Revenant – Redivivo: DiCaprio prenota l’Oscar, ma il film di Iñàrritu è deludente

Dopo le 12 nomination ricevute esce nei cinema italiani il nuovo film del celebrato regista messicano. Che ripete la sua tipica formula: una confezione sontuosa da film d’autore, ma poca sostanza. DiCaprio vincerà la statuetta: ma è ingabbiato in un ruolo proibitivo, che gli consente di recitare pochissimo.

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Viene da chiedersi perché Alejandro González Iñárritu sia andato a girare il suo nuovo film fin nel profondo nord americano, sottoponendo la troupe a un lavoro massacrante in condizioni ambientali proibitive, se poi il risultato finale non fa che ripetere le caratteristiche tipiche – difetti, soprattutto – del suo cinema.

Revenant – Redivivo ha pochi giorni fa incassato ben 12 nomination agli Oscar, su tutte naturalmente quella attesissima come miglior attore a Leonardo DiCaprio, protagonista involontario di un tormentone – riuscirà il nostro eroe a vincere finalmente l’ambita statuetta? – talmente asfissiante da essere venuto a noia persino al diretto interessato. E lo stesso Iñàrritu è reduce dal successo dell’anno scorso di Birdman, col quale ha vinto tre statuette personali – film, regia e sceneggiatura –, un exploit, se non erro, riuscito prima solo al sommo Billy Wilder.

Parliamo dunque, le attestazioni dell’Academy lo confermano, di un regista ormai riconosciuto come “grande autore”, un maestro visionario di eccezionale talento. Ed ecco forse la ragione per questa scomoda trasferta nei paesaggi inaccessibili dell’estremo Nord: solo lì Iñàrritu è riuscito a trovare un luogo abbastanza vasto da contenere le sue sconfinate ambizioni d’artista.

Revenant racconta la storia tra realtà e leggenda dell’esploratore Hugh Glass (DiCaprio), che nel 1823 partecipa a una spedizione di cacciatori di pelli nel North Dakota. Il gruppo è decimato da un’imboscata degli indiani Arikara e successivamente Glass viene attaccato da un orso, che lo riduce in fin di vita. Solo tre uomini restano ad assisterlo, tra cui l’amatissimo figlio meticcio Hawk (Forrest Goodluck) e Fitzgerald (Tom Hardy), un grettissimo individualista che uccide il ragazzo e seppellisce il moribondo Glass. Che però, con una forza di volontà quasi soprannaturale, riesce a restare vivo: e da quel momento la vendetta diventa il suo unico obiettivo.

Revenant ha quindi una trama spoglia, ossessivamente incentrata per due ore e mezza di durata su due soli temi, uno incastrato nell’altro: la sopravvivenza in un luogo inospitale e l’odio verso l’assassino del sangue del suo sangue. Una cellula narrativa secca e brutale, come secco e brutale è l’ambiente che accoglie la vicenda, fatto solo di freddo, ghiaccio e pericolo. Una natura che Iñàrritu filma – grazie anche al contributo del geniale direttore della fotografia Emmanuel Lubezki (abituale collaboratore di Terrence Malick, e si vede) – oscillando tra repulsione e fascinazione.

Due sentimenti che corrispondono in maniera abbastanza precisa alle due modalità principali usate dal regista per le inquadrature: quelle dal basso, che ritraggono la fatica, la durezza, l’orrore di un mondo inabitabile in cui l’essere umano è costretto a prove estreme, mangiando carne cruda, usando carcasse d’animali per proteggersi dal freddo, “bevendo” la neve che fiocca per dissetarsi; e poi le inquadrature dall’alto, che restituiscono la sconfinata ma distaccata maestosità del creato. Che sì, toglie il fiato per la sua innegabile bellezza, ma nel quale pure l’uomo resta un piccolo e impercettibile dettaglio, non più importante delle formiche che talvolta Iñàrritu riprende.

Il quale, beninteso non è certo un “regista entomologo” che tiene a distanza i personaggi: al contrario, la sua macchina da presa resta costantemente incollata ai volti e ai corpi degli attori in primi e primissimi piani insistiti, per raccontare la straziante lotta contro la natura.

