Gran Torino: stasera in tv Eastwood racconta l’America ai tempi di Obama

Alle 21.15 su Rete 4 c’è il film che chiude la trilogia sulla famiglia di Eastwood. Un film sugli Stati Uniti di oggi, visti con gli occhi di un uomo di un’altra epoca. Un vecchio conservatore che si rimette in discussione. E che indica al paese la via per uscire dalla sua crisi morale.

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Doveva essere il film con cui l’Eastwood attore usciva definitivamente di scena dal cinema. In realtà poi è comparso in un’altra pellicola, Di nuovo in gioco, diretta da un suo assistente. Ma la sostanza non cambia: come hanno rilevato in molti, Gran Torino (2008) ha nella carriera dell’attore e regista americano un sapore testamentario. È la sua ultima lezione, che ricapitola i temi su cui è tornato con insistenza negli ultimi anni: la colpa, la morte, la disgregazione della famiglia. Riletti alla luce degli accadimenti recenti del suo paese: a partire dall’elezione presidenziale di Obama, nuovo capitolo nella storia meticcia di una nazione che fatica a risolvere i propri conflitti razziali.

Eastwood è Walt Kowalski, perfetta incarnazione di cinquant’anni di storia americana: statunitense di origini polacche, operaio della Ford in pensione, veterano della guerra di Corea. È appena divenuto vedovo: il film si apre sul funerale della moglie, dal quale si comprendono subito i rapporti tutt’altro che idilliaci con le famiglie dei suoi due figli maschi, ottusamente arriviste. La colpa è anche di Walt, duro e ben poco espansivo: testardamente deciso a continuare a vivere in un sobborgo di Detroit abitato ormai unicamente da immigrati, neri, ispanici e Hmong, una comunità asiatica proveniente dal Laos.

È grazie a loro se Walt, conservatore imbevuto di valori tradizionali – come il repubblicano Eastwood –, riconsidererà la sua vita. Lui è un patriota, orgoglioso di esibire la bandiera statunitense all’ingresso di casa, con la passione per le armi, il bricolage e le auto americane: possiede infatti una (invidiatissima) Ford Gran Torino del 1972. Quando il timido Thao (Bee Vang), un giovane Hmong, cerca di rubargliela per una prova di coraggio, Walt è costretto a entrare in relazione con un mondo che non conosce e istintivamente disprezza. E si rende conto di avere più cose in comune con una remota comunità asiatica che con i suoi familiari. Thao e la sorella Sue (Ahney Her) gli offrono la possibilità di rimediare agli errori di una vita, diventando quel padre che non è riuscito a essere per i propri figli. Disposto, per proteggere i due ragazzi dalle gang del quartiere, all’estremo sacrificio di sé.

Gran Torino è, come altri capolavori recenti di Eastwood (Mystic River, Million Dollar Baby), un’opera dalla struttura classica e lineare, che incide non sull’approfondimento psicologico ma, pragmaticamente, pedinando i comportamenti dei personaggi attraverso snodi narrativi sempre più drammatici e stringenti. Il film apparentemente procede per divagazioni: etnologiche, per scandagliare usi e costumi dei Hmong, dei quali Walt si ostina a storpiare beffardamente i nomi, con un piglio militaresco alla Gunny Highway; sentimentali, nel rapporto sempre più paterno con Thao e Sue; esistenziali, nel confronto inizialmente derisorio e poi rispettoso col giovane prete che ha promesso alla moglie di confessarlo; comiche, nei battibecchi a sfondo pesantemente (e liberatoriamente) razzista con il barbiere di origini italiane.

Ma la vicenda è insistentemente punteggiata dalla minaccia delle bande giovanili, sino alla tragica deflagrazione finale. Ed è qui che Eastwood spiazza chi l’associa ancora a un immaginario da “giustizia fai da te” alla ispettore Callaghan e gioca la carta più ambiziosa: tracciando una soluzione che vede come unica risposta possibile all’orrore del mondo la rinuncia unilaterale all’uso della violenza.

Gran Torino torna al grande tema della comunità e dei legami familiari, per cercare di salvaguardarli in un’era che non sembra più averli a cuore. In Mystic River la famiglia resta l’unico legame saldo, ma ormai distorto, nel quale si coltiva la violenza e non l’amore (sia detto en passant, l’unico altro regista che ha avuto in anni recenti il coraggio di una rappresentazione così pessimista dell’universo familiare è il Lumet di Onora il padre e la madre). In Million Dollar Baby la famiglia della pugile Maggie è di agghiacciante anaffettività, e lei nell’incontro con il vecchio manager Frankie cerca evidentemente anche un surrogato di paternità.

Gran Torino chiude questa trilogia sulla famiglia (cui andrebbe aggiunta la variazione sulla maternità di Changeling) su una nota più possibilista: il suo “eroe” Walt cerca ostinatamente e trova alla fine una risposta all’eclissi dei valori e alla disgregazione degli affetti. I quali però, vanno integralmente ripensati e cercati in percorsi anche lontani dalla talvolta deludente famiglia naturale: riuscendo a perdonarsi i propri peccati e concedendosi una seconda occasione (uno dei grandi temi della cultura americana). Il fatto che la soluzione di Eastwood assuma i toni di un sacrificio “cristologico” ammonisce su quanto impervio sia questo percorso e quale tempra sia necessaria per perseguirlo.

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