Psycho: prosegue in tv il ciclo Hitchcock, maestro del brivido e del marketing

Appuntamento alle 21 su Iris con il capolavoro più sperimentale del regista britannico. Un film che contravveniva a tutte le regole narrative. E che per questo fu un enorme successo. Merito anche di una geniale campagna pubblicitaria, firmata dallo stesso Hitchcock.

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“L’anticipazione della parte della trama d’un racconto data a qualcuno senza preoccuparsi di rovinargli la sorpresa”: è la definizione del dizionario Treccani di “spoiler”, la cosa che più temono oggi spettatori e produttori cinematografici. Basti pensare a cosa ha fatto la Disney per l’uscita dell’ultimo Star Wars, paventando addirittura azioni legali contro i giornalisti che avessero svelato dettagli della trama.

Eppure molto tempo fa c’era già stato qualcuno che, prima che si trasformasse in un’ossessione collettiva, aveva intuito come lo spoiler più che un pericolo potesse costituire un’eccellente leva promozionale del film. Quel qualcuno, antesignano di questa e tante altre innovazioni nella storia della settima arte, era Alfred Hitchcock, che per il lancio del suo thriller orrifico Psycho, nel 1960, orchestrò una campagna di marketing destinata a entrare negli annali della storia della comunicazione.

Il maestro del brivido sapeva che i colpi di scena erano i punti forza di Psycho, la cui storia era incentrata proprio sul sovvertimento delle attese del pubblico. Ma suggerire – o intimare – a spettatori e critici di tenere la bocca chiusa sarebbe stato troppo poco. Hitchcock invece giocò proprio sul divieto di raccontare la trama e s’inventò una strategia pubblicitaria nella quale non soltanto la fase della proiezione ma anche i momenti antecedenti e successivi alla visione in sala diventavano parte di un’esperienza complessiva di cui il mefistofelico Hitchcock aveva previsto e calibrato ogni effetto, reazioni degli spettatori comprese.

Per Psycho la produzione previde un prontuario indirizzato agli esercenti che definiva quello che i gestori delle sale avrebbero dovuto fare durante la proiezione del film. Per prima cosa, sebbene si trattasse d’una mossa azzardata, Hitchcock eliminò le proiezioni dedicate ai giornalisti, che furono obbligati a far la fila con i normali spettatori e invitati a non rivelare la trama.

Ma soprattutto, il regista impose delle regole per la visione agli spettatori: “è proibito, categoricamente proibito, entrare in sala dopo l’inizio del film”, era scritto sulla locandina. Un sornione ma implacabile Hitchcock – il cui volto, ricordiamolo, era familiare agli spettatori grazie allo show televisivo Alfred Hitchcock presents – campeggiava nelle pubblicità del film sui quotidiani, col dito puntato sull’orologio e un testo d’accompagnamento inequivocabile: “A tutti gli esercenti è stata data istruzione di non ammettere nessuno dopo l’inizio della proiezione di Psycho. E intendiamo nessuno: nemmeno il fratello del proprietario del cinema, il presidente degli Stati Uniti o la regina d’Inghilterra (che Dio la benedica)”! Una volta giunti al cinema, poi, gli spettatori trovavano una silhouette in cartone del regista che ammoniva il pubblico ribadendogli le regole. Addirittura, prevedendo le lunghe code al botteghino, Hitchcock aveva registrato dei messaggi audio per alleggerire l’attesa del pubblico. Questo video della Paramount spiega nel dettaglio le strategie promozionali.

Il teaser trailer di Psycho poi, è un capolavoro di suggestione che mira a fomentare la curiosità del pubblico. Allo spettatore non viene mostrata nemmeno una sequenza del film. Tutto è giocato invece ancora una volta sull’iconica presenza del regista, che si aggira nella minacciosa casa in stile gotico californiano teatro della vicenda e centellina informazioni relative ai raccapriccianti omicidi che vi hanno avuto luogo, mantenendosi accuratamente evasivo circa i contenuti della storia.

