Trainspotting: stasera in tv il cult movie con Ewan McGregor, aspettando il sequel

Appuntamento su Italia 2 alle 21.10 con il film di Danny Boyle che negli anni Novanta raccontò con spiazzante umorismo un mondo di drogati felici di esserlo. Un’opera che risentiva di un’aria nuova e dell’affermarsi della cultura rave. Un successo che ha influenzato molto il nuovo cinema britannico.

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Ormai è ufficiale: Trainspotting 2 si farà, le riprese cominceranno nella primavera di quest’anno e il film uscirà nel 2017. La squadra è la stessa: Danny Boyle alla regia, nel frattempo divenuto un celebrato autore da Oscar (col ruffiano The Millionaire), John Hodge come sceneggiatore e un altro romanzo di Irvine Welsh, Porno, da cui partire. E soprattutto ci saranno i medesimi protagonisti, Ewan McGregor, Jonny Lee Miller, Ewen Bremner e Robert Carlyle, a indossare i panni di Renton, Sick Boy, Spud e Begbie, che stavolta per sbarcare il lunario si sono dati alla pornografia. Sul titolo ancora molti dubbi, pare abbandonata l’idea di utilizzare quello del romanzo di Welsh ed è improbabile l’ipotesi T2, per il quale, scherzando, Boyle ha detto che dovrebbe andare a chiedere il permesso a James Cameron (per la confusione con Terminator 2).

L’attesa è tanta, perché il primo Trainspotting, nel 1996, fu un notevole successo e una scioccante sorpresa. Prima dalla Gran Bretagna arrivavano o impeccabili trasposizioni di classici della letteratura sulle classi agiate – i film alla James Ivory, per intenderci – oppure ritratti di ambiente proletario politicamente impegnati – modello Ken Loach. Trainspotting (non dimentichiamolo, girato in Scozia, un dettaglio su cui il film gioca molto) era tutt’altro: il racconto assai scomposto di un gruppo di tossici orgogliosamente felici di esserlo, che spiegano senza mezzi termini quanto sia eccitante drogarsi.

I protagonisti di Trainspotting non sono i classici disperati che si trascinano stancamente fino alla prossimo dose. Al contrario, hanno una vita sociale, incontri, donne, continui andirivieni tra il bucarsi e tentativi di reintegrarsi nel consesso civile. E, soprattutto, l’abuso di droghe non li rende tutti anonimamente uguali, ma ognuno mantiene il proprio carattere, dal timido Spud al Sick Boy logorroico che, come i personaggi del primo Tarantino, parla continuamente di cultura pop (è un fanatico di Sean Connery).

Danny Boyle insegue i protagonisti senza eufemismi lungo le loro abiezioni, mettendo da parte giudizi moralistici e puntando su un umorismo acre e paradossale che rende tutto allo stesso tempo repellente e divertente. Trainspotting non nega lo squallore abietto di quelle esistenze, spesso inquadrate ad altezza tappeto – sono quasi sempre fatti, quindi è la prospettiva da cui osservano il mondo. Però non li disegna disperati e infelici, o almeno non più dei borghesi regolari, come i genitori di Renton che passano la vita davanti alla televisione in un appartamento nel quale bastano la bruttezza di mobilio e tappezzerie a far capire quanto è squallida la loro esistenza (il modo in cui sono descritte case, ambiente sociale, rapporti umani ha molti debiti con Arancia meccanica, apertamente citato).

Lo stile di Trainspotting deriva di conseguenza: ipercinetico, sudicio, con i colori acidi di un trip interminabile e la musica rave – è il primo esempio di cinema mainstream che apre uno squarcio sulla rave generation –, un modello da subito imitatissimo, più la forma che la sostanza (film come Lock & Stock di Guy Ritchie). Poi la pellicola vuole raccontare anche l’ipocrisia d’una società che punta il dito contro la droga e si dibatte tra mille forme di dipendenza, legate all’ossessione dei consumi. E lo fa con un tono compiaciuto che fa rientrare dalla finestra quel moralismo negato a parole, ma uno dei segreti del successo di Trainspotting sta proprio nell’antagonismo un po’ di maniera.

Che resta scolpito nel famoso monologo finale di Renton, che ha scelto la via della normalizzazione e però s’illude di poterla sbattere in faccia ai benpensanti: “Metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora, diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d’ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai”.

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