Il nome del figlio: la commedia di Francesca Archibugi sulla sinistra romana

Pur ricalcaldo il francese “Cena tra amici”, il nuovo film della regista romana è profondamente italiano. Ma è l’ennesima pellicola che parla di gente di sinistra. Il gruppo di attori è affiatato: purtroppo recitano maschere fisse di una commedia all’italiana che ha perso la capacità di raccontare la realtà.

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Il titolo fa pensare a Nanni Moretti. E anche altri dettagli: Il nome del figlio è romanocentrico, ha il titolo scritto a mano, e all’improvviso gli attori si mettono tutti a cantare, come in Palombella rossa. Pure lo sceneggiatore ha trascorsi morettiani, Francesco Piccolo, vincitore dell’ultimo premio Strega con un romanzo-confessione che è un corso accelerato di autoanalisi per gente di sinistra.

Invece il film lo firma Francesca Archibugi: ma il tema, non si scappa, è la sinistra. Poco importa che ricalchi il francese Cena tra amici, di cui riprende personaggi e situazioni, a partire dal nome che una coppia vuole dare al proprio figlio, indigeribile per dei comunisti. Poco importa perché la storia, opportunamente modificata, si adatta perfettamente al cinema italiano: personaggi di sinistra che parlano di sinistra a un pubblico di sinistra.

Qui protagonista è l’aristocrazia comunista: la famiglia Pontecorvo di un fu notabile del Pci – interpretato da Marco Baliani, che appare in nostalgici flashback ambientati negli immancabili anni Settanta, quando l’Italia era un paese migliore. A cena ci sono i due figli Paolo (Alessandro Gassman), ribelle ignorante che fa l’immobiliarista, e Betta (Valeria Golino), insegnante ovviamente frustrata sposata a Sandro (Luigi Lo Cascio), docente di letteratura che a velocità compulsiva cita Kant e lancia tweet. Completano il quadro il musicista Claudio (Rocco Papaleo), storico amico di famiglia, autore di versioni jazzate dei pezzi del Califfo e Simona (Micaela Ramazzotti), moglie di Paolo, in attesa del figlio dal famigerato nome. È l’unica di diversa estrazione, viene da Casal Palocco, è ignorante e fuma nonostante la gravidanza, però è più sincera dei narcisisti compagni della serata.

Manca un protagonista fondamentale: i libri. Nella casa di Betta e Sandro ce ne sono cinquemilacinquecento: li ha voluti la Archibugi, perché l’atmosfera della storia nasce da lì, da quegli onnipresenti volumi che riflettono non solo l’identità della famiglia, ma anche quella del paese migliore di cui sopra, quando c’erano la cultura, le edizioni Einaudi, le ideologie e Lucio Dalla. E sebbene estranea al milieu, anche Simona ne subisce il fascino: è vero che ha raggiunto il successo scrivendo un romanzetto sentimentale, ma ha