Stasera su Iris c’è “Il postino”: e Massimo Troisi non smette mai di mancarci

L’appuntamento alle 21 con l’ultimo film del grande attore consente di riflettere sulla sua arte raffinata. Nella quale la “napoletanità” è una categoria dello spirito, piena di pregi e difetti. Ai quali guardare con ironia e insieme spirito critico. Perché essere napoletani è un dono, ma anche una condanna.

Valutazione:
1077
CONDIVISIONI

Prima di oggi, avevo visto Il postino una sola volta, nel 1994. Massimo Troisi era scomparso da pochi mesi e fu impossibile un giudizio oggettivo, il desiderio era solo quello di rendere omaggio all’artista che ci aveva accompagnato per vent’anni, raccontando con straordinaria ironia la napoletanità, questa curiosa categoria dello spirito. Al buio della sala si poté avere l’illusione, per qualche ora, che non fosse successo nulla e che Troisi, dopo l’affettuoso racconto dell’uomo povero e ingenuo che scopre la poesia per amore o l’amore attraverso la poesia, ci avrebbe regalato ancora tanti altri film.

Passate le illusioni, e gli anni, è possibile rivedere con sguardo distaccato il film diretto da Michael Radford, che appare esile e un po’ cartolinesco, nel quale ogni cosa – l’isola e i semplici pescatori, il grande poeta Neruda e la bellissima popolana – è osservata con occhio eccessivamente nostalgico.

Poco importa, il valore di Troisi resta intatto. Un artista capace, nei folgoranti sketch della Smorfia e nei primi film, di offrire forse l’ultima pagina davvero originale del grande romanzo su Napoli, che è stato raccontato sì dalla letteratura, ma soprattutto dalle canzoni, dal teatro e il cinema popolari.

In Troisi si percepiva un discorso e un’inquietudine diversa dai predecessori. Totò raccontava l’anima plebea della città, un mondo poverissimo nel quale la miseria era la base di uno sguardo comico e aggressivo sulla realtà. Eduardo De Filippo, nei toni dolenti del suo teatro, radiografava il passaggio verso una condizione di relativo benessere, minimo o piccolo borghese, mettendo in guardia dalle seduzioni che il cambiamento comportava. Entrambi però aderivano istintivamente alla napoletanità, come un orizzonte inaggirabile dentro il quale muoversi, seppur criticamente: e i problemi, semmai, derivavano dal modo particolare di essere di ognuno.

In Troisi invece, come nei grandi narratori, i La Capria, le Ortese, la napoletanità si fa categoria problematica, della quale rimettere in discussione le fondamenta, per rivelarne limiti e contraddizioni.

Infatti nell’arte recitativa di Troisi si percepisce prima di tutto un disagio, manifestato da una balbuzie in cui l’attore incespica non perché non sappia cosa dire, ma perché subisce la fatica e la difficoltà di essere napoletano. Lo ha spiegato bene recentemente Antonio Pascale in un libro intelligente e affilato, Non scendete a Napoli: “L’espressione culturale e artistica di Troisi non è più sottomessa alla forza dell’immaginario meridionale ma, al contrario, rappresenta anche lo sforzo necessario per liberarsi dalle catene della tipicità. E naturalmente per lo sforzo spreca energie, va fuori strada, si inceppa […] la battuta finale è il risultato non di una simpatia innata e di vocazioni millenarie ma di una ricerca, costante e inquieta”.

È la famosa ironia “malincomica”, di cui Troisi è la massima espressione, dove l’umorismo nasce dalla sofferenza di un’identità vissuta come un peso. Che però è inaggirabile, come dimostra l’uso ostinato del dialetto, che l’attore e regista non abbandona mai. Troisi è veramente Gaetano, il protagonista di Ricomincio da tre, il giovane partenopeo che si illude di poter cambiare città come se nulla fosse, mentre il mondo intorno a lui gli restituisce sempre l’immagine dell’emigrante, ricordandogli che per un napoletano è impossibile essere normale e recidere il cordone ombelicale con quel frustrante fardello.

L’unica operazione possibile è l’oscillazione, un movimento dentro e fuori la napoletanità, per individuarne lucidamente i difetti e smontarne a uno a uno gli stereotipi. E qui l’elenco degli esempi sarebbe lunghissimo: ci sono gli ipocriti questuanti che vanno a pregare sotto la statua di San Gennaro solo per avere i numeri da giocare al lotto; oppure lo scienziato pazzo il quale annuncia che la soluzione all’atavica fame della città sta nella scoperta che il Vesuvio “è pieno di purè di patate”, mentre il povero cristo Troisi lo osserva attonito, sapendo bene che questo scenario da paese di Cuccagna non ha niente a che vedere con la realtà ed è solo l’ennesimo esempio dell’abitudine tutta partenopea di attendere il miracolo; o i napoletani che, in un’esemplare storiella, all’arrivo di un parente si vergognano di dover ammettere che non stavano mangiando i proverbiali spaghetti ma, colpevolmente, un piatto di gnocchi.

L’attore ha creato un personaggio di partenopeo atipico, introverso e arrabbiato, inquieto e infastidito dai luoghi comuni. Capace però di selezionare da quel repertorio anche le perle non usurate dal tempo, riuscendo a dare talvolta una carezza a quella napoletanità incistata nell’animo e sempre sul punto di affiorare. Come accade in un altro suo numero straordinario, un concerto a Firenze insieme all’orchestra di Renzo Arbore nel quale l’attore, per omaggiare la città, intona La mi porti un bacione a Firenze. Purtroppo, quando attaccano i mandolini, l’istinto prevale, e senza nemmeno volerlo parte, a squarciagola, un drammatico Lacreme napulitane: “E nce ne costa lacreme st’America / a nuie napulitane… / pe nuie che nce chiagnimmo ’o cielo ’e Napule, / comme è amaro stu ppane”.

Questo era Troisi: affettuoso, ironico e dolente, per la consapevolezza di non potersi mai dimettere da quella napoletanità sentita, insieme, come un dono e una condanna.

Lascia un commento

NB La redazione si riserva la facoltà di moderare i commenti che possano turbare la sensibilità degli utenti.