si proietta su quell’altro tempo, contemporaneo, richiamato in filigrana dalle immagini.

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