Napolislam: la nuova casa di Allah sulle rive di Partenope

Vincitore al Biografilm Festival, il documentario di Ernesto Pagano racconta dieci storie di napoletani convertiti all'Islam. Che nella città “porosa” trovano un luogo di integrazione e tolleranza.

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Che Napoli fosse un laboratorio di identità in perenne mutazione lo aveva capito molto bene Ermanno Rea, che nel romanzo del 2007 Napoli Ferrovia racconta la storia molto autobiografica di un vecchio partenopeo che, tornato in città dopo molti anni, per comprenderne i cambiamenti sceglie come guida un venezuelano che si fa chiamare Caracas. Perché Napoli è da sempre luogo di frontiera che mescola identità, etnie, lingue, dove lo straniero può farsi più napoletano d’un indigeno. Una città “palinsesto”, diceva Peter Gunn, che tutto fonde e conserva, come le tavolette di cera su cui gli antichi scrivevano, cancellavano, poi scrivevano ancora: e sempre una traccia del vecchio testo restava, stratificandosi e lasciando un’impronta sullo scritto successivo.

Una metafora perfetta per Napolislam, il documentario del giornalista e arabista Ernesto Pagano, prodotto da Ladoc e Isola Film, recente vincitore del Biografilm Festival di Bologna. Un film che attraverso le storie dal vero di dieci napoletani convertiti alla religione islamica racconta la mutante geografia cittadina, inseguendone la perenne riscrittura identitaria tra le piazze e le strade del centro antico, da piazza Garibaldi al popolare quartiere Sanità.

Sembra che il cuore meticcio di Napoli sia capace di accogliere nei suoi confini inclusivi brandelli eterogenei di storie, culture, forme espressive. Il mondo arabo trova una sua collocazione, senza soverchie resistenze e con una facilità d’adattamento figlia della saggezza fatalista d’un luogo che ha imparato per necessità ed esperienza ad assorbire invece di espellere (secondo l’abusata metafora della “porosità” della città di cui parlava Walter Benjamin).

Napolislam mostra diversi simboli d’una integrazione possibile e pacifica. C’è la pasticceria che ha imparato a sfornare sfogliatelle in versione Halal, cioè senza strutto di maiale, per il Ramadan. C’è Alessandra la quale, dopo essersi convertita, aver assunto il nome Amina e deciso di sposare Walid, si confronta con la madre per farle comprendere le sue scelte; e questa, dopo l’iniziale titubanza, afferma “Walid, guai a chi me lo tocca”. La fede incide sulle scelte e sul modo di guardare alla vita, ma i problemi di partenza restano gli stessi di sempre: su tutti la mancanza di lavoro, che spinge Francesco-Muhammad, a lasciare Napoli per l’Inghilterra e Salvatore-Muhammad ad abbandonare il movimento dei disoccupati e abbracciare l’Islam.

L’attentato di Charlie Hebdo e il terrorismo dell’Isis scuotono, ma non scardinano il teorema della coesistenza di Napolislam. Come se l’accogliente Partenope fosse capace, con la sua saggezza millenaria, di minimizzare scosse e conflitti. Magari addolciti dal suono d’una melodia mediterranea, questa comune lingua carezzevole che risuona costantemente lungo tutto il documentario (la colonna sonora è curata da Marzouk Mejri e Danilo Marraffino). E la somiglianza tra sonorità della tradizione araba e della canzone napoletana si fa spia d’una più profonda similitudine emotiva.

Napoli è la città in cui due mondi e due culture sembrano trovare un punto di serena sovrapposizione: un’identità duplice in un corpo solo, come le due fedi che condividono piazza Mercato, tra musulmani in preghiera e cattolici che festeggiano il culto della Madonna Bruna. Quanto idealizzato e quanto reale sia questo ritratto è difficile capirlo.

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