Prima pagina: stasera su La7 ci sono i cronisti d’assalto Lemmon e Matthau

Ore 21.10 appuntamento con la strana coppia della commedia americana, in un classico di Billy Wilder. Un film dal ritmo indiavolato, in cui il grande regista si diverte a sbeffeggiare l'odiata categoria dei giornalisti. Ma sotto il tono caustico emerge uno sguardo affettuoso rivolto ai ruggenti anni Venti.

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Uno degli aneddoti preferiti di Billy Wilder ė quello in cui lui sta leggendo sui quotidiani le critiche al suo L’asso nella manica, in cui un cronista approfitta della tragedia di un disgraziato imprigionato in una miniera per far carriera. “Come si può credere che un giornalista si comporterebbe così? Come si può essere un uomo cinico come Wilder?”, lo ammoniscono i recensori. In quel momento un poveraccio viene investito da un’auto. Wilder si rivolge a un fotografo giunto di corsa: “Soccorriamolo!”. E quello: “Non io grazie, debbo fare le foto”.

La veridicità della storiella è dubbia, ma è autentica l’antipatia che il regista ha sempre provato per i giornalisti. Categoria che ben conosceva, avendo fatto lui stesso quel mestiere da giovane; e della quale ha offerto diversi ritratti al vetriolo, in drammi e commedie dal tono caustico e tagliente. Gli capitò anche nell’autunno della sua carriera quando, per rilanciarsi dopo due mezzi fiaschi al botteghino, La vita privata di Sherlock Holmes e Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? (film magnifici, inutile dirlo, il primo scempiato dai produttori), scelse di andare sul sicuro: ricomponendo l’adorata coppia Lemmon-Matthau, che aveva diretto in Non per soldi… ma per denaro, e riposizionando il bersaglio sugli odiati giornalisti.

Puntò su un classico, Prima pagina, testo teatrale degli anni Venti della coppia Ben Hecht e Charles MacArthur (pure rinomati sceneggiatori cinematografici): la vicenda di un cronista d’assalto, Hildy Johnson, intenzionato a lasciare il lavoro per sposarsi, e del suo cinico direttore Walter Burns che, con qualunque sotterfugio, lo convince a seguire il drammatico caso di un condannato a morte appena evaso. Una storia che aveva conosciuto prestigiose riduzioni cinematografiche, dalla prima di Lewis Milestone a quella, bellissima, di Howard Hawks, La signora del venerdì, protagonisti Cary Grant e Rosalind Russell, basata sull’intuizione di trasformare Hildy in una donna, esplicitando il rapporto esclusivo (e latamente omosessuale) dei due protagonisti.

Wilder si diverte moltissimo a ricostruire con affettuosa nostalgia, cosa rara per lui, i ruggenti anni Venti, senza cercare aggiornamenti posticci. Ne risulta una commedia dal ritmo straordinario: con questa banda di indemoniati cronisti d’altri tempi, per i quali “deontologia professionale” è una definizione senza senso e la ricerca dello scoop a ogni costo è una ragione di vita. A partire dal mefistofelico Walter Burns, che nasconde una macchina fotografica nei calzoni per catturare il momento culminante dell’esecuzione del prigioniero.

La dinamica indiavolata da screwball comedy rivela quanto Wilder – il cui stile è di solito giustamente accostato al magistero di Ernst Lubitsch – debba ad Howard Hawks, autore per il quale era stato sceneggiatore ma che non amava (“Che cosa ha imparato stando sul set con Hawks?” gli chiesero una volta; e Wilder: “A dire ‘Azione’, ‘Stop’ e ‘Buona la settima’”). Eppure proprio La signora del venerdì, la commedia con i dialoghi più veloci della storia del cinema, costituisce una lezione che il grande Billy tenne in gran conto. Prima in Uno, due, tre!, frenetica satira delle ideologie novecentesche, nazismo, comunismo, capitalismo; e poi in Prima pagina, la cui forza corrosiva è tutta fondata sul ritmo calibratissimo delle battute che si rilanciano Lemmon e Matthau.

Il regista si concentra molto sulla meccanica della narrazione: forse anche per questo il film è meno graffiante dei suoi capolavori, troppo chiuso nell’omaggio allo spirito del cinema di una volta. Ma le singole pagine sono sommamente divertenti: non solo il ritratto dei giornalisti, ma anche quello dello psicoanalista freudiano, ostinato a spiegare il crimine del condannato a morte attraverso il complesso di Edipo. Perché anche con gli strizzacervelli Wilder aveva il dente avvelenato da quando, giovane cronista, intervistò Sigmund Freud a Vienna. Un incontro memorabile: “Herr Wilder?”. “Sì”, rispose il futuro regista. E Freud: “Quella è la porta!”. Un altro straordinario pezzo dell’inesauribile repertorio di aneddoti wilderiano. Vero o falso che sia, poco importa. Importano i suoi film. Che restano i migliori in circolazione.

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