La conversazione: stasera su Rai Movie il capolavoro di Francis Ford Coppola

Appuntamento da nottambuli, alle 23.35, per un thriller imperdibile, a metà tra grande spettacolo e cinema d’autore. Gene Hackman è una spia esperta in intercettazioni, in una vicenda che sintetizza le inquietudini dell’America degli anni Settanta, tra paranoia e cospirazione. È il film preferito del regista.

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Dopo l’enorme successo del Padrino e subito prima della seconda parte della saga, Francis Ford Coppola firma il suo progetto più personale, La conversazione (1974). Una sceneggiatura del 1966 lungamente osteggiata, che adesso può finalmente realizzare in grande libertà artistica e produttiva. Il film conquista la Palma d’oro a Cannes, segno dell’ormai acquisito status autoriale del regista, ed è forse il suo capolavoro, una delle opere fondamentali della New Hollywood degli anni Settanta, quando un gruppo di artisti (tra cui Scorsese, Lucas, Milius, Spielberg, De Palma) rinnovò i fasti del cinema americano dopo una fase di crisi.

Harry Caul (Gene Hackman) è un esperto di intercettazioni che spia per conto di un misterioso committente una coppia di amanti. È abituato a non porsi domande sul lavoro ma stavolta, nell’ascoltare le conversazioni, ha il dubbio che qualcuno stia architettando un assassinio. Preso da un rigurgito di coscienza cerca di impedire il delitto: ma le cose prendono una piega inattesa e Harry ne paga le conseguenze.

La conversazione è un thriller tesissimo, nel quale si riannodano due linee convergenti: riflessione politica e meditazione sullo statuto del cinema quale meccanismo affidabile di riproduzione della realtà. Il film riflette una stagione complessa della storia americana, che parte dall’assassinio di Kennedy (la paura del complotto), attraversa la guerra del Vietnam (la perdita dell’innocenza) e arriva allo scandalo Watergate, che incrina la fiducia nelle istituzioni e fomenta la paranoia dell’invasione della privacy.

Harry Caul fa proprio questo: spia le vite degli altri, rompendo la membrana sicura della sfera privata. Il film si apre con la bellissima sequenza dell’intercettazione del dialogo degli amanti in una piazza gremita, colto attraverso l’uso di microfoni direzionali (che sembrano dei fucili, la metafora è evidente). L’inquadratura della piazza dall’alto restituisce una sensazione incombente di minaccia e violazione dell’intimità, ancora più chiara oggi, nel tempo dei droni e satelliti che gravano sulle nostre teste per carpire informazioni.

Dal missaggio delle diverse registrazioni, Harry ottiene una traccia del dialogo: ma cosa è accaduto davvero? Come in Blow up di Antonioni (citato dallo stesso Coppola), in cui un fotografo ingrandisce un’immagine alla ricerca del vero significato degli eventi, La conversazione attraverso l’impegno ossessivo di Harry Caul sui suoni (merito dell’elaboratissimo lavoro sul sonoro di Walter Murch) diventa una meditazione sulla capacità del cinema di dare conto della realtà. Mentre però il film di Antonioni restava una riflessione prettamente filosofica (ambientata in un fasullo scenario da swinging London), quello di Coppola è invece immerso in un ambiente sociale e politico preciso, del quale assorbe il senso di disillusione e la paura della cospirazione (condivisa con opere coeve quali Perché un assassinio e Tutti gli uomini del presidente).

Questo “manuale sulla manipolazione del suono e dell’immagine” (come hanno scritto Bordwell e Thompson) è una riflessione sconfortata sul crollo del sogno americano, in un tempo in cui dall’eroe fiducioso nel sistema che insegue i propri desideri e compie le proprie scelte (anche morali), si passa all’antieroe Harry Caul, l’uomo senza qualità e senza aspettative, consapevole che ormai non esistono più scelte possibili in un paese che non si pone più come obiettivo la ricerca della felicità.

Gene Hackman, in una magnifica interpretazione che sintetizza le inquietudini del periodo, disegna un uomo opaco, nel quale ogni elemento, dall’abbigliamento incolore al comportamento distaccato, mira al ritratto di un individuo-massa anonimo, che fatta salva la fedeltà al mito del lavoro ben fatto non ha ambizioni e difende ossessivamente una privacy dietro la quale il vero mistero da nascondere (anche a se stesso) è la sua colpevolezza.

Proprio durante il suo lavoro affiorano i dubbi più tormentosi, quando combatte con le tracce parziali delle registrazioni per ricomporre un’immagine univoca della realtà che nemmeno le più raffinate tecnologie sono in grado di offrirgli. Che cosa si sono davvero detti i due amanti? Chi vuole uccidere chi, e perché?

Interrogativi di ordine morale, che travolgono Harry e lo spingono a divenire un attore e non più un osservatore ipocritamente neutrale della vicenda. Nello slittamento di prospettiva mutano i contorni degli accadimenti, che da oggettivi si trasformano in soggettivi: al punto che, guardando il film, si potrebbe pensare che il resoconto della vicenda sia tutta una proiezione mentale del protagonista.

La conversazione parte come un’opera realistica e rischia di trasformarsi in un sogno (o incubo) surrealista, in cui i contorni della realtà si smarriscono del tutto. A farne le spese è Harry Caul, sotto la duplice pressione di una realtà sociale e politica deludente e del cinema incapace di radiografarla senza ambiguità. L’insicurezza del protagonista cresce fino al punto di sospettare di chiunque, trasformandolo da controllore in controllato, nell’allarmante finale di una parabola morale che è insieme un lucido trattato di teoria dell’immagine.

Commenti (2):
    Stefano Fedele Autore del post

    due capolavori della Nuova Hollywood nella stessa sera, c’è solo di che esserne felici Francesca! E prometto di recensire “Il cacciatore” alla sua prossima messa in onda, così da raccontare anche la storia esemplare e sfortunata del suo autore, Michael Cimino.

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