A Giffoni 2016 Claudio Santamaria “Jeeg Robot 2? Se c’è ciccia si fa!”

L’attore romano, recente vincitore del David di Donatello incontra i ragazzi del Giffoni Film Festival. Racconta come è nato il personaggio del supereroe Enzo Ceccotti di “Lo chiamavano Jeeg Robot”. E dà speranze ai tantissimi fan che attendono il sequel.

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Non era nemmeno previsto: ma la generosità di Claudio Santamaria e l’entusiasmo dei ragazzi del Giffoni Film Festival hanno fatto che sì che all’ultimo minuto l’attore romano si sia materializzato nella splendida sede dell’Antica Ramiera per una Masterclass fuori programma.

Così i ragazzi di Giffoni, felicissimi, hanno potuto subissare di domande uno degli attori italiani più rappresentativi di oggi, che ha lavorato con registi esordienti e maestri affermati, da Gabriele Muccino a Bernardo Bertolucci, Ermanno Olmi e Gabriele Mainetti. E ovviamente, è proprio di Gabriele Mainetti e di Lo chiamavano Jeeg Robot che si parla, il film che ha regalato a Claudio Santamaria il David di Donatello come miglior attore per l’iconico ruolo di Enzo Ceccotti, il supereroe delle borgate romane.

Una parte su cui l’attore non ha mai nutrito dubbi: “Appena ho letto la sceneggiatura sono rimasto folgorato – ha dichiarato Claudio Santamaria –, aspettavo da anni una storia così. Ho chiamato Gabriele, che conosco da vent’anni e gli ho detto che avrei voluto fare il film. Lui però mi ha specificato che, giustamente, doveva farmi il provino. Fatto il provino è scomparso per settimane. Nel frattempo Ermanno Olmi mi prende per Torneranno i prati. Ovviamente mi chiama Gabriele e mi dice che la parte è mia. Che fare? Non potevo dire no a un maestro come Olmi, per me era un onore lavorare con lui. Ma non volevo perdere Jeeg, perché lo ritenevo un film superinnovativo, sapevo che sarebbe stato uno spartiacque vero nel nostro cinema. Allora ho cercato di far spostare il film, giocando d’astuzia, dicevo “Gabriele sai, non ti vedo pronto, secondo me devi aspettare un po’!”. Alla fine m’ha aspettato, per fortuna”.

Per diventare Enzo Ceccotti, Claudio Santamaria è dovuto ingrassare molto, come i grandi e maniacali attori americani. “Ho dovuto mangiare cinque volte al giorno per prendere peso, è una cosa molto faticosa, va fatta con attenzione. A un attore come Christian Bale, che ha perso e guadagnato peso molte volte per entrare nei ruoli, è venuto persino il diabete. A me – continua Claudio Santamaria – piace l’idea di trasformare il corpo per metterlo al servizio del personaggio. Quando ho fatto Rino Gaetano pesavo quindici chili di meno. Il problema nel caso di Jeeg Robot è stato che le mie gambe non erano abituate a portare cento chili. Infatti nella sequenza dello stadio, in cui devo inseguire Luca Marinelli, al terzo ciak mi sono accasciato al suolo per una distrazione muscolare”.

Prendere peso non è solo una questione di estetica del personaggio: “Un altro corpo – sottolinea Claudio Santamaria – ti fa sentire diverso, fa uscire un’altra voce. Grazie al peso in più mi sono allontanato da me stesso. Ho compiuto un passo, se non verso il personaggio, lontano da me. Un attore il corpo lo deve usare sempre, anche in un primo piano”.

Claudio Santamaria spiega poi ai ragazzi di Giffoni che personaggio è il suo. “Enzo Ceccotti per me e Gabriele era associato a un orso. Allora sono stato allo zoo a guardare gli animali. È un processo che si usa anche nel Metodo. Gli animali che ho visto allo zoo erano drogati, quasi non si muovevano. In un certo senso era perfetto, perché Enzo è così, anestetizzato dai porno e da un’alimentazione a base di budini. Lo chiamavano Jeeg Robot non è un film sui supereroi, è una storia d’amore. Il suo è il classico viaggio dell’eroe: incontra un mentore, Alessia, che gli restituisce la speranza nel mondo e nel prossimo, e attraverso di lei supera i suoi blocchi emotivi, si apre agli altri. Anche se alla fine la perde. Ha introiettato la lezione di Alessia: solo a quel punto diventa un supereroe”.

Non può mancare la domanda sul sequel: si farà Jeeg Robot 2? “Magari, io ci spero. Però – puntualizza Claudio Santamaria – bisogna trovare un conflitto interno al personaggio abbastanza forte come nel primo episodio. Un’operazione fatta per capitalizzare il successo avrebbe come unico risultato quello di rovinare il primo film. Se c’è la ciccia si fa”.

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