Youth – La giovinezza: Sorrentino guarda ancora una volta a Fellini, e delude

Dopo “La grande bellezza”, che ricordava “La dolce vita”, il regista napoletano firma il suo “8½”. Un girotondo di personaggi eterogeneo con al centro un vecchio direttore d’orchestra che riflette su passato e futuro. Uno stile visivo seducente ma sterile, per un’opera che tende al kitsch d’autore.

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A un certo punto si vede il vecchio compositore in pensione Fred Ballinger (Michael Caine) sedersi in una silenziosa valle alpina e “dirigere” una sinfonia di campanacci pendenti dal collo di placide mucche (concederà il bis con gli orologi a cucù). Una sequenza imperdonabile per Sorrentino che, da buon napoletano, dovrebbe ricordare la fine che faceva un altro musicista e direttore d’orchestra amante dei suoni della natura, l’Antonio Scannagatti di Totò a colori.

Il quale, mentre componeva suggestionato dal cinguettìo dell’usignolo e lo zampillìo d’una fontana, s’interrompeva indispettito allo scroscio di uno sciacquone, che gli rovinava irrimediabilmente l’ispirazione. E lui, comunque, era l’autore di un capolavoro, “La foca imbalsamata”: mentre Ballinger al massimo ha composto le tediose “Canzoni semplici”, purtroppo eseguite nel finale del film.

Ci sia perdonato il tono scherzoso, impiegato come antidoto alla seriosità di Youth – La giovinezza, il nuovo film di Paolo Sorrentino. Evidente sin dall’ambientazione, un hotel di lusso/sanatorio sulle Alpi Svizzere umilmente esemplato su La montagna incantata di Thomas Mann. Ma lì gli ospiti s’erano autoesiliati in una parentesi della storia, che premeva alle porte con la minaccia della guerra, per riflettere sui valori d’una civiltà al tramonto.

Qui invece ci sono due vecchi artisti, il suddetto Fred e l’amico regista Mick Boyle (Harvey Keitel) – alle prese con la sceneggiatura del suo “testamento spirituale” – ritratti nel loro chiacchiericcio su argomenti disparati. Che, come spesso in Sorrentino, sono numerosi e impegnativi: il ruolo dell’arte, il segreto dell’ispirazione, la memoria, il tempo, il peso della fama, l’amore, la vita come recita. Per ognuno di essi c’è sempre una frase pensosa che ne scolpisce in un sol tratto il senso recondito. Citando da un vasto repertorio: “Io invento storie e per poterlo fare devo credere a qualunque storia”; “Da giovani si vede tutto vicinissimo: quello è il futuro. Da vecchi si vede tutto lontanissimo: quello è il passato”; “Racconto il desiderio perché è quello che ci rende vivi”; “Uomini, artisti, animali, piante: siamo soltanto comparse della vita”.

Intorno ai due protagonisti ruota un’eterogenea schiera di personaggi: la figlia di Fred, Lena (Rachel Weisz), lasciata dal marito per una popstar sessualmente più appetitosa; Jimmy Tree (Paul Dano), giovane attore che non sopporta d’essere ricordato per un film di robot e per questo legge Novalis e come prossimo ruolo ha in cantiere Hitler; l’anziana diva Brenda Morel (una splendida Jane Fonda), che al cinema ormai preferisce i soldi della tv; un grassissimo Diego Armando Maradona (Roly Serrano), che respira con la bombola dell’ossigeno ma palleggia ancora da dio.

Poi ci sono una coppia matura perennemente muta, miss Universo, sceneggiatori a caccia di un finale, monaci tibetani, rocciatori e massaggiatrici. Tutte “comparse della vita”, appunto, che compongono un ideale girotondo (nell’hotel c’è un insensato palco girevole su cui si esibiscono le modeste attrazioni locali), che rimanda a un’altra opera cui Youth guarda esplicitamente, , anche citato nella sequenza in cui Mick rivede tutte le sue attrici, variazione sul tema dell’harem felliniano.

Si potrebbe quasi affermare che dopo la sua Dolce vita (La grande bellezza) Sorrentino abbia girato il suo: una riflessione/bilancio sull’arte e la vita, e il loro ingannevole intreccio che serve a distrarre al punto da far perdere di vista il dato essenziale, lo scorrere del tempo, il liquefarsi dei ricordi, il crollo delle aspettative.

Non che manchino accenti sinceri: la malinconia d’un Maradona dolcemente infantile, la grettezza della diva Brenda Morel, che mescola autenticità e recitazione, la signorile impassibilità di Fred come filtro (fallimentare) attraverso cui guardare alla vita.

Ma anche le cose migliori sono, paradossalmente, frenate dal linguaggio visivo di Sorrentino. Sempre sontuoso, ma pericolosamente illustrativo nella ripetizione dei suoi stilemi: i lenti movimenti di macchina, la ricerca del contrasto a effetto nel passaggio da un’inquadratura alla successiva, il continuo ricorso a immagini epifaniche (con accostamenti discutibili, come quando immediatamente dopo il monaco in levitazione appare miss Universo come mamma l’ha fatta).

Più che mai in Youth, vista l’apoditticità dei dialoghi, viene meno qualunque idea di sceneggiatura, e il film diventa una sequenza di quadri affascinanti, ma sostanzialmente slegati. Che forse mirano, ispirandosi al protagonista, a una sorta di sinfonia visiva: in linea con la convinzione molto cinematografica del regista che alla fine l’immagine da sola sia capace di esprimere tutto l’essenziale. Un punto di vista intrigante e in linea teorica condivisibile: che però si scontra con l’ambizione enciclopedica di Sorrentino il quale, ingolfando il film di troppi temi, li risolve attraverso “pensierini” autoevidenti che, accoppiati alla smagliante ma sterile perfezione figurativa, fanno propendere il suo cinema verso un preoccupante kitsch d’autore.

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