L’addio commosso di Vasco Rossi a Marco Pannella, lettera aperta all’alter ego politico e rock

Vasco Rossi ricorda Marco Pannella e la loro amicizia con una lettera aperta che uscirà su Rolling Stone: l'addio del rocker al leader Radicali, morto a Roma a 86 anni

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È un Vasco Rossi commosso ma fiero quello che ricorda oggi il suo rapporto con Marco Pannella, il leader del Partito Radicale che si è spento giovedì al culmine della lotta ad un cancro ai polmoni che si era esteso al fegato, all’età di 86 anni.

Quei due tumori, quelli che con la sua solita irriverenza diceva di curare con “60 sigari al giorno“, perché il fumo era l’unica cosa a dargli sollievo, lo hanno consumato nel corpo ma non nello spirito, lasciandolo battagliero e vigile fino alla fine. Un monumento della politica italiana e in quanto tale ingombrante, spesso odiato, isolato, ma anche osannato da chi ne ha condiviso i tentativi di rendere l’Italia un paese progressista, moderno, anticlericale, ampiamente democratico in fatto di diritti e uguaglianza. Un uomo che avuto un peso specifico nella discussione pubblica e nel processo legislativo su aborto, divorzio, eutanasia, legalizzazione delle droghe leggere, che si è speso contro la fame nei paesi sottosviluppati, le guerre (salvo incomprensibili eccezioni), il sistema dei partiti (che pure ha sostenuto tenendo in piedi gli ultimi governi Berlusconi). Anarchico, portavoce di istanze libertarie e legalitarie al tempo stesso, un gigante ricco di contraddizioni, come forse inevitabile che fosse.

Vasco Rossi ha coltivato con lui un rapporto di amicizia franco e sincero, ne ha condiviso le battaglie civili e si è reso anche testimonial di alcune di esse, ha rinnovato la tessera del partito Radicale ogni anno fino ad oggi, è tornato ad abbracciare Pannella poco prima della sua dipartita, incontrandolo nella sua casa romana che in questi ultimi giorni è stata meta di pellegrinaggi da parte di esponenti politici di ogni schieramento. Il Blasco gli riconosce una serie di meriti unici nel panorama politico italiano, vi individua una sorta di alter-ego, un persecutore delle sue idee con altri mezzi rispetto ai propri: quel che Vasco cantava nei suoi primi album, Pannella lo professava in piazza e in Parlamento.

Il rocker di Zocca, che il prossimo anno si appresta a festeggiare con un concerto storico 40 anni di carriera, nonostante fosse solo un bambino quando Pannella ha fondato i Radicali ha trovato in quel movimento la visione della vita che metteva in musica.

Ecco l’accorata lettera d’addio che Vasco Rossi ha scritto per lui, dal titolo C’è chi dice Pannella, che apparirà sulla rivista Rolling Stone il 27 maggio, con una copertina dedicata al Signor Hood della politica italiana.

Quando io incominciavo la mia avventura rock e scrivevo e cantavo le mie prime provoCanzoni, «Non siamo mica gli americani», «Sensazioni forti», «Colpa d’Alfredo», «Albachiara», Marco Pannella e i Radicali conquistavano le prime roccaforti di una civiltà libera: il divorzio e l’aborto. Già. Oggi diamo tutto per scontato. Talmente assuefatti che quasi non ci accorgiamo che ogni tanto (e per motivi non proprio nobili) ci vengono messi in dubbio quei diritti civili che abbiamo acquisito e conquistato con molta fatica… «nel secolo scorso» o, se preferite, soltanto 40 anni fa!
L’aborto, per esempio, viene continuamente e puntualmente messo in discussione, non parliamo poi di alcuni temi di etica sociale che ci collocano in fondo alla classifica dei Paesi più avanzati: discriminazione di sesso, colore della pelle, religione. Ecco perché… «C’è chi dice Pannella». Marco Pannella, sinonimo dei Radicali che esistono e servono proprio a questo: a ricordarci che non si smette mai di combattere per la difesa dei diritti civili.

Quando Pannella fondava il Partito Radicale io avevo 3 anni e non voglio dire che simpatizzavo già allora, ma un po’ di anni più tardi sì. Erano gli anni 70, i favolosi anni della presa di coscienza politica, della «fantasia al potere», delle grandi battaglie e delle grandi conquiste. C’era un gran bel movimento culturale a Bologna, dove mi ero trasferito per studiare, diciamo pure la verità, più per l’avventura, per scappare da Zocca che per fare piacere a mio padre, che mi voleva laureato. Non avevo ancora ben chiaro quale sarebbe stato il mio futuro, di certo non mi vedevo seduto dietro a una scrivania o in banca. Vivevo nell’immediato, frequentavo gli ambienti anarchici, facevo teatro sperimentale, suonavo la chitarra, scrivevo canzoni e correvo dietro alle donne.
Le idee radicali di Pannella, per combinazione, erano molto simili alle mie, ai temi delle mie canzoni: abbattere il pregiudizio, sospendere il giudizio, tolleranza, anticlericalismo e (cosa non da poco) antiproibizionismo. Finalmente un approccio moderno alla vita sociale, con l’uomo e i suoi diritti al centro di tutto, davanti anche alle logiche di partito, di sinistra, di destra o di centro. Avevo praticamente il mio alter ego politico: anticonformista, contro l’ipocrisia. Un provocatore di coscienze. Decisamente Rock. Un idealista nel tentativo di «s-bigottismo» e di cambiamento della società italiana, un uomo politico onesto che, al posto dei salotti, sceglie sempre la provocazione e la piazza e che inoltre, ha sacrificato il suo patrimonio personale: quanti altri lo fanno?

L’ho poi conosciuto durante «le mie prigioni», dopo il successo di «Vita spericolata», credo. Lui e Fabrizio de André mi mandarono un telegramma di solidarietà, cosa che per me contò moltissimo. Era il gesto di due amici veri, di quelli che non stanno lì a menartela e ti stanno vicino anche quando sei in difficoltà. Qualche tempo dopo ci siamo incontrati, non ricordo bene in quale occasione, ma so per certo che da quel momento mi ha inseguito per anni chiedendomi di candidarmi. Io non ho mai ceduto alle sue lusinghe e ancora oggi ci rido su e gli ripeto: sei già tu il mio alter ego politico! Io sono una rockstar e questo mi appaga. A ognuno il suo mestiere: perché mai dovremmo scambiarci i ruoli?
Ma tanto lo so che lui continuerà a fare programmi su di me…

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