Venezia 2016, con “La La Land” il festival del cinema comincia a passo di danza

Ryan Gosling ed Emma Stone sono i protagonisti del film d’apertura del festival, il musical diretto dall’enfant prodige Damien Chazelle. Nella prima giornata previsto anche l’omaggio ad Abbas Kiarostami e il Leonde d’oro alla carriera a Jerzy Skolimowski.

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Aprono i battenti del festival del cinema di Venezia 2016. Un debutto all’insegna della sobrietà visto che, causa terremoto, sono state annullate cena e serata di gala. E anche la presenza dei blocchi di cemento delle misure antiterrorismo qualche apprensione la causa. Ma l’aria nonostante tutto, è buona, visto anche il titolo di qualche giorno fa dell’Hollywood Reporter, “Sorry Toronto“, che ha sottolineato la capacità di Venezia di attrarre i grandi film hollywoodiani da Oscar meglio della quasi contemporanea kermesse canadese. E uno di quei film è proprio il musical La La Land, attesissimo nuovo lavoro del precoce talento del cinema statunitense Damien Chazelle.

La La Land sulla carta è il film perfetto per mettere tutti d’accordo. Primo, perché risponde alla voglia di divismo indispensabile al festival, grazie alla coppia di protagonisti Ryan Gosling ed Emma Stone (anche se sul red carpet insieme al regista è annunciata solo l’attrice, essendo Gosling impegnato sul set ungherese del sequel di Blade Runner diretto da Denis Villeneuve). Secondo, c’è un’elettrizzata curiosità intorno a Damien Chazelle, assai accreditato sebbene appena trentunenne, alla sua terza pellicola dopo un piccolo film indipendente, Guy and Madeline on a Park Bench, e l’esplosione con Whiplash, storia di un’ossessione musicale che ha fruttato ben tre Oscar, tra cui quello per l’attore non protagonista a J.K. Simmons, presente anche in La La Land. Infine, si tratta di un musical, un genere solitamente amatissimo dai cinefili impenitenti, che potrebbe quindi accendere di entusiasmo appassionati e critici.

Si preannuncia quindi un film capace, com’è proprio della filosofia del festival di Venezia, di coniugare grande spettacolo e sguardo d’autore. Sulla scelta di La La Land come film d’apertura il direttore del festival Alberto Barbera s’era espresso con toni entusiastici: “È un sorprendente omaggio alla stagione d’oro del musical americano da Un americano a Parigi di Vincent Minnelli a New York, New York di Martin Scorsese e, nello stesso tempo, la compiuta rifondazione del genere attraverso la reinvenzione dei suoi canoni. Se Whiplash fu la rivelazione di un nuovo autore, La La Land è la sua definitiva, ancorché precoce, consacrazione tra i grandi registi del nuovo firmamento hollywoodiano”.

Damien Chazelle firma ancora una volta un film che ruota interamente attorno alla sua passione per la musica (ha una formazione da batterista, come l’eroe di Whisplash). Stavolta però il protagonista Ryan Gosling è un pianista jazz che sbarca il lunario suonando nei locali di Los Angeles, alla ricerca della grande occasione. La stessa cui anela l’aspirante attrice Emma Stone, che sopravvive facendo la cameriera e inanella audizioni. L’incontro tra i due è fatale: ma il loro amore sarà messo alla prova dall’ingannevole città degli angeli e un successo crescente.

La La Land è un progetto che Damien Chazelle accarezzava da tempo, e inizialmente aveva pensato per la coppia di protagonisti a Emma Watson e Miles Teller di Whiplash. Proprio il successo di quel film ha ampliato ambizioni e possibilità e si è giunti all’affiatata coppia Gosling-Stone, che ha già recitato insieme in Crazy, Stupid Love e Gangster Squad. Il personaggio principale, nelle intenzioni del regista, dovrebbe essere una sorta di mix tra Gene Kelly e Thelonious Monk. E il film dovrebbe assomigliare, sono sempre parole di Damien Chazelle, “a quei film della MGM con grandi canzoni e numeri di ballo. I modelli sono Cantando sotto la pioggia, È nata una stella, Gli uomini preferiscono le bionde, Incontriamoci a Saint Louis, ma anche la nouvelle vague francese, Jacques Demy e il suo Les Parapluies de Cherbourg. Un registro completamente diverso da Whiplash, mi auguro”.