La strategia promozionale di Psycho non è un elemento esteriore che si aggiunge al film: al contrario evidenzia, all’altezza di un’altra fase produttiva, la stessa propensione al controllo totale che Hitchcock esercita sulla narrazione, modellata sulle attese del pubblico. Il regista congegna la storia partendo dalla prospettiva dello spettatore, soppesando le scelte in corrispondenza dell’effetto che vuole ottenere sulla platea. La messa in scena dipende dal sapiente dosaggio tra quanto il regista dice esplicitamente, per consentire a chi guarda di orientarsi nel racconto, e ciò che invece intende nascondergli, per creare la suspense e gratificarlo con elettrizzanti, anche se spaventose, sorprese. È questo equilibrio dinamico tra detto e non detto, ciò che si mostra e ciò che non si mostra a istigare le reazioni del pubblico. Da qui scaturiscono tutte le emozioni, paura, raccapriccio, sollievo che definiscono e qualificano l’esperienza cinematografica dello spettatore.

Psycho è, consapevolmente, l’esperimento narrativo più vertiginoso della carriera di Hitchcock. Non si era mai visto un simile gioco di manipolazione delle aspettative dello spettatore, che il regista disattende con colpi di scena che ribaltano le regole non scritte dei tradizionali plot hollywoodiani. Mai un film aveva creato una diversione così drastica eliminando improvvisamente quella che all’apparenza sembrava la protagonista della vicenda. Qui Marion (Janet Leigh), il personaggio su cui s’indirizza il bisogno di identificazione dello spettatore, viene barbaramente uccisa a un terzo della storia, lasciando il pubblico orfano a chiedersi per chi parteggiare. Ed è imbarazzante che l’identificazione a quel punto rischi di scattare con l’inquietante Norman Bates di Anthony Perkins.

Insieme alla protagonista scompare dalla vista anche l’oggetto intorno a cui fino a quel momento aveva ruotato la trama di Psycho: cioè i 40mila dollari rubati da Marion che sembravano costituire il movente dell’azione. La regia di Hitchcock ce li sventola sempre sotto il naso quei soldi, per convincerci della loro importanza. Ma una volta consumatosi l’omicidio della protagonista diventano un dettaglio irrilevante e svaniscono. Lo ribadisce lo psichiatra nel finale, quando alla domanda “che fine hanno fatto i soldi?”, risponde sbrigativo che nei delitti passionali il denaro non costituisce un movente.

Psycho è un film rivoluzionario per come architetta il plot, minuziosamente costruito su di un percorso che si rivela essere soltanto una frustrante deviazione. Così, anche se la vicenda alla fine si ricompone in maniera tutto sommato logica – l’individuazione di un colpevole con tanto di didascalica spiegazione para-psicoanalitica –, lo spettatore è lasciato di fronte a molteplici interrogativi, diffidente verso una storia che ha preso pieghe inimmaginabili, senza un personaggio cui potersi affezionare e un protagonista dalla personalità multipla (così Psycho, dopo La donna che visse due volte, parla ancora dei paradossi dell’identità).

Psycho è un’opera enigmatica, stratificata come l’ultima sequenza, in cui in una dissolvenza incrociata si accumulano ben tre immagini diverse, una quasi subliminale. Un film che grazie alla sua ambiguità anche formale si è prestato a varie interpretazioni, da quelle psicoanalitiche alle riletture femministe. Molte incentrate sull’analisi del tema del guardare: perché Psycho – sull’esempio del precedente La finestra sul cortile – è un trattato sul voyerismo, a partire dalla prima sequenza, in cui un’innocente panoramica su una sonnacchiosa Phoenix all’ora di pranzo si trasforma in uno sguardo perverso che invade la privacy d’una coppia clandestina. Lo stesso sguardo illecito che Norman getterà su Marion, con conseguenze drammatiche. Il segreto per capire il cinema di Hitchcock, e per svelarne le implicazioni più disturbanti, sta tutto nel seguire lo sguardo dei personaggi. E per capire cosa intendiamo basta vedere questo breve e geniale videosaggio di :: kogonada, che vale un ponderoso tomo sull’argomento.

Eyes of Hitchcock from Criterion Collection on Vimeo.

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