Starship troopers: stasera in tv c’è la fanteria dello spazio di Paul Verhoeven

Oggi in prime time Rai 4 propone il bizzarro film di fantascienza del regista di Basic Instinct. Vent’anni fa la critica lo bollò come reazionario e militarista. Ma forse si trattava di una scatenata parodia, piena dell’ironia maschilista tipica del suo autore. Un film da rivedere.

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C’era una volta Paul Verhoeven: erano gli anni Novanta quando questo regista olandese, dopo tanta gavetta in patria, divenne un re Mida di Hollywood, con il suo miscuglio di machismo, sesso e violenza in dosi massicce. Robocop (1987), Atto di Forza (1990) e soprattutto Basic Instinct (1992) con Sharon Stone lo catapultarono ai vertici del box office.

Bastò un film a ridimensionarlo, l’inglorioso Showgirls (1995). Nelle intenzioni una tagliente riflessione sul cinismo e l’ossessione del successo americana: ma il personaggio principale era una lapdancer e tra lustrini e abbondanti nudità la supposta critica sociale non la notò nessuno. Inoltre l’attrice principale era talmente inespressiva che nemmeno spogliata riusciva a regalare quei fremiti di torbida sensualità marchio di fabbrica della Stone. Una volta tanto critici e pubblico furono d’accordo, e lo rifiutarono (però il tempo è galantuomo: proprio la storia improbabile, la comicità involontaria e il kitsch sfrenato lo hanno reso un bestseller dell’home video, uno stracult per fanatici dell’orrido).

Ma, come disse George W. Bush, “L’America è la terra della seconda occasione”. L’ebbe anche Verhoeven, che rilanciò con la fantascienza di Starship troopers – Fanteria dello spazio (1997). “Il più violento film per ragazzini che io abbia mai visto”, lo bollò all’uscita Roger Ebert, il più influente critico cinematografico statunitense, il quale rincarò la dose dicendo che “i personaggi sembrano usciti da una pubblicità della Pepsodent”.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Robert A. Heinlein: nel nuovo millennio l’umanità deve affrontare la minaccia di repellenti cimici extraterrestri e allora Johnny (Casper van Dien) si arruola, un po’ per patriottismo, un po’ per amore della bella Carmen (Denise Richards). Naturalmente dimostrerà di essere un eroe. La storia è tutta qui: sembra di essere finiti in una pellicola di fantascienza da guerra fredda, nella quale i nemici sono insetti disgustosi, mentre i buoni sono bianchi, giovani, bellissimi. Con l’intensità espressiva di (cattivi) attori televisivi: Van Dien infatti veniva da Beverly Hills 90210.

I cattivi sono mostruose creature prive di parola: non sono veri personaggi con un’identità, ma pure funzioni narrative, utili a mettere in luce l’adamantino coraggio dei nostri eroi, che li affrontano riservandogli tutte le pallottole e le granate che hanno a disposizione. Strategie invero rudimentali, ma di grande soddisfazione per un pubblico giovanile abituato ai videogame e alla gustosa scarica emotiva che dà un’elementare manifestazione di brutalità.

Pur riconoscendo i tocchi ironici di Verhoeven, nel tratteggio del cameratismo machista e nell’immancabile crudeltà superomistica dell’addestramento – stile Ufficiale e gentiluomo estremizzato – l’insieme suona piuttosto reazionario. È possibile però un’altra interpretazione, recentemente emersa, secondo cui Starship troopers è una raffinata parodia, talmente aderente all’oggetto parodiato da rendere difficile capire dove finisce l’identificazione e dove comincia la parodia. Divenendo quindi, come recita il prestigioso “The Atlantic”, “una satira spietatamente divertente e profondamente consapevole del militarismo di destra”. Il tono del film è talmente enfatico e tetragono che l’ipotesi non è da buttare: toccherà rivederlo.

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