Infatti, per ipotizzare che tipo di film sarà La La Land bisogna piuttosto guardare a Guy and Madeline on a Park Bench che, sebbene acerbo, contiene in embrione la stessa vicenda, l’amore tra un trombettista emergente e una ragazza introversa in cerca di lavoro messo alla prova dalle ambizioni (e l’interesse per altre donne) del musicista. Anche lì si ricorre, sebbene con gusto minimalista da cinema indipendente e budget irrisorio, a sprazzi di musical, numeri di danza e canzoni che restituiscono le emozioni e le fragilità dei protagonisti.

I primi teaser trailer di La La Land in cui Gosling e Stone ballano e cantano testimoniano la precoce maturità stilistica di Damien Chazelle, che sembra aver introiettato perfettamente il linguaggio del musical, il romanticismo sognante, i colori utilizzati in funzione narrativa, alla Minnelli, i movimenti di macchina preziosi. Il rischio maggiore che vediamo per un film di questo tipo è la calligrafia, la ripetizione estenuata di un’estetica d’altri tempi. E qualche sospetto viene guardando le locandine del film, che rimandano un po’ troppo al design elegantissimo delle copertine dei dischi hard bop degli anni Cinquanta della Blue Note e della Prestige. Speriamo che l’amore di Chazelle per il cinema classico hollywoodiano non sfoci in un film irrimediabilmente retrò.

Jerzy Skolimowski

Gli altri protagonisti: Kiarostami e Skolimowski

La prima giornata di Venezia 2016 prevede altri due protagonisti. Il primo è il compianto maestro iraniano Abbas Kiarostami, scomparso il 4 luglio scorso a Parigi, un regista che tra anni Ottanta e Novanta s’era affermato come uno dei più influenti cineasti al mondo, un autore in miracoloso equilibrio tra uno sguardo realista di sapore documentario e un’inesausta riflessione sullo statuto e le possibilità del linguaggio cinematografico. Kiarostami indagava il cinema tra verità e falsificazione, e con i suoi film maggiori, Dov’è la casa del mio amico? (1987), Close up (1990), Sotto gli ulivi (1994), divenne una presenza fissa dei grandi festival: a Cannes, dove vinse la Palma d’oro con Il sapore della ciliegia (1997), e a Venezia, dove ottenne il Leone d’argento con Il vento ci porterà via (1999). Doveroso l’omaggio di Venezia 2016, che ricorda Abbas Kiarostami con un programma composto da un cortometraggio inedito della serie 24 Frames (il film a cui il regista stava lavorando al momento della scomparsa), un altro corto inedito, Take me home e This is my film: 76 Minutes and 15 Seconds with Kiarostami, film di montaggio realizzato dal suo storico collaboratore Seifollah Samadian, che condensa le riflessioni del regista sul cinema, l’arte e la vita filmate in oltre venticinque anni di lavoro insieme.

Venezia 2016 poi renderà omaggio al 78enne Jerzy Skolimowski, cui Jeremy Irons consegnerà il Leone d’oro alla carriera  (un altro andrà a Jean-Paul Belmondo). Il regista polacco, ha dichiarato il direttore Alberto Barbera nella motivazione del premio, “è tra i cineasti più rappresentativi di quel cinema moderno nato in seno alle nouvelles vagues degli anni Sessanta e, insieme con Roman Polański, il regista che ha maggiormente contribuito al rinnovamento del cinema polacco del periodo”. Una giovanile trilogia, Rysopis (1964), Walkover (1965) e Barriera (1966), che introduceva in Polonia un linguaggio cinematografico influenzato dalla nouvelle vague, sperimentando lunghi piani sequenza, simbolismi, in una felice libertà stilistica che raccontava il disagio e il bisogno delle nuovi generazioni di sfuggire a una società opprimente. Dopo seguì una carriera raminga, tra Belgio, Inghilterra e Stati Uniti, dovuta alle difficoltà che gli poneva la censura polacca (Mani in alto, girato nel 1967, fu distribuito solo nel 1981). In Inghilterra gira alcuni dei film migliori del suo esilio volontario, La ragazza del bagno pubblico (1970), il suggestivo L’australiano, apologo sull’irrazionalità che irrompe in una composta società borghese, Moonlighting (1982), commedia nera autoironica e autobiografica su un gruppo di polacchi esuli a Londra. Non tutti i suoi film sono completamente centrati, pensiamo per esempio a Thirty Door Key (1991), dal romanzo di Witold Gombrowicz Ferydurke, di simbolismo velleitario. Ma il ritorno in età matura in patria ci ha riconsegnato un autore ancora capace di rinnovarsi, come in Quattro notti con Anna (2008), Essential Killing (2010, Premio Speciale della Giuria a Venezia) e 11 minuti (2015, in concorso a Venezia).

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