Operazione U.N.C.L.E.: che classe, le spie d’una volta!

Tratto da una serie tv degli anni Sessanta, il film di Guy Ritchie racconta gli anni della Guerra Fredda, spie e nazisti cattivissimi compresi. Ma è tutto un pretesto per tuffarsi nei “favolosi” anni Sessanta, tra bellimbusti, donne elegantissime e dolce vita. Divertente, ma superficiale.

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1963, Guerra fredda, Berlino (dove altro?): la spia americana Napoleon Solo (Henry Cavill) s’intrufola nella parte orientale della città per far fuggire Gaby Teller (Alicia Vikander), lavoro da meccanico nella Germania Est. Alle sue calcagna, per rovinargli la missione, c’è un roccioso agente sovietico, Illya Kuryakin (Armie Hammer). Ovviamente i due saranno costretti dai loro superiori di Cia e Kgb a lavorare insieme, per sventare il piano degli immancabili nazisti di costruire un ordigno nucleare. E della partita sarà anche Gaby, figlia dello scienziato al soldo dei malvagi che sta progettando la bomba.

Operazione U.N.C.L.E., il nuovo film di Guy Ritchie, s’ispira alla vecchia serie tv con Robert Vaughn e David McCallum, che riprende non tanto per sfruttarne fama e nostalgia dei fan, bensì per le caratteristiche ideali della serie: ambientazione nei favolosi anni Sessanta, spie belle e impossibili, villain cattivissimi però di gran classe, come Victoria Vinciguerra (Elizabeth Debicki), “combinazione letale di ingegno, bellezza e ambizione”. E, soprattutto, c’è l’abbagliante apparato di vestiti, acconciature, canzoni, accessori, che rendono la pellicola un opulento omaggio al vintage.

Operazione U.N.C.L.E. apre il ricchissimo guardaroba d’epoca e si diverte a scegliere i pezzi più cool per vestire un film fatto apposta per sedurre. Infatti, le due superspie s’accapigliano non poco quando in una boutique devono decidere quali abiti comprare a Gaby: a pensarci bene, è quello il dettaglio più importante.

Naturalmente Ritchie è perfettamente consapevole del gioco: non punta certo sulla verosimiglianza della ricostruzione storica, a dir poco fantasiosa, bensì sulla cura di estetica e moda del periodo, per ricrearne, attualizzandolo, il gustoso sapore d’epoca. E allora la vicenda non poteva che essere ambientata in Italia: perché, quando si tratta di buon gusto, niente è meglio del made in Italy e di un’eterna mitologia da dolce vita. Vuoi mettere quanto è stiloso Napoleon a spasso in vespa, come Gregory Peck in Vacanze romane?

Ogni inquadratura è composta con impeccabile taglio sartoriale: lo è persino la sequenza della tortura, nella quale l’uso di filmati su Hitler restituisce il sapore croccante dell’estetica affilata e marziale del nazismo, che rischia di sembrare intrigante invece che orribile. Oppure c’è la scena dell’inseguimento, in cui più che di seguire l’azione, parecchio confusa, il regista si preoccupa di fotografare con resa pubblicitaria gli schizzi di fango che imperlano il volto degli eroi.

Che sono due perfetti manichini: non nel senso di cattivi attori, ma perché vengono trattati come supporti inerti da agghindare con vestiti, stile e carattere unidimensionale deciso a tavolino: l’americano spudorato e gaglioffo, seduttore e mascalzone; il russo atletico e nevrotico, idealista e romantico.

Ritchie giustamente non prende nulla sul serio: punta sull’ironia e costruisce con divertita leggerezza il suo giocattolo d’intrattenimento, un fumetto patinato (infatti usa spesso lo split-screen, dividendo lo schermo in più riquadri, come vignette d’un fumetto), la cui ambizione è mantenersi al livello d’una scintillante superficie. Missione compiuta. Contento lui.

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