“La grande bellezza” con mezz’ora in più: meglio o peggio della versione breve?

Il film di Paolo Sorrentino arriva in sala in un corposo director’s cut di tre ore. Che in sostanza conferma i pregi e i difetti del film, di cui precisa, ma rende anche più didascalici, i concetti di fondo. Resta comunque un saggio imprescindibile sull’identità italiana.

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La grande bellezza nella versione director’s cut, con mezz’ora in più, è il capolavoro di Paolo Sorrentino. Non il suo film migliore, quello probabilmente resta Il Divo, enigmatico e problematico quanto La grande bellezza è volutamente superficiale e incentrato su estenuate variazioni di pochissimi elementi. Ma è l’opera che più reca la matrice del regista partenopeo, quella in cui sembra scopertamente esserci tutto ciò che pensa sull’italianità e sul cinema – questa è pure la ragione per cui il film, nell’inaggirabile paragone con Fellini, costituisca allo stesso tempo una versione aggiornata de La dolce vita, il trattato sull’identità del Belpaese tra antropologia e cronaca, e di , l’autoritratto d’artista consapevole che si mette in scena e si racconta.

La versione lunga de La grande bellezza non aggiunge molto sotto il profilo concettuale: poche le sequenze inedite – su tutte l’intervista al vecchio regista interpretato da Giulio Brogi, che rende più scoperta la natura metacinematografica dell’operazione. Per il resto si tratta più che altro di innesti, ampliamenti e precisazioni di scene già esistenti. Con alcuni risultati persino dubbi, come nel caso dell’elusivo incontro notturno del protagonista Jep Gambardella (Toni Servillo) con Fanny Ardant, che si trasforma in un goffo dialogo a base di “volevo essere la Signora della porta accanto per poter morire d’amore”. O quell’altra scena in cui compare come madre di Sabrina Ferilli la caratterista Fiammetta Baralla, scomparsa qualche tempo fa, che vestita come la Ave Ninchi fazendeira di Totò cerca moglie pronuncia una sola imprescindibile frase: “Questo si chiama ritmo”.

Nella versione estesa de La grande bellezza s’amplificano quindi i difetti tipici di Sorrentino – dalla sentenziosità dei dialoghi alla ricerca a più non posso di epifanie visive – e s’intensifica la noia per un non racconto che vagabonda implacabilmente, impantanandosi nel vuoto. Ma è una noia necessaria e voluta. Ed è proprio per questo che, sulla distanza delle tre ore, il film funziona persino meglio dell’originale: più didascalico, per certi versi, eppure più coerente con il suo obiettivo di mostrare il coacervo di contraddizioni che costituiscono l’identità italiana, inseguita lungo il suo alto e il suo basso che non sfociano mai in una ricomposizione dialettica dei contrasti. Sorrentino non si sogna assolutamente di costruire una sintesi tra i due fattori. Perché se c’è qualcosa che caratterizza il modo di essere italiani è l’irrisolvibile e non integrabile compresenza degli opposti. Altrimenti come ce li spiegheremmo gli ultimi vent’anni passati a guardarsi in cagnesco tra due fazioni di cittadini graniticamente convinti di essere dalla parte giusta?

Tra loro, in mezzo a osservarli, c’è Jep Gambardella: che infatti compare nella prima sequenza del baccanale ritratto tra due file speculari di persone, diverso, isolato e per questo dotato di quel velenoso privilegio che è la scettica consapevolezza dell’irredimibilità del tutto. Un personaggio assai letterario, anche se lui di libri, dopo averne scritto uno a vent’anni, non vuole più saperne. Perché non s’aspetta più nulla – lo stesso proposito di far fallire le feste è poco più d’una boutade degli anni giovanili, in realtà non ha nessun vero progetto. È uno, come avrebbe detto Pessoa, che ha passato questi ultimi anni a passare questi ultimi anni. Per questo non può fare altro che girovagare per la Città eterna.

Così gli si profila il vero ritratto del paese, che La grande bellezza gioca sul basso continuo dell’ambivalenza, con un ritmo binario di giustapposizione dei contrari: che sono il sublime di un paesaggio urbano incantato e l’orrore della volgarità cafonal; l’alto di una messinscena elegante, fatta di movimenti di macchina controllatissimi che entrano in cortocircuito con il basso dei comportamenti (le parolacce in romanesco che talvolta infrangono la compostezza dell’impaginazione visiva); la musica sacra contemporanea di John Tavener e Arvo Pärt da un lato e il remix della Carrà targato Bob Sinclair dall’altro.

L’opposizione per antonomasia poi è nel sotterraneo confronto tra Roma e Napoli. Perché Jep è un inguaribile napoletano che seppur da quarant’anni a Roma parla con uno strascicato accento meridionale molto blasé, un uomo che sembra sbucato fuori dal club di accidiosi ma al fondo inquieti borghesi del Ferito a morte di Raffaele La Capria. Infatti, vedendoci giusto, Anthony Lane del New Yorker nel recensire La grande bellezza cita la faccia da mezzo Pulcinella di Toni Servillo, la maschera tutta partenopea che secondo il critico statunitense si mescola all’altro mezzo volto da imperatore decaduto – e così Napoli e Roma si fondono, o meglio stanno una accanto all’altra.

La grande bellezza perciò corrisponde a un certo modo di pensare all’italianità – giustamente riassunta dal commovente splendore di Roma – radiografata attraverso uno sguardo da pensiero meridiano. Dove la pigrizia, la mancanza di obiettivi e la matura consapevolezza delle proprie manchevolezze e fallimenti rendono benevoli verso le piccinerie personali e altrui. Jep Gambardella si vanta d’essere un gentiluomo che non offenderebbe mai nessuno: e s’inalbera solo di fronte all’ipertrofia narcisista dell’“io, io, io”, della gente che parla di sé in terza persona, come l’amica “madre e donna” preda di fasulle vanterie che lo scrittore demolisce implacabilmente.

Jep comunque non è migliore dei suoi interlocutori e lo sa. È anch’egli inguaribilmente narcisista. Come lo è La grande bellezza: che parla di narcisismo con stile narcisista, anche fastidioso, volutamente estetizzante e sovraccarico. Sorrentino fruga compiaciuto tra le pieghe d’una città che non è mai stata così eterna come in questo film che detiene la chiave d’accesso ai segreti dell’urbe, allo stesso modo in cui possiede, letteralmente, le chiavi che aprono le porte dei suoi più bei palazzi nobiliari. Ma è una nobiltà decaduta, dove aristocratici senza il becco d’un quattrino si sono ridotti a farsi affittare come figuranti alle feste – forse anche cene chissà – eleganti. Così indigenti che vivono nel sottoscala del loro antico palazzo, trasformato in un museo che son costretti a visitare manco fossero turisti. Che, a pensarci bene, è una bella metafora del nostro modo di essere italiani, perennemente al di sotto della nostra storia e delle nostre aspettative.

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