Fuocoammare: il dramma dei migranti raccontato col linguaggio della realtà

Con le vittorie a Venezia e Berlino Gianfranco Rosi è la dimostrazione dell’attenzione riservata oggi al documentario. Il film ritrae la vita dell’isola di Lampedusa e gli sbarchi di migranti. Ma non è né cronaca né tv del dolore: è cinema della realtà, che pone domande e racconta pezzi di mondo.

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È stato probabilmente Michael Moore, aggiudicandosi un premio prestigioso solitamente riservato ai film di finzione, la Palma d’Oro a Cannes nel 2004 con Fahrenheit 9/11, a inaugurare una nuova stagione di visibilità per il documentario. Con la sua voce ingombrante Moore ci ha ricordato che questo genere narrativo non è necessariamente oggettivo e trasparente, ma al contrario può essere partigiano, parzialissimo, e perciò discutibile e da discutere. Proprio per questa sua facoltà insieme critica e divisiva, che contempera cronaca dei fatti e la sua messa in questione, il documentario costituisce uno degli strumenti più potenti e fecondi per raccontare e scandagliare la realtà.

L’Italia, per una volta, è in prima fila: su tutti naturalmente c’è Gianfranco Rosi, che ha acquisito una visibilità impensabile grazie al Leone d’oro vinto per Sacro GRA nel 2013 e oggi l’Orso d’oro a Berlino con Fuocoammare. Ma non è l’unico: pensiamo ad Alberto Fasulo che ha vinto il festival di Roma nel 2013 con Tir, Roberto Minervini, il cui Louisiana è stato il film italiano più applaudito a Cannes l’anno scorso, o il lavoro di Leonardo Di Costanzo, Andrea Segre, Alessandro Rossetto, che hanno anche scavalcato i limiti del “genere” esordendo nel cinema di finzione – rispettivamente con gli interessantissimi L’intervallo, La prima neve, Piccola patria – dimostrando, con la loro fiction imbrattata di realtà, quanto certe distinzioni tra linguaggi siano convenzionali e sempre sottoposte a ripensamento.

Tutto ciò valga come piccola premessa alla visione di Fuocoammare di Gianfranco Rosi: che naturalmente ha colpito moltissimo il pubblico, la critica e la giuria berlinese presieduta da Meryl Streep per una storia – la vita quotidiana della piccola isola di Lampedusa, meta continua di uomini disperatamente in fuga – di fronte alla quale è impossibile distogliere lo sguardo. L’attrice, nel premiare il film, ha sottolineato “la compassione che esprime verso i suoi personaggi unita alla sua forza cinematografica nel combinare una questione politica a un racconto squisitamente artistico, coraggioso e struggente. Gianfranco Rosi ci ha spiegato quanto può agire un documentario quando è così urgente, immaginativo e necessario”.

In effetti è questa la chiave dello stile di Gianfranco Rosi, insieme politico e poetico, nel quale la documentazione della realtà non diventa mai reportage giornalistico – che è utilissimo, ma è un’altra cosa – e non abdica alla consapevolezza di star usando un linguaggio prettamente cinematografico. Fuocoammare da un lato narra in modo spassionato e rispettoso i viaggi di fortuna dei migranti – senza effettismi da tv del dolore ma anche senza eufemismi, mostrando i cadaveri ammassati sui barconi. Dall’altro ricostruisce la vita quotidiana di Lampedusa, seguendo alcuni personaggi: il medico Pietro Bartolo, commovente nel racconto di come sia impossibile abituarsi allo strazio di quei disperati che giungono continuamente sull’isola, ma anche la vita quotidiana di un bambino o un pescatore subacqueo che sembra una parentesi dissonante del racconto.

Eppure ognuno di essi assolve a una precisa funzione, simbolica se vogliamo: perché il bambino ha un occhio pigro che, per vedere, è obbligato a sforzarsi – ed è impossibile non interpretarlo come metafora di un mondo che preferisce guardare da un’altra parte e ha bisogno di essere rieducato – e persino l’apparentemente incongruo sommozzatore può esprimere da un lato un desiderio di fuga dalla realtà o, dall’altro, un modo per ricordare come il mare non sia solo il nemico che dà la morte ma luogo di incanto, pace e meraviglia.

Questi personaggi, per quanto distanti dal cuore drammatico della storia di Fuocoammare, costituiscono il contraltare dialettico della vicenda, a cui forniscono uno spessore che non s’appiattisca sulla cronaca e tenga conto della necessità espressiva e formale del dispositivo cinematografico. Così Rosi riesce continuamente ad avvicinarsi e allontanarsi dal tema, con uno stile che mescola oggettività e partecipazione e una pietas che non viene meno neanche nei momenti più ostici.

E se anche mostra i corpi senza vita, lo fa solo alla fine, quando ormai come pubblico abbiamo incamerato tutte le informazioni necessarie strutturando, a partire da quello del regista, un nostro punto di vista. Quindi l’orrore non serve per scioccare ma per evitare l’ipocrisia dell’attenuazione della realtà. Fuocoammare lavora alla rieducazione dello sguardo, riabituando l’occhio pigro dello spettatore alla visione delle cose. Non è colpa del film, però, se quello che viene messo a fuoco è straziante.

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