Zero Dark Thirty: stasera in tv il film sulla “più grande caccia all’uomo della storia”

Appuntamento alle 21.00 su Iris con il film di Kathryn Bigelow che racconta l’assassinio di Osama bin Laden. Una caccia condotta da un’agente della Cia che per otto anni insegue senza sosta le tracce del terrorista. Appassionante come un thriller e oggettivo come una cronaca.

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“La più grande caccia all’uomo della storia”, recita lo strillo sul manifesto di Zero Dark Thirty, il film di Kathryn Bigelow dedicato alla cattura e assassinio di Osama bin Laden, il leader di Al-Qāʿida e massimo responsabile della striscia di atti terroristici culminata nell’11 settembre 2001. Il film comincia con un montaggio delle voci delle vittime dell’attentato alle Torri Gemelle. E dopo si passa immediatamente all’interrogatorio d’un presunto terrorista svolto da Dan (Jason Clarke) un agente della Cia che impiega una cosiddetta “tecnica dʼinterrogatorio rinforzato”, il waterboarding.

In parole povere, vuol dire impiegare la tortura, pratica accettata al tempo della presidenza di Bush jr., nel 2003. Con lui c’è una giovane agente appena giunta in Pakistan, Maya (Jessica Chastain), la vera protagonista di una lunghissima caccia al criminale che si dipana, tra fallimenti, frustrazioni, false piste e altri attentati – a Londra, al Marriott Hotel di Islamabad, nelle basi militari in Afghanistan – sino alla risoluzione del caso ben otto anni dopo, quando durante l’incursione in un anonimo edificio protetto come una fortezza ad Abbottabad, in Pakistan, i Navy Seals, il 2 maggio del 2011, scovano e uccidono bin Laden.

Zero Dark Thirty – termine gergale che indica le 00.30, l’ora della missione finale – attraverso questo passaggio senza soluzione di continuità dalle commoventi voci dei cittadini americani condannati a morte nell’attentato all’interrogatorio, sembra disporre il paesaggio di fondo emotivo e morale della vicenda. Che, almeno apparentemente, giustifica l’uso della tortura sulla base delle violenze perpetrate dai terroristi. All’uscita del film, proprio su questo aspetto si concentrarono le attenzioni – e le polemiche – dell’opinione pubblica, che sfociarono anche in un’interrogazione al Senato americano intesa a marginalizzare il ruolo della tortura nelle operazioni della Cia.

Il punto di vista del film però, probabilmente, è più articolato, grazie a un insieme di scelte complesse e sottili. Ricordiamo in primo luogo che Zero Dark Thirty è il frutto di una minuziosa ricostruzione degli eventi condotta dallo sceneggiatore Mark Boal – lo stesso del precedente film della Bigelow, The Hurt Locker –, un esperto giornalista che si è servito di diverse fonti per delineare uno scenario attendibile e il più possibile prossimo alla realtà degli accadimenti.

Zero Dark Thirty ha la forza di un concretissimo reportage, seppure confezionato nelle vesti di un thriller coinvolgente e ricco di suspense, sebbene racconti una vicenda di cui chiunque conosce già il finale. Il film ambisce a essere una cronaca quasi letterale, una oggettiva ricostruzione di un avvenimento centrale della storia contemporanea – aderente, certo, al punto di vista degli americani. Così Zero Dark Thirty volutamente non cerca nemmeno di scavare nelle motivazioni, sia storiche – date per assodate – che psicologiche dei protagonisti. Su tutti il personaggio di Maya: senza passato e senza futuro, senza vita privata persino, completamente risucchiata dall’ossessione d’una missione che ritma ogni suoi comportamento per otto lunghi anni.

È proprio la scelta deliberata di non indagare sotto la superficie degli avvenimenti, ma semplicemente di riportarli, preoccupandosi della corrispondenza cronachistica con l’effettiva realtà delle cose, a costituire la cifra di Zero Dark Thirty. Il quale è, certo, un racconto avvincente, che però non vuole trasformare la vicenda in uno “spettacolo”, e resta più attento alla registrazione degli accadimenti che alla loro enfatizzazione. Quindi, sebbene la tensione sia impeccabile – basti pensare alla lunga, magnifica sequenza della missione finale – il film cerca un’espressività ridotta all’essenziale di fatti e comportamenti, attenuando i toni patetici.

Ed è nei confini di questa modalità espressiva che va inscritta la messinscena della tortura. In Zero Dark Thirty l’assunzione di responsabilità sta precisamente nello scegliere di filmare la realtà senza edulcorarla e quindi mostrando senza evasività tutto il mostrabile. La moralità dello sguardo è un tema assai complesso, per il quale non esiste una ricetta univoca: talvolta la scelta più giusta sta nel non visualizzare la violenza, per evitare un’adesione morbosa e voyeristica e così esprimere attraverso questa omissione il proprio giudizio di condanna di certi comportamenti.

Stavolta però, di fronte a una questione controversa come la tortura, la scelta opposta – evitare censure e offrire allo spettatore un resoconto senza eufemismi degli eventi – è una posizione altrettanto eticamente condivisibile. Non si può pensare cioè che, per il solo fatto di mostrarla, Zero Dark Thirty si trasformi automaticamente in un peana alla tortura. Che poi possa trasparire una qual certa fascinazione della violenza, questo è certo: ma si tratta di un’incognita connaturata al racconto cinematografico, di cui la Bigelow è assolutamente consapevole. Basta ripercorrere la sua filmografia per capirlo, dai criminali drogati di rischio di Point Break alle sinistre videoregistrazioni cerebrali degli omicidi di Strange Days, sino ovviamente all’artificiere di The Hurt Locker, che non riesce ad uscire dal loop dell’adrenalina da guerra.

Zero Dark Thirty è una radiografia problematica e trasparente degli scenari di guerra e di intelligence. Non nega l’ammirazione per donne e uomini il cui impegno in prima linea ha consentito di arrivare a sconfiggere il riconosciuto nemico numero uno degli Stati Uniti. Ma opta per una messinscena che non può essere confusa con una propaganda becera e impiega tutti gli strumenti della grammatica cinematografica per costruire un racconto di sottile ambiguità e senza trionfalismi.

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