Creed: il ritorno di Rocky Balboa per uno Stallone in odore di Oscar

Il protagonista stavolta è il figlio di Apollo Creed. Più che uno spin-off, un remake di “Rocky”, con la storia dello sconosciuto che sfida il numero uno. Il ring resta una palestra di vita. Dove a far male non sono i cazzotti, ma la sfida con se stessi. Un film intriso di nostalgia. Che si guarda con affetto.

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Corsi e ricorsi: in Rocky era Balboa il pugile qualunque cui veniva offerta l’occasione di combattere contro il campione del mondo Apollo Creed. Stavolta è Creed, o più precisamente suo figlio Adonis (Michael B. Jordan) a essere l’ignoto sfidante del campione del mondo Ricky Conlan (interpretato dal vero pugile Anthony Bellew).

La storia è la stessa: Creed – Nato per combattere di Ryan Coogler più che uno spin-off è un remake, che del classico del 1976 ricupera lo spirito, la parabola del working class hero di buon cuore per il quale la vittoria può essere ottenuta solo attraverso la forza di volontà, il coraggio, l’amore di chi ti sta accanto.

Valori semplici, essenziali, che sullo schermo vengono indossati con emozionante naturalezza da uno Stallone divenuto ormai icona, che ha appena incassato la nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista, che probabilmente vincerà. Sly si ritaglia il ruolo del mentore, un acciaccato Rocky Balboa, ormai abituato a parlare solo coi morti (la moglie Adriana e l’amico Paulie), a cui Creed, offre una chance per sentirsi ancora vivo.

Creed è ovviamente un film sulle seconde occasioni: quella del giovane Adonis, oppresso dal peso del nome del padre Apollo che non ha mai incontrato e voglioso di dimostrare di non essere un “buffone”; ma anche quella di Rocky, bisognoso di trovare un senso all’autunno della propria esistenza.

Coogler filma una Philadelphia che si vuole quotidiana, tra palestre povere e strade di periferia. Sembrerebbe quasi di essere ancora negli anni Settanta, se non ci fossero la musica, la moda, l’abbigliamento a ricordarci quanto le cose siano cambiate. Ma forse è un mondo in cui i due tempi si sono mescolati, come manifesta una colonna sonora dove Settanta e nuovo millennio camminano a braccetto. In un film il quale, prima che di cazzotti, è fatto di sentimenti sottotono, quasi malinconici. Creed chiama Rocky “zio”, e la storia d’amore che sboccia tra il (forse) futuro campione e la cantante Bianca (Tessa Thompson) è d’una pudicizia difficile da trovare nel cinema contemporaneo.

Creed ribadisce la filosofia del primo Rocky (e dell’ultimo Rocky Balboa): “un passo alla volta, un pugno alla volta, una ripresa alla volta”, come il vecchio leone insegna all’allievo. Perché il ring resta ancora una palestra di vita, un addestramento fatto di sofferenza, sudore e sangue per temprarsi alle difficoltà dell’esistenza. Un film che parla di valori con una spudoratezza che si può trovare o di disarmante onestà o insopportabilmente retorica. E che pure si guarda con affetto per la nostalgia quasi struggente che manifesta verso un’epoca e modi di essere che non esistono più (ma forse ci si è solo illusi che siano esistiti).

Poi, naturalmente, essendo una storia alla Rocky, il lungo finale di Creed è dedicato a un incontro di pugilato come ai vecchi tempi: dove ci si affronta a viso aperto, dandosele di santa ragione, con il sangue che scorre a fiumi. E dove a far male davvero non sono i pugni, ma la sfida con se stessi.

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