Il curioso caso di Benjamin Button: in tv stasera Brad Pitt sembra Forrest Gump

Su Rete 4 alle 21.15 la vicenda dell’uomo nato vecchio che crescendo ringiovanisce. Vorrebbe essere una riflessione sul tempo e il senso della vita. Ma il protagonista manca di caratterizzazione psicologica. E la filosofia di fondo è semplicistica e accomodante.

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Il curioso caso di Benjamin Button (2008) di David Fincher è ispirato a un racconto giovanile di Francis Scott Fitzgerald del 1922, ampiamente rimaneggiato. A New Orleans l’anziana Daisy (Cate Blanchett), quasi in punto di morte, svela alla figlia Caroline (Julia Ormond) la storia fuori dall’ordinario dell’amore della sua vita, Benjamin Button (Brad Pitt), e le fa leggere il diario che lui ha tenuto sulla sua avventurosa esistenza.

Benjamin nasce inspiegabilmente vecchio il giorno in cui finisce la Prima guerra mondiale. Viene abbandonato sulle scale di una casa di riposo dal padre (Jason Flemyng), spaventato dalla sua diversità ed è adottato da Queenie (Taraji P. Henson), l’inserviente di colore dell’ospizio. Per ragioni misteriose, crescendo Benjamin ringiovanisce. La sua vita è ricca d’esperienze: il colpo di fulmine per Daisy, con la quale si conoscono bambini (quando lui è vecchissimo), il lavoro come marinaio sul rimorchiatore del capitano Mike, la passione per una malinconica aristocratica (Tilda Swinton), il ritorno del padre in cerca di perdono, da cui eredita l’azienda di bottoni di famiglia.

Benjamin e Daisy s’incrociano più volte, fino a quando le loro età collimano (lui non troppo maturo, lei abbastanza adulta) e l’amore può finalmente sbocciare, coronato dalla nascita di Caroline. Ma Benjamin, conoscendo il suo destino, sa di non essere in grado di crescere la figlia e abbandona la famiglia.

Il curioso caso di Benjamin Button è un prodigio tecnico: grazie agli effetti speciali Pitt interpreta il protagonista dalla vecchiaia sino alla primissima maturità, e così la Blanchett nell’ordine inverso (anche se ne nelle sequenze in cui devono dimostrare vent’anni l’abuso di computer grafica trasforma i loro volti in maschere robotiche). Per il resto è un film irritante, che confeziona con espedienti furbeschi – a partire da una fotografia caramellata e movimenti di macchina morbidissimi – un’ottimista quanto fasulla elegia della vita.

Il curioso caso di Benjamin Button lascia perplessi sotto molti aspetti. Nessuno che si sorprenda dell’eccezionale condizione del protagonista: non i medici che lo visitano alla nascita, non gli anziani ospiti della casa di riposo, non le persone importanti della sua vita. Soprattutto a non sorprendersi è Benjamin, personaggio dalla psicologia bidimensionale che si limita ad accettare passivamente la realtà, fedele alla filosofia spicciola impartitagli dalla madre adottiva, secondo cui nella vita “non sai mai cosa c’è in serbo per te”.

Cioè la stessa morale di Forrest Gump: “La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”. Come è stato ampiamente notato, è a quel film che rimanda pesantemente Il curioso caso di Benjamin Button, col quale condivide lo sceneggiatore Eric Roth. Le similitudini sono molte: la naïveté dei due protagonisti, l’atteggiamento protettivo della madre per il figlio “diverso”, l’andamento picaresco della narrazione, la somiglianza di alcuni personaggi di contorno (il capitano Mike ricorda anche fisicamente il tenente Dan), la metafora della piuma che qui diventa un colibrì.

Da Forrest Gump viene anche il modo in cui vicenda personale e collettiva si riannodano. Il curioso caso di Benjamin Button parte dal primo conflitto mondiale e attraversa il secondo, ed è punteggiato dalla presenza di altri eventi storici, quali la spedizione dell’Apollo 11 e il ciclone Katrina.

Ma se la riflessione su trent’anni di storia degli Stati Uniti costituiva il cuore di Forrest Gump, ne Il curioso caso di Benjamin Button i riferimenti alla cronaca lungo cinquant’anni di vita americana restano un elemento esteriore. Tanto è vero che, stante anche la fotografia, il film sembra immerso in un’atmosfera a cavallo tra fine Ottocento e primo Novecento, ribadita da dettagli di sapore antiquario – gli inserti da cinema delle origini nel racconto del vecchio colpito sette volte da un fulmine, gli episodi al bordello che non stonerebbero in un western, la recitazione quasi caricaturale di Queenie che disegna una “negra” da film d’anteguerra.

La vicenda di Benjamin sulla carta è una riflessione ispirata sul tema del tempo. Ma in realtà, ringiovanimento fisico a parte, il passare degli anni e il mutare del mondo intorno a lui paiono quasi non riguardarlo. Nel racconto di Fitzgerald lo scorrere del tempo influisce sui sentimenti: Benjamin è innamorato della moglie finché è giovane e bella, ma quando lei invecchia e lui ringiovanisce, la passione inevitabilmente appassisce. Niente del genere accade nel film di Fincher, dove gli anni scivolano via senza scalfire emozioni che durano per sempre, come stessimo in un rassicurante mondo da favola. Benjamin resta per tutta la sua bislacca esistenza aggrappato all’amore puro e intoccato per Daisy, e così lei per lui. La storia è attraversata da accadimenti squassanti, tra cui due guerre mondiali, eppure nulla, nemmeno il tempo che scorre incredibilmente al contrario riesce a incrinare l’imperturbabilità del protagonista.

Lo dimostra il diario di Benjamin, pedante collezione dei pensieri d’una vita che commentano in voice over gli avvenimenti, specchio della sua filosofia semplicistica e accomodante, il cui succo è che “non è mai troppo tardi, o nel mio caso, troppo presto per diventare quello che vuoi essere”. Benjamin Button ha attraversato la vita all’incontrario, accumulando esperienze straordinarie che avrebbero potuto aprirgli le porte di un sapere inaudito. Ma idealmente, come il suo doppio Forrest Gump, è restato seduto su una panchina, confortato dall’idea che il senso della vita fosse scolpito nei messaggi edificanti contenuti negli incarti dei cioccolatini.

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