“Mission: Impossible”: torna la superspia Tom Cruise, in forma smagliante

Il quinto episodio della serie, diretto da Christopher McQuarrie, rinnova i fasti del franchise prodotto e interpretato dal divo di Hollywood. Un film d’azione mozzafiato su scala globale, nel quale le spie si muovono con la grazia di ballerini. Leggerissimi. Come il film.

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“C’è un’altra Cia dentro la Cia” diceva sbigottito Joseph Turner (Robert Redford) nel classico I tre giorni del Condor, quando scopriva l’esistenza di un’organizzazione malvagia, composta da agenti ufficialmente morti, nata da una costola dell’ente preposto alla sicurezza nazionale. È praticamente la stessa storia di Mission: Impossible – Rogue Nation, quinto episodio, diretto da Christopher McQuarrie, del franchise prodotto e interpretato da Tom Cruise. Nel quale l’agente Ethan Hunt, insieme ai colleghi dell’IMF (di nuovo Jeremy Renner, Simon Pegg e Ving Rhames, più l’azzeccata new entry Rebecca Ferguson) va a caccia del Sindacato, una pericolosa struttura di ex spie date per defunte che semina il terrore, alla cui esistenza la Cia non vuole credere. E allora Hunt è costretto ad agire contro tutte le regole per la sicurezza del pianeta.

Uguale la trama, ma diversissimo il trattamento : il vecchio film di Sidney Pollack era una riflessione amara, in linea con il cinema americano degli anni Settanta, sull’insicurezza e la disillusione verso le istituzioni ufficiali – in un paese che doveva metabolizzare lo scandalo Watergate. L’intreccio da spy story, insomma, sorreggeva un discorso critico che fotografava una stagione problematica della storia nazionale, con giudizi sconsolati sulla società e la politica dell’epoca.

Mission: Impossible, invece, è un efficacissimo divertissement in cui la vicenda di partenza serve solo per innescare un meccanismo di grande eleganza visiva, nel quale le superspie rimbalzano con la leggerezza di danzatori ai quattro angoli del pianeta – Londra, Marocco, L’Avana, Bielorussia – in sequenze d’azione coreografate come un musical. E infatti musicale è uno dei momenti migliori del film: la sequenza al Teatro dell’Opera di Vienna nella quale, durante un’esecuzione della Turandot, Hunt cerca di sventare l’assassinio del primo ministro austriaco da parte del Sindacato – evidente omaggio a L’uomo che sapeva troppo di Hitchcock.

L’insieme è di smagliante bellezza: lo spettatore si abbarbica insieme ad Hunt alla carlinga d’un aereo in volo, si lancia in inseguimenti mozzafiato in motocicletta, resta tre minuti in apnea per recuperare un preziosissimo codice cifrato. Non c’è un attimo di tregua e ogni momento vale il prezzo del biglietto, in compagnia di un Tom Cruise magnetico – splendida e giustamente “divistica” la sua prima entrata in scena –, del quale è invidiabile anche l’eccellente forma fisica.

Solo che il giocattolo è insapore: il divertimento ipercinetico è fine a se stesso e si sbriciola nella memoria non appena il film finisce. Prendiamo per esempio il modo in cui viene rappresentata la tecnologia: I tre giorni del Condor sottolineava il risvolto inquietante di dispositivi di comunicazione e controllo pervasivi, pericolosi per la privacy e la libertà individuale. In Mission: Impossible invece, la tecnologia è semplicemente uno strumento che agevola il rapporto con la realtà: grazie al quale le spie comunicano, vedono, controllano, si connettono e risolvono qualunque problema. Un sistema scorrevole e senza controindicazioni potenziali, privo di défaillances e perfettamente funzionante. Come Mission: Impossible: una perfetta visione scacciapensieri per l’ultimo scampolo d’estate.

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