Rock the Kasbah: Bill Murray è l’uomo che tutti vorremmo essere

Barry Levinson racconta la storia di un manager che scopre una cantante nell'Afghanistan martoriato dai conflitti. Ma “Rock the Kasbah” non parla di guerra. È un film su Bill Murray, uno straordinario “non attore” che non ha bisogno di recitare. Perché essere Bill Murray gli basta e avanza.

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Rock the Kasbah non è un film sull’Afghanistan o sulla musica: è un film, anzi un documentario su Bill Murray. Il quale non “interpreta” mai un ruolo, come fanno i suoi colleghi che si trasformano con gran dispendio d’energie in giornalisti d’assalto, soldati, campioni sportivi. Murray invece non ha bisogno di diventare un bel niente: che faccia il cacciatore di spiriti (Ghostbusters), l’uomo sulle tracce delle donne della sua vita (Broken Flowers) o il presidente Roosevelt (A Royal Weekend), resta sempre se stesso. Con quell’aria impassibile e svagata di chi osserva attonito la bizzarria del creato e la sua personale stranezza di individuo decisamente fuori dell’ordinario.

I ruoli migliori sono quelli che ne sfruttano l’estraneità congenita: come Lost in Translation, nel quale viene gettato in un paese di cui non parla la lingua e ha a che fare solo con una ragazza di una generazione troppo lontana per riuscire a capirsi davvero. Risultato? È completamente smarrito, e quindi perfettamente a suo agio, perché essere fuori posto è la sua condizione naturale.

Non a caso è l’attore ideale di Wes Anderson, costruttore di universi bidimensionali, malinconici e fumettistici nei quali a Murray non viene chiesto di recitare, ma semplicemente di essere. E nessuno sa “essere” meglio di lui: un’apparizione prodigiosa, una specie di animale fantastico, col quale bisognerebbe fare quello che Fellini auspicava con Totò, un saggio cinematografico che ne spieghi il funzionamento e il mistero carismatico della comicità, ottenuta senza sforzo apparente.

In Rock The Kasbah Murray è Richie Lanz, manager musicale di scarso successo – ma millanta di aver scoperto Madonna –, che porta una sua pupilla in tour presso le truppe militari americane in Afghanistan. La cantante scappa, lui invece resta, perché per uno così niente è più familiare di un luogo che non è casa propria. A Kabul incontra una prostituta dal cuore tenero (Kate Hudson) con cui fa strani giochetti sessuali (Murray, si è capito, non è uno normale), un tassista arabo appassionato di disco music (Arian Moayed), un mercenario decisamente poco rassicurante (Bruce Willis). Chiede loro aiuto nella sua nuova missione: far partecipare una cantante afghana da lui scoperta (Leem Lubany) al talent show locale, nonostante l’intero paese gridi allo scandalo.

Alla fine tutti obbediscono al suo volere, anche noi spettatori, che ci sorbiamo pazientemente Rock the Kasbah, commediola inoffensiva diretta da un Barry Levinson sonnacchioso. Lo facciamo unicamente perché c’è Bill Murray: che dallo schermo ci rilancia la consapevolezza di quanto sia faticoso e paradossale stare al mondo e per questo cerca la nostra complicità col suo sguardo comprensivo. Allora immaginiamo che le sue espressioni divertite e stupefatte siano dirette proprio a noi: e ci sentiamo subito meno soli. A un certo punto Murray ha un momento di perplessità (capita persino a lui) e chiede alla prostituta cosa ci faccia una bella donna come lei insieme a un tipo come lui. Che domande, è Bill Murray, l’uomo che ognuno di noi vorrebbe essere.

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