I magnifici sette, un fiacco remake del classico western di John Sturges

Antoine Fuqua rifà un classico del cinema americano, con un cast di stelle, Denzel Washington, Chris Pratt, Ethan Hawke. Ma il regista non crede al mito del west, e si limita a rileggere il genere mescolando citazioni che vanno da John Ford a Sergio Leone.

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Quando gli hanno proposto di girare un remake de I magnifici sette, Antoine Fuqua si è chiesto: “Perché fare un western adesso? L’idea della tirannia, ancora così attuale, ecco cosa mi ha spinto ad accettare. Serviva un gruppo speciale di persone, unite per combattere la tirannia”.

E allora eccolo il tiranno de I magnifici sette, Bogue (Peter Sarsgaard), cattivissimo uomo d’affari che compie una strage e brucia addirittura una chiesa, per obbligare una pacifica comunità a vendergli i terreni su cui impiantare una miniera d’oro. Bogue ammannisce ai malcapitati il suo sermone dal pulpito, in cui annoda la democrazia al capitalismo e al volere di Dio. E qui dovrebbe annidarsi l’anima critica del film, la velenosa riflessione sul capitalismo come fede laica d’una nazione che mescola fino a confonderle religione del denaro e spiritualità. In realtà questo è poco più d’un paesaggio morale di sfondo, che fa subito spazio a un impianto robustamente spettacolare nel quale, al massimo, emerge il tema della vendetta.

I magnifici sette, scritto senza molte finezze dal Nic Pizzolatto di True Detective e Richard Wenk, ha una struttura narrativa elementare, nella quale alla strage del prologo segue la selezione del gruppo degli eroi. Che rispecchiano l’egualitarismo meticcio su cui si fondano gli Stati Uniti: quindi ci sono desperados messicani, irlandesi gaglioffi, ex soldati nordisti e sudisti, indiani americani e anche un cinese, necessaria concessione a un mercato cui Hollywood guarda insistentemente.

I magnifici sette di Antoine Fuqua non ha ovviamente relazioni con I sette samurai di Akira Kurosawa e manca anche della compostezza della versione di John Sturges, che assorbiva la mitologia d’una tradizione cinematografica in cui si riconosceva pienamente. Invece Fuqua rilegge il mito dall’esterno, come se non gli appartenesse. E allora il genere prescelto diventa un vocabolario cui attingere con disinvoltura, mescolando classici, western spaghetti, crepuscolari, revisionisti.

Perciò ognuno dei personaggi è portatore di elementi appartenenti ai diversi sottogeneri. Il leader Denzel Washington è l’eroe granitico classico (però nero, ed è impossibile non pensare a Mezzogiorno e mezzo di fuoco), Chris Pratt, bravo con le carte e la pistola, è un guascone alla Trinità; il pistolero problematico Ethan Hawke aspirerebbe alla consapevolezza tragica del Doc Holliday di Sfida infernale, mentre il fatalismo ilare della sua amicizia con Byung-Hun Lee ricorda i Redford-Newman di Butch Cassidy; l’indiano Martin Sensmeier ha la nobiltà dei pellerossa del tardo Ford, mentre l’unico carattere più originale è il trapper misticheggiante Vincent D’Onofrio.

Lo stile de I magnifici sette si adatta di conseguenza: dolly alla Leone, paesaggi ripresi con la maestosità dei classici, minacciose colonne di cavalieri modello Quaranta pistole di Samuel Fuller. L’insieme sfocia nella lunghissima battaglia di tutti contro tutti, dove però non c’è il nichilismo tragico di un Peckinpah ma solo il gusto dello spettacolo tipicamente muscolare di Fuqua, che esalta e stordisce, togliendo qualunque spessore e complessità al tipico finale in cui gli eroi vincono e l’ordine è ristabilito.

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