Come in altri suoi film (pensiamo a 21 grammi), Revenant mette in scena una minuziosa enciclopedia del dolore, sintetizzata dal percorso di atroce sofferenza e rinascita di Glass. DiCaprio è ingabbiato in un ruolo proibitivo: un’interpretazione agonica in cui sbuffa, sanguina, sbava, si trascina strisciando sulla neve, ridotto a uno stato primordiale nel quale la vita è istinto di sopravvivenza e quasi niente ragione. Incastrato in una parte monocorde che ha la vendetta quale unico obiettivo, a DiCaprio si finisce per preferire il personaggio di Hardy, anch’egli monolitico nella sua sgradevolezza, ma con maggiori e meglio evidenziate motivazioni.

Soprattutto, è la firma di Iñàrritu a lasciare, ancora una volta, perplessi. Revenant parte con una scelta interessante: situare la storia in un periodo singolare e poco frequentato dal cinema, il primo Ottocento dei cacciatori di pellicce, un’epoca che precede l’epopea vera e propria del west (a cui Hawks dedicò un capolavoro, Il grande cielo). Ma al regista messicano la storia, è evidente, non interessa: e la maniacale cura realistica (ottenuta sia filmando con luce naturale che con un sapiente uso degli effetti digitali) mira alla creazione di un fondale verosimile per la sua monotona e ricattatoria radiografia del dolore.

Il regista non possiede il dono della levità e del sottinteso. Ricordiamo la frase che il personaggio di Riggan di Birdman ha appuntata nel suo camerino: “Una cosa è una cosa, non quello che si dice della cosa”. Fedele a questa massima, Iñàrritu filma la realtà in maniera tautologica, sempre mostrando tutto il visibile possibile e non risparmiando mai un dettaglio che sia uno. In Birdman i personaggi erano seguiti senza sosta dentro e fuori la scena, in un asfissiante piano sequenza interminabile; Revenant invece è un campionario di dita mozzate, frecce che attraversano i corpi, animali scuoiati ed eviscerati, omicidi crudelissimi inquadrati in inflessibili primi piani. In entrambi i film (ma succedeva lo stesso in 21 grammi) non c’è mai spazio per il non detto, per toni men che totalmente espliciti. La macchina da presa fruga sempre in ogni direzione per restituire una realtà gridata e parossistica, che punta spessissimo sulla messa in scena amplificata di una sofferenza che invece di commuovere frastorna.

Iñàrritu – e mi scuso se ripeto cose già dette – segue sempre lo stesso procedimento: prende materiali narrativi di seconda mano, appena sufficienti per un onesto melodramma o – come in questo caso il tema della vendetta – buoni per western secchi ed essenziali, e conferisce loro dignità grazie a una confezione enfatica con “effetti speciali” da film d’autore.

Le sue prime opere, delle storie strappalacrime piene di coincidenze improbabili, venivano riscattate dalle sceneggiature di Guillermo Arriaga, che rimontavano sapientemente le vicende infrangendo la linearità narrativa, dando una patina sperimentale e postmodernista all’insieme. Da quando invece collabora con Lubezki, a dare un sapore d’oltranzismo avanguardistico è l’aspetto visivo della pellicola. Che in Revenant è stilisticamente sontuoso, tra lenti piani sequenza e l’alternarsi tra primissimi piani e totali, inquadrature dall’alto e dal basso, minuzioso realismo e sconfinamenti onirici. Ma sono espedienti che restano sulla carta, impiegati in maniera estetizzante e non intimamente legati alle esigenze narrative o a quelle espressive della poetica del regista.

Per questo è fuorviante il parallelo tra Iñàrritu e Malick. Quest’ultimo adotta uno stile immaginifico per raccontare – talvolta anche con esiti discutibili, come in To the Wonder – storie intrise di suggestioni spirituali, tese a cogliere una realtà che vibra oltre il visibile, e perciò supportate da un’enunciazione che tende all’allusione, la sospensione narrativa, i vuoti. Iñàrritu invece conosce solo la brutalità del visibile, dei pieni e del detto: e obbliga DiCaprio a una prova di sofferenza costante e lancinante, mostrandone senza pudore il corpo oscenamente piagato e in via di decomposizione. Ma sfugge il senso dell’operazione e sembra esserci ben poco oltre la letteralità di una messa in scena quasi da voyer, che colleziona con ragionieristica pignoleria tutte le forme del dolore umano.

In Revenant resta solo la fantasmagoria visiva di uno stile implacabile, che lascia a bocca aperta e pretende un ossequioso assenso al genio di un autore che colpisce basso allo stomaco del pubblico, per scioccarlo e non spingerlo mai a ragionare. Se lo spettatore lo facesse, probabilmente, comincerebbe a nutrire qualche sospetto sulla consistenza della poetica di Iñàrritu.

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