Ludovico Pratesi: “L’Italia non investe sull’arte. E così perde la sfida globale”

Il noto critico, ospite di OptiMagazine, fa una riflessione a tutto campo sull’arte, dal caso Colosseo alle nomine di direttori stranieri nei musei italiani. Emerge l’immagine di un paese che non capisce l'importanza dell’arte per imporsi a livello internazionale. E allora Pratesi suggerisce una soluzione.

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Ludovico Pratesi è uno dei più noti curatori e critici italiani, attualmente direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro e autorevole critico de “La Repubblica”. È stato ospite degli studi di OptiMagazine in occasione della conferenza stampa della seconda edizione di Smart Up, il Premio di Arte Contemporanea dedicato agli artisti under 40 e promosso da Optima Italia, il cui tema quest’anno è “Tutto in uno” (qui il bando di partecipazione al concorso). Pratesi è uno dei componenti della Giuria tecnica presieduta da Chiara Pirozzi, e la sua presenza è particolarmente propizia in un momento in cui le polemiche sull’arte sono all’ordine del giorno. Recentissimo infatti è il caso Colosseo, nel quale uno sciopero di tre ore ha scatenato un duro braccio di ferro tra governo e sindacati. Il governo ha approvato un decreto che ha reso i musei “servizi pubblici essenziali”, per limitare il diritto di sciopero; il sindacato ha risposto denunciando la grave condizione dei lavoratori dei beni culturali, che attendono da mesi il pagamento di straordinari e indennità.

Ma se i musei sono essenziali, lo Stato non dovrebbe investire in arte e cultura? “L’Italia ha un patrimonio artistico immenso – ribatte Pratesi – eppure, sebbene il turismo globale abbia dimensioni impressionanti, non sappiamo intercettarlo. Negli anni Sessanta eravamo la prima meta turistica del mondo, oggi siamo settimi. Questo accade perché non investiamo in arte. E anche perché non riusciamo a pensare il turismo in termini globali. Pinacoteche con siti internet insufficienti – non parliamo di quello del ministero dei beni culturali –, musei senza nemmeno didascalie in inglese: l’Italia, insomma, è ancora troppo locale per affrontare la sfida globale”.

Un limite confermato dalle polemiche provinciali seguite alla nomina dei 20 nuovi direttori, sette dei quali stranieri, chiamati alla guida di musei importantissimi come gli Uffizi e Capodimonte. “Io non mi preoccupo se i direttori siano italiani o stranieri – sottolinea Pratesi. Questo è un problema che ci poniamo solo in Italia, all’estero non accadrebbe mai. Il vero tema è capire in che condizione sono i musei, che sono strutture molto complesse, e che cosa potranno fare questi direttori per rilanciarli sulla piattaforma globale”.

La domanda che emerge dalle riflessioni di Pratesi è quella relativa al ruolo che l’arte ha nella definizione dell’identità del paese. Un tema cui il critico ha recentemente dedicato Arte come identità (Castelvecchi), un volume scritto con Simone Ciglia e Chiara Pirozzi: “Quando uno oggi pensa all’Italia – si chiede Pratesi – a che cosa pensa? All’arte, alla cultura, al calcio? Qual è la nostra identità? Nella scuola per me l’arte dovrebbe essere una materia fondamentale, perché l’Italia è obbiettivamente il paese dell’arte. Tutto il mondo ci vede così. Purtroppo però abbiamo smesso di investire sull’arte come elemento identitario dai tempi del fascismo. Manca una politica culturale nazionale, nonostante tutti i proclami del ministro Franceschini. Dobbiamo capire che l’arte è una leva fondamentale per rilanciare il paese, come stanno già facendo tutte le grandi nazioni poste di fronte competizione globale. Ma ci vuole una consapevolezza che oggi manca”.

Paradossalmente quello che non fanno le istituzioni lo fanno i privati: “Fortunatamente la committenza privata in Italia è molto attiva – ribadisce Pratesi. Pensiamo alla Fondazione Prada, inaugurata a Milano durante l’Expo, un luogo di assoluta eccellenza per l’arte contemporanea e per l’Italia, grazie alla perfetta ristrutturazione di una distilleria degli anni Trenta. O a François Pinault, che ha comprato Palazzo Grassi e Punta della Dogana. Perché l’ha fatto? Perché sono a Venezia, che è un luogo unico al mondo, con un’identità fortissima a livello planetario. I mecenati privati pensano all’identità italiana come leva per affrontare le sfide della globalità. Perché lo Stato non lo fa?”.

“L’Italia deve recuperare una visione – incalza Pratesi. Lancio una proposta: chiamiamo i dieci artisti più importanti del mondo e facciamogli realizzare una serie di opere per l’Italia, una per ogni città. Damien Hirst, Jeff Koons, Anish Kapoor, Giuseppe Penone: grandi artisti capaci di attirare l’opinione pubblica internazionale. Basterebbero tre anni e l’Italia tornerebbe protagonista a livello mondiale. Perché l’arte contemporanea, e lo ricordo al ministro Franceschini, è il presente e il futuro di questo paese”.

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