Vizio di forma: il tramonto degli anni Settanta secondo Paul Thomas Anderson

Il regista vince la difficile sfida di tradurre in immagini il romanzo di Thomas Pynchon, il più magmatico scrittore americano. Lo aiuta un affiatato gruppo di attori, da Joaquin Phoenix a Josh Brolin. Il racconto dell’America lisergica degli hippie, pieno di affetto per i suoi bizzarri personaggi.

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I debiti di Vizio di forma di Paul Thomas Anderson sono manifesti: naturalmente verso il libro da cui è tratto, del romanziere postmodernista Thomas Pynchon, di cui il film, a sentire Richard Brody del “New Yorker”, è un’illustrazione; e nei confronti del cinema corale di Altman, specialmente il chandleriano Lungo addio. Emerge poi una vena paradossale prossima ai Coen, poiché il detective fricchettone Doc Sportello (Joaquin Phoenix) sembra fratello di Jeffrey Lebowski e coeniana è la stravagante fauna che gli ruota intorno.

Tutto giusto: ma così Anderson rischia di passare per un calligrafico ripetitore di percorsi altrui. Invece è un autore che ha dimostrato un’inesausta capacità d’indagine della storia americana e, insieme, dei sentimenti familiari che cementano i protagonisti delle sue storie. E la vicenda dell’investigatore privato Doc, spinto dalla (non tanto) ex Shasta (Katherine Waterston) a indagare nella Los Angeles tardo-hippie del 1970 sulla scomparsa del di lei amante, il facoltoso costruttore edile Mickey Wolfmann, è perfetta per entrambi gli scopi.

Assecondando la propensione paranoica tipica di Pynchon, infatti, Vizio di forma (“Inherent vice”, più precisamente “vizio intrinseco”, termine legale che indica i difetti strutturali di un bene che ne rendono svantaggiosa la copertura assicurativa; evidente la metafora) insegue le tracce di Mickey e ritrova l’America del tempo: tossicomani (Doc per primo), nazisti, massaggiatrici ninfomani, musicisti strafatti, dentisti sessuomani, poliziotti (forse) irreprensibili e, soprattutto, misteriose entità che tirano le fila, sporche, del gioco. È un enorme “viaggio” sotto l’effetto costante di stupefacenti che Doc e i suoi amici (e nemici) consumano generosamente, al punto che risulta difficile stabilire l’attendibilità della vicenda, allucinata come la visione di un drogato. L’unica cosa certa è che la storia sta per cambiare, con la disordinata stagione hippie che lascia il passo all’America del nuovo governatore della California Ronald Reagan.

Ma, pur manifestando simpatie per l’epopea anarcoide, Vizio di forma non è riducibile alla chiave del rimpianto per quell’epoca e alla denuncia dei complotti organizzati per disattivarne la carica libertaria. Anderson scava dentro la tortuosa trama una vena sentimentale, che ritiene propria di Pynchon ed è in linea col proprio cinema incentrato su famiglia e (soprattutto) suoi surrogati. Qui incarnata dal rapporto tra Doc e il poliziotto Bigfoot (Josh Brolin): apparentemente lontanissimi – stazzonato il primo, meticolosissimo il secondo –, eppure legati da una bizzarra forma di comprensione reciproca, come fossero l’immagine speculare e deformata l’uno dell’altro (allegoria delle sotterranee connessioni tra le due Americhe che rappresentano). Il pudico sentimentalismo del regista emerge anche nel ritratto di Coy (Owen Wilson), che Doc aiuta, sulla spinta di un senso morale d’altri tempi, per consentirgli di ricostituire la sua famiglia. Tratti da cui emerge anche l’estraneità di Anderson al postmodernismo, di cui rifiuta l’ironia insistita e il distacco dai personaggi.

In Vizio di forma i difetti sono legati all’intenzione di seguire pariteticamente entrambe le direzioni, storia americana e racconto intimo, senza stabilire gerarchie. Il che comporta imperfezioni e squilibri, che vanno però serbati gelosamente, perché sono tra le cose più oneste e vitali del cinema americano di oggi.

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