Contagious: lo “zombie movie” con un tenero Schwarzenegger

Schwarzy torna al cinema nell'inedito ruolo del padre che accudisce amorevolmente la figlia destinata a diventare uno zombie. Un film coinvolgente, che trasforma il genere horror in un delicato racconto intimista.

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L’adolescente Maggie (Abigail Breslin) è stata contagiata, destinata nell’arco di poche settimane a trasformarsi in un catatonico zombie affamato di carna umana. Sebbene rappresenti un pericolo per la famiglia, il padre Wade (Arnold Schwarzenegger) non vuole consegnarla alle autorità, che la metterebbero in quarantena. Ma il suo destino è segnato da una mutazione di giorno in giorno più visibile, sul corpo e nel carattere, sempre più intrattabile e ferino.

Contagious – Epidemia mortale, firmato dall’esordiente Henry Hobson, è un film doppiamente spiazzante: rispetto al genere cinematografico, perché nonostante l’impalcatura da film del terrore la tensione costante non sconfina mai nell’esplosione orrorifica; e rispetto al protagonista, uno Schwarzenegger che non ha nulla del corpo metallico dei suoi eroi postumani degli anni Ottanta, trasformato in un contadino del Midwest, un padre amorevole che cerca di lenire le sofferenza della figlia.

Il film piega le regole del genere per costruire un racconto intimista, che parla di sentimenti e delle difficoltà legate all’adolescenza, di cui la “mostruosità” della trasformazione diventa una lampante metafora.

Il film mette in scena un futuro apocalittico, la cui vittima è soprattutto l’America profonda, lontana dalle metropoli. Un paese di campi a perdita d’occhio, drammaticamente inariditi, e di comunità nonostante tutto solidali, nelle quali il poliziotto e il medico non rappresentano gli emissari di un potere senza volto, ma sono i vicini di casa che si immedesimano nel dolore del protagonista, permettendogli di stare accanto alla figlia sino all’ultimo.

Hobson annega questo mondo al tramonto in una fotografia dai toni cupi, che non hanno però come obiettivo l’effettistica paura del buio tipica dell’horror, quanto restituire il senso di mestizia di una vicenda senza più illusioni, in cui un padre può solo accudire la figlia in attesa della fine. Ed è un’interpretazione tutta fisica quella di Schwarzenegger, del quale per una volta non viene esaltata l’esuberanza, ma l’impaccio di un corpo fuori misura e fuori posto, imploso nella sua silenziosa frustrazione.

Lo scheletro narrativo del film, il rapporto tra un padre e una figlia in una realtà prossima all’estinzione ricorda, curiosamente, Interstellar di Nolan, di cui però non possiede l’ottimismo, l’aggancio a un altrove che rimetta in moto la speranza, che qui non esiste, perché il finale è scritto sin dall’inizio.

Anche per questo, mancando una vera tensione e possibili sorprese, Hobson sceglie, contravvenendo a una regola essenziale dell’horror, di non mostrare nulla più del necessario: e i momenti più drammatici, come la sequenza in cui Wade è costretto a uccidere una bimba ormai divenuta zombie, vengono solo accennati e non esplicitamente mostrati.

L’assenza di progressione narrativa potrebbe costituire un difetto: ma è coerente con un racconto costruito come il diario di una situazione senza ritorno, un conto alla rovescia verso l’inevitabile. La qualità di questo film quietamente sconfortato sta nella sua capacità di restituire il calore affettuoso dei sentimenti, in grado di sopravvivere anche di fronte all’estremo. Che viene sempre, con una moralità dello sguardo non comune, lasciato dolcemente, e rispettosamente, fuori scena.

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