Hugo Cabret: stasera in tv Scorsese racconta la magia del cinema

Alle 21.15 su Rai Tre la storia dell'orfano che vive in una stazione parigina e del suo sogno di aggiustare un automa. Un film d’avventura per ragazzi che è un commosso omaggio al cinema delle origini. Con un cast di grandi nomi, Ben Kingsley, Jude Law, Christopher Lee.

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Hugo Cabret (2011) di Martin Scorsese inizia con il particolare degli ingranaggi d’un orologio (che fanno subito pensare alla meccanica della macchina da presa) che sfumano in dissolvenza incrociata in una panoramica dall’alto di Parigi – il luogo in cui l’arte cinematografica è nata. Di lì parte un vertiginoso piano sequenza – del tutto impossibile, ma è questa la forza inventiva del cinema, qui anche in versione 3d – che s’indirizza verso la Gare Montparnasse e termina sul dettaglio degli occhi di Hugo Cabret (Asa Butterfield), l’orfano che vive all’interno dell’orologio della stazione. Il ragazzino osserva il mondo che brulica intorno a lui con uno sguardo incuriosito, che rimanda inevitabilmente a La finestra sul cortile di Hitchcock, ossia la massima allegoria dell’atto cinematografico del vedere che la settima arte abbia mai prodotto.

Se ci fosse stato qualche dubbio, dunque, la prima sequenza di Hugo Cabret, che Scorsese ha ricavato dal romanzo illustrato di Brian Selznick, ribadisce che questo film è un atto d’amore che il regista newyorkese ha dedicato alla passione che ha segnato la sua vita. Il protagonista della storia ambientata nei primi anni Trenta è l’orfano Hugo, il cui grande sogno è aggiustare l’automa cui stava lavorando il padre (Jude Law) prima di morire. Il ragazzino vive di espedienti, sfuggendo all’inflessibile ispettore ferroviario Gustav (un inedito Sacha Baron Cohen) e rubacchiando qua e là, soprattutto al negozio di giocattoli meccanici gestito da un individuo apparentemente insignificante, il vecchio Georges Méliès (Ben Kingsley). Ma quest’uomo nasconde un incredibile segreto, ovviamente legato al cinema, che l’incontro con Hugo riporterà alla luce.

Scorsese sceglie di narrare la vicenda dal punto di vista d’un bambino, perché solo lui possiede la capacità di stupirsi davanti al miracolo del cinema come se si stesse manifestando per la prima volta. Lo stesso brivido di fronte a un prodigio che provarono i parigini alla prima proiezione cinematografica dei fratelli Lumière, il 28 dicembre 1895, in cui il pubblico si scansò temendo che l’immagine di un treno in primo piano stesse per sfondare lo schermo e gettarsi contro di loro.

È la stessa emozione che ci regala Scorsese quando parla dei film della sua vita: come in Il mio viaggio in Italia, il documentario dedicato al cinema italiano, in cui il racconto parte non a caso dalla memoria di lui bambino che assiste alla proiezione dei capolavori di Rossellini e De Sica, ricavandone quell’impressione fortissima legata alle “prime volte”.

Hugo Cabret è un film che ricrea esattamente la sensazione d’una prima volta, e attraverso la favolosa vicenda del bambino protagonista racconta la storia di Méliès, un artista geniale, il creatore dei trucchi e degli effetti speciali e dunque il massimo artefice del cinema quale “fabbrica dei sogni”.

Anche per questo il tono del film è diverso dalle opere usualmente tese e nevrotiche di Scorsese. Qui si parla d’amore e bambini: perciò il regista italoamericano propende per un tono favolistico e confeziona un grande spettacolo avventuroso, perfetto per un pubblico di giovanissimi – e sono indovinati e dolciastri il giusto i protagonisti Hugo e Isabelle (Chloë Grace Moretz), la ragazzina che vive con papà Méliès. Ed è un racconto con un cuore: ma un cuore meccanico, come quello che Hugo innesta all’interno dell’automa per rimetterlo in funzione, certo che il fantoccio abbia un messaggio paterno da recapitargli.

Il messaggio, naturalmente, ha a che vedere con il cinema: è quella la macchina con un’anima (e un cuore), capace di parlare alle nostre vite e infonderle gioia e calore. Hugo Cabret ha la forza sentimentale dei documentari sulla settima arte di Scorsese, con in più il tono delicato e fiabesco d’una epopea per ragazzi, nella quale l’elemento più emozionante è proprio il cinema. Di cui vengono mostrati spezzoni pioneristici, i Lumière, Edwin Porter, Chaplin, Keaton, Griffith, Harold Lloyd. E ovviamente Méliès: quello originale e quello ricreato da Scorsese, grazie a un’arte cinematografica capace di rigenerare se stessa. Con uno spirito non di sterile antiquariato, bensì guidato dal desiderio di riportare alla luce qualcosa di vitale, che ancora ci riguarda e coinvolge. Come quell’automa che aspetta di essere rimesso in moto per recapitarci un messaggio che può cambiarci l’esistenza.

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