Heart of the Sea: Moby Dick dal mito alla storia (Hollywood style)

Il nuovo film di Ron Howard racconta la vera vicenda della baleniera Essex che è alla base del romanzo di Melville. Il risultato è visivamente grandioso, una grande saga d’avventura e tragedia. Che però sembra un collage di altri film, dal Bounty a Capitani coraggiosi allo Squalo.

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Heart of the sea – Le origini di Moby Dick è tratto dal saggio di Nathaniel Philbrick Nel Cuore dell’Oceano, che ricostruisce il naufragio del 1820 della baleniera Essex, cui s’ispirò l’ex marinaio e scrittore Herman Melville per comporre Moby Dick. Perciò non avrebbe senso giudicare il film avendo come metro di paragone la densità simbolica del romanzo, “libro perverso” – così lo definì lo stesso Melville – di “meditazione e acqua”, nel quale la minacciosa balena si carica dei fantasmi mentali dell’autore e di risonanze metafisiche ben illustrate dall’allucinato candore del cetaceo.

Al regista Ron Howard interessa decisamente altro: la grande avventura della nave che solca Atlantico e Pacifico a caccia di balene e incappa in un animale di straordinarie dimensioni (e intelligenza) che ne causa il naufragio, costringendo i sopravvissuti a un penoso vagabondaggio nell’oceano, durante il quale si renderanno protagonisti, per restare in vita, persino di atti di cannibalismo.

Heart of the sea si snoda quindi come un robusto racconto di mare che, partendo dalla storia del comandante in seconda Chase (Chris Hemsworth), ripercorre gli snodi tipici del genere. Il conflitto modello Bounty tra Chase, che è di umili origini e aspira a diventare capitano, e l’inesperto comandante Pollard (Ben Walker), messo lì solo perché appartenente a una potente famiglia d’armatori. Il “romanzo di formazione” alla Capitani coraggiosi del giovanissimo Nickerson (Tom Holland), che sull’Essex diventerà uomo (pagando però le conseguenze di un trauma che si porterà appresso fino a quando, ormai adulto, racconta tutta la storia a un giovane scrittore, Hermann Melville [Ben Whishaw], ossessionato da quella vicenda).

Poi c’è il naufragio, che occupa quasi metà film, tra tempeste perfette e rituali di sopravvivenza nel deserto del mare. E infine, naturalmente, il confronto con la balena, che però, spogliato delle suggestioni simboliche del romanzo, rischia di trasformarsi un po’ troppo nello Squalo. Con l’aggravante che l’intelligenza e la pervicacia dell’animale, giustificate in un thriller metafisico come la pellicola di Spielberg, suonano stonate in un film che sceglie esplicitamente la via della storia, per quanto romanzata, e non del mito.

Ad Howard riesce quello che da sempre sa fare meglio: costruire un film spettacolare che s’immerge con cura certosina e resa di grande evidenza fisica nell’ambiente che sceglie di raccontare. Che qui è il mondo marinaro del diciannovesimo secolo, di cui Heart of the sea riproduce imbarcazioni, oggetti e linguaggio (anche se tra fiocchi e verricelli per lo spettatore italiano scatta immediato l’effetto fantozziano da “ragioniere cazzi quella gomena”). Fa sorridere l’incongrua spruzzata di ecologismo, con l’anacronistica consapevolezza ambientalista di Chase che, quando incrocia lo sguardo della balena, ne comprende la bellezza spirituale e non ha la forza di infilzarla. E non manca nemmeno il graffio al capitalismo rapace degli armatori, che vorrebbero insabbiare la storia della balena per non rovinare il mercato, ma ovviamente l’onesto Chase si oppone. Insomma un godibile film d’avventura e un bel guazzabuglio, con il disinvolto sincretismo ideologico che solo a Hollywood sanno creare.

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