In Scandal c’è ancora molto da salvare col finale 5×21: bilancio di una stagione controversa

Scandal ha salutato il pubblico con l'episodio 5x21, That's my girl: il bilancio di una stagione controversa aspettando la sesta

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La quinta stagione di Scandal, forse la più controversa di sempre per il political drama di Shonda Rhimes, si è conclusa con un episodio ben scritto e perfettamente diretto che ha risollevato le sorti di un’annata poco felice.

Giovedì 14 maggio ABC ha trasmesso l’ultimo episodio dal titolo That’s my girl, il ventunesimo della quinta stagione di Scandal partita lo scorso settembre tra i migliori auspici per il pubblico appassionato della coppia principale dello show, quella composta da Olivia e Fitz finalmente alle prese col presunto lieto fine (che ovviamente è durato quanto un gatto in tangenziale) e proseguita tra mille incertezze testimoniate anche dal crollo degli ascolti, mai vistoso come quest’anno.

Scandal è stata forse l’intuizione più geniale di Shonda Rhimes, una serie ispirata al personaggio della crisis manager Judy Smith (che di Scandal è anche produttrice) nata per mettere in mostra gli ingranaggi e gli strumenti del sistema politico-affaristico che governa gli Stati Uniti d’America, attraverso le storie di personaggi inizialmente tratteggiati in modo così convincente da brillare in ogni singolo episodio. Ma si sa, dalla fantapolitica alla fantascienza il passo può essere brevissimo. E la fantapolitica in salsa Shonda Rhimes, per quanto magnetica, sexy, scorretta e avvincente, col passare delle stagioni è finita per diventare meno credibile e verosimile di un fantasy vero e proprio.

La quinta stagione è stata l’emblema di una deriva forse inevitabile: la continua necessità di spingersi oltre, di cercare il colpo di scena ad ogni costo, il capovolgimento dei fronti in ogni singolo episodio, la continua inversione di ruoli tra buoni e cattivi che ormai non ha più senso di esistere, ha portato questo show a diventare non solo inverosimile (lo era già l’idea di partenza probabilmente), ma a volte tecnicamente pieno di errori nella sceneggiatura, con una trama che ha molti buchi narrativi e che non riuscirebbe a rispondere alle domande più banali del telespettatore su come siano giustificabili alcuni errori così madornali (da Mellie che non conosceva il padre di Olivia al personaggio onnipotente di Rowan cui tutto è consentito nonostante la sua storia).

In Scandal ogni personaggio ha attraversato più volte il confine tra il bene e il male, con numerosi viaggi di andata e ritorno, e mai come in questa stagione è risultato così evidente: tutti hanno imbrogliato, tutti hanno rincorso il profitto personale ad ogni costo, tutti hanno perfino ucciso. Anche Olivia Pope si è macchiata di un omicidio finendo a colpi di sedia l’uomo che le aveva rovinato la vita con un finto rapimento, nessuno è puro, non esistono più i cappelli bianchi e i gladiatori di una volta si sono resi complici dei peggiori crimini. L’omicidio di Olivia è stato indubbiamente l’acme di una stagione iniziata con tante speranze e proseguita in modo a volte surreale, con una struttura narrativa dal ritmo eccessivamente veloce che in pochi episodi ha decretato la rovina della storia infinita tra la Pope e il suo presidente.

Quando all’inizio di questa quinta stagione Olivia Pope si è ritrovata nella gabbia dorata della Casa Bianca con tutto il potere nelle sue mani, con la possibilità di dirigere da perfetta burattinaia quale è il suo uomo, nonché presidente degli Stati Uniti, ha anche scoperto di essere incastrata in un ruolo che le stava stretto, perché la parte della first lady che si occupa di pranzi istituzionali, di porcellane, di stoffe, di ospiti e di iniziative sociali non fa per lei. E nonostante la consapevolezza della sua forza occulta nel dirigere le azioni del presidente prendendo (anche fisicamente) possesso dello studio ovale, il logoramento del loro rapporto d’amore l’ha spinta a rinunciare alle sue prerogative, così come al bambino che portava in grembo, in uno splendido finale di metà stagione tutto dedicato al diritto delle donne di decidere del loro corpo quando si tratta di maternità. Salvo poi nel finale di stagione cambiare idea, sentire troppo la mancanza di quel potere cui sente di essere destinata e decidere di voler tornare in Pennsylvania Avenue da protagonista: lo farà attraverso la candidata repubblicana alle presidenziali di cui ha gestito la campagna, quella Mellie Grant una volta moglie del suo amante, e il suo candidato vicepresidente Jake Ballard, salvato dalle grinfie di suo padre Rowan e diventato ora il suo burattino. Il tutto come esito di un piano congegnato perfettamente da papà Pope, che tra minacce e ricatti psicologici ha saputo plasmarla fino a far sì che fosse lei stessa a desiderare nuovamente la Casa Bianca, riuscendo a riportare all’apice la sua figlioletta, insieme al suo figlio adottivo, per poterne essere fiero (“That’s my girl” come da titolo dell’episodio e battuta di chiusura). Ormai è chiaro come questa è la sua idea distorta di cosa voglia dire essere padre e di come si debba far emergere la grandezza dei figli.

Se il finale di metà stagione di Scandal era stato praticamente perfetto, drammatico con l’aborto di Olivia ma anche incredibilmente consolatorio con l’affermazione della sua identità più profonda di donna libera, indipendente e autonoma da ogni vincolo, soprattutto quelli sentimentali, in questa seconda parte di stagione la Pope è tornata a rincorrere quel potere che un tempo l’ha spaventata. Resta da capire quante volte ancora Olivia cambierà idea sulla sua vita. Quante volte ancora mostrerà sentimenti contrastanti nei confronti dei due uomini che a suo modo ama e che la amano al punto da perdonarle ogni cosa (Fitz finisce per appoggiare anche la sua scelta solitaria di abortire senza avanzare alcuna pretesa di sapere). Quante volte ancora si fingerà paladina della giustizia (come con Cyrus, condannando la sua insana strategia di morte per fare di un anonimo progressista il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti) senza guardarsi prima allo specchio. Cyrus crede che le persone comuni siano sacrificabili in nome degli scopi superiori della politica (spesso coincidenti coi suoi obiettivi personali), che il popolo non conti nulla, che la storia la facciano gli uomini come lui e nemmeno i presidenti veri. In fin dei conti è il principio che informa l’imperialismo americano ultracapitalista e guerrafondaio, ma Olivia non è da meno. Ha imparato la lezione di suo padre, decide il destino delle persone, è diventata Commando. Con Mellie e Jake può ottenere praticamente il controllo completo della Casa Bianca. Ed è lei il miglior successo di Rowan, come ha opportunamente sottolineato Jake in tempi non sospetti. Ora si prepara a combattere per la vittoria delle elezioni contro Vargas e Cyrus col suo bagaglio di segreti ed armi da sfoderare all’occorrenza. Un finale che ha decisamente reso giustizia alla serie al termine di una stagione a tratti da dimenticare.

Nonostante tutte le indubbie criticità, di Scandal restano da sottolineare dei pregi indiscussi come la capacità di mettere in scena (in modo semplicistico e riduttivo, per carità) l’adrenalina della corsa alle primarie per le elezioni presidenziali, quella di attingere alla realtà riproponendo personaggi ovviamente inspirati alla cronaca politica e giudiziaria americana (in questa stagione l’incredibile ascesa di Donald Trump è stata perfettamente esemplificata da quella di Hollis Doyle), quella di spiegare anche ad un pubblico poco avvezzo alle dinamiche del potere le strategie e i meccanismi di manipolazione dell’informazione, i retroscena delle alleanze e dei tradimenti che danno forma alla competizione politica. Difficile trovare altre serie (House of Cards a parte, s’intende, ma anche Madam Secretary) in cui una materia che può risultare ostica e forse poco interessante per un pubblico popolare e generalista riesca invece ad essere resa così avvincente. Senza dimenticare quei dialoghi brillanti, con una retorica sfavillante, che ne fanno quasi un unicum nel panorama internazionale.

La sesta stagione ripartirà probabilmente dalle elezioni presidenziali americane, con lo scontro tra la prima candidata donna e il primo candidato latino americano alla Casa Bianca: impossibile non leggervi uno specchio dei tempi moderni, così come è stato impossibile non intravedere una chiara battaglia politica nel finale di metà stagione tutto incentrato sulla genitorialità controllata e così come è risultato palese il tentativo, attraverso il personaggio di Hollis Doyle, di fare satira politica (ma anche di attaccare frontalmente un candidato reale) nei confronti dell’improponibile Donald Trump, che pure oggi ha praticamente ottenuto la nomination repubblicana alle elezioni. Insomma, fosse anche solo per questo, lunga vita a Scandal, che nella sesta stagione vedrà inevitabilmente ridotto il numero di episodi per via della gravidanza di Kerry Washington. Se il tono della stagione riuscirà ad essere quello intravisto nell’ultimo episodio, probabilmente c’è ancora molto da salvare di questa splendida e folle epopea moderna.

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