Olivia de Havilland: compie cento anni la diva di “Via col vento”

È stata la Melania di Via col vento. Una carriera di film indimenticabili, da quelli giovanili in coppia con Errol Flynn ai due Oscar vinti. Una vita intensa: battaglie legali contro gli studios, grandi amori e una grande rivalità, con la sorella Joan Fontaine. A quarant’anni lasciò Hollywood per Parigi. Dove vive ancora oggi.

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Olivia de Havilland compie cento anni! Nata il primo luglio del 1916, supera il secolo di vita una delle ultime icone del cinema classico hollywoodiano, la più anziana vincitrice vivente del premio Oscar, ottenuto per ben due volte come miglior attrice nel 1947 e nel 1950.

Olivia de Havilland resterà per sempre consegnata alla storia del cinema per la Melania di Via col vento (1939), film che è la quintessenza della Hollywood grandiosa e sognante di una volta. Ma sarebbe sbagliato ridurre la sua carriera a questa sola parte di donna timida e remissiva. In realtà quando ottenne la parte per quella che doveva costituire l’apoteosi dell’idea di cinema del produttore David O. Selznick, la poco più che ventenne attrice era già una stella di Hollywood. Nata a Tokio da famiglia britannica e trasferitasi negli Stati Uniti da bambina insieme alla madre (Lilian Augusta Ruse, che aveva trascorsi d’attrice col nome d’arte di Lilian Fontaine) dopo la separazione dei genitori, Olivia aveva raggiunto precocemente la fama grazie a ben otto film girati per la Warner in coppia con Errol Flynn, eroe per antonomasia del cinema degli anni Trenta. In quelle pellicole avventurose e di cappa e spada, da Capitan Blood (1935) al celebre La leggenda di Robin Hood (1938), incarnava la parte, piuttosto monodimensionale, della donna che adorava il suo aitante guascone.

Tornando a Via col vento, va detto che per Olivia de Havilland non fu semplice ottenere la parte di Melania. Che all’inizio non le piaceva nemmeno: “Quando lessi il libro per la prima volta – ha dichiarato l’attrice – non mi identificai con Melania. Ma quando lessi la meravigliosa sceneggiatura di Sidney Howard mi sembrò un personaggio del tutto differente. Nel libro la vediamo attraverso gli occhi di Scarlett, il che crea un’impressione negativa. Nel film invece il pubblico la vede coi propri occhi, senza distorsioni. Letta la sceneggiatura, mi innamorai di lei”.

Il problema vero però fu un altro. Non il provino con il produttore Selznick e il regista George Cukor (inizialmente doveva dirigere lui Via col vento, poi finì nelle mani di Victor Fleming), che andò benissimo. Bensì convincere Jack Warner. A quei tempi gli attori erano sottoposti a contratti rigorosamente in esclusiva: e l’idea che una casa di produzione “prestasse” una sua stella era inammissibile. Warner non ne voleva sapere e solo la caparbietà di Olivia, che fece intervenire l’unica donna capace di influenzare il tycoon, ossia sua moglie Ann, riuscì a risolvere la situazione di stallo.

Olivia poi, grazie a un carattere che aveva ben poco dell’arrendevole Melania, si spinse oltre, e allo scadere del contratto intentò una causa alla Warner, non tollerando più lo squilibrio tra l’onnipotenza degli studios e gli artisti trattati come obbedienti marionette – la de Havilland era stata anche sospesa perché s’era rifiutata di interpretare delle parti che volevano imporle. Vinse lei (Bette Davis, dopo una battaglia simile negli anni Trenta, aveva perso). E, anche se ne pagò le conseguenze, con una messa al bando di un paio d’anni, da allora le regole cambiarono per tutti.

Con il ruolo di Melania Olivia de Havilland ottenne la prima nomination all’Oscar. Però, con suo disappunto, come attrice non protagonista: “Non era la categoria giusta – dichiarò – io non avevo un ruolo secondario, ero anch’io la stella del film. Era tutto un piano di Selznick a favore di Vivien Leigh”. La quale infatti ebbe la statuetta come miglior attrice, mentre come non protagonista vinse Hattie McDaniel, la prima attrice nera a vincere l’Oscar, indimenticabile Mamie nello stesso film.

Affrancatasi da Jack Warner, Olivia De Havilland si costruì una carriera ricca di personaggi complessi. Il primo fu La porta d’oro (1940) di Mitchell Leisen, da una sceneggiatura del giovane Billy Wilder, in cui il ruolo della donna per bene raggirata da un simpatico avventuriero viene reso dall’attrice attraverso un’autoconsapevolezza dei limiti del personaggio che lo arricchisce di sfaccettature emotive. E subito arriva la nomination, stavolta come miglior attrice: ma a vincere è, per Il sospetto di Alfred Hitchcock, Joan Fontaine, ossia la sorella minore – e fino ad allora meno famosa – di Olivia de Havilland.

La rivalità con la sorella Joan Fontaine è leggendaria, nata sin dalla più tenera età, probabilmente legata alla gelosia di Olivia, secondo la quale Joan era la preferita della madre. Olivia dichiarò di essere stata da bambina molto affettuosa con la sorella minore. Joan ribatté in un’intervista a People nel 1978, “mi dispiace dover dire che non ricordo nessun atto di gentilezza di Olivia durante tutta l’infanzia”. Per tutta risposta il commento della de Havilland all’autobiografia della Fontaine, No bed of roses, fu: “Non c’è un briciolo di verità”. L’improvviso successo di Joan Fontaine non poté che peggiorare le cose: da allora le sorelle non si sono parlate per decenni, sino al funerale della madre nel 1975, e dopo hanno continuato a ignorarsi, sino al 2013, quando la Fontaine morì 96enne. E Olivia si disse dispiaciutissima. La migliore sintesi della loro turbolenta relazione la fece una volta la Fontaine: “Mi sono sposata per prima, ho vinto l’Oscar per prima, ho avuto un figlio per prima. Se morissi sarebbe furiosa, perché direbbe ancora che l’ho fatto per prima!”.

Gli anni Quaranta furono il decennio più luminoso della carriera di Olivia de Havilland. Ben due i premi Oscar come miglior attrice: per il melodramma di Leisen A ciascuno il suo destino (1946), con il complesso personaggio d’una ragazza madre ritratta lungo 25 anni di vita, e per L’ereditiera di William Wyler (1949), accanto a Montgomery Clift. In quegli anni collezionò altri ruoli impegnativi: Lo specchio scuro di Robert Siodmak (1946), in cui è la virtuosistica interprete di due gemelle dal carattere diversissimo e La fossa dei serpenti (1948) di Anatole Litvak, cruda immersione nella follia d’una donna che finisce in manicomio dopo un’amnesia, un ruolo incarnato con un’intensità che le valse il premio al festival di Venezia.

Un rapporto professionale importante fu quello con Bette Davis, con cui girò quattro film. Nel primo, Avventura a mezzanotte (1937), la Davis non restò molto colpita dalla giovane collega: “Ma che sta combinando?”, disse vedendola recitare. Le cose poi cambiarono, grazie soprattutto a In questa nostra vita (1942) di John Huston, nel quale interpretavano due sorelle rivali, un ruolo che evidentemente si attagliava al carattere di Olivia. E anche in età avanzata lavorarono insieme, in Piano… piano, dolce Carlotta (1964) di Robert Aldrich, un horror gotico in cui l’attrice di origini britanniche è di misurata e implacabile cattiveria.

Gli intensi anni Quaranta lasciarono forse un po’ svuotata la de Havilland, che diradò sensibilmente la sua attività cinematografica, che alternò ai palcoscenici di Broadway (Romeo e Giulietta, Candida). Poi la scelta a quarant’anni, un’età che a quei tempi era ritenuta per un’attrice a Hollywood già da pensione, una scelta drastica: il trasferimento a Parigi insieme al marito francese sposato nel 1955, Pierre Galante – dopo un primo matrimonio con lo scrittore Marcus Goodrich e gli amori per James Stewart, John Huston e Howard Hughes. La nascita quasi immediata della figlia la spinse a non guardarsi più indietro e scegliere definitivamente la capitale francese come sua casa. Ed è lì che ancora oggi vive, anche dopo lo separazione dal marito nel 1979.

Di tanto in tanto ha ancora fatto del cinema, ma sempre con meno coinvolgimento: gli ultimi furono due esemplari del filone catastrofico degli anni Settanta, spesso zeppi di vecchie glorie, Airport 77 (1977) e Swarm (1978). Ma son film che a rivederli mettono malinconia, e saggiamente la de Havilland, che ha sempre scelto con attenzione i propri ruoli, preferì lasciar perdere, riservandosi qualche apparizione in film televisivi.

Olivia de Havilland è una leggenda vivente, e come tale è giustamente omaggiata. Nel 2008 il presidente Bush le consegnò la National Medal of Arts, il più alto riconoscimento per un artista in America, e la sua patria adottiva le ha dato la Legion d’onore nel 2010, con il presidente Sarkozy che in quell’occasione dichiarò di non riuscire a credere di essere al cospetto di Melania. Fu un’emozione leggere sul Time nel 2014 il suo ricordo commosso del collega di una vita Mickey Rooney, appena scomparso. In un recente intervista, solo pochi mesi fa su Vanity Fair, ha dichiarato al giornalista di aver assicurato al proprio medico che vivrà fino ai 110 anni. Lunga vita dunque a Olivia de Havilland. E al cinema che amiamo.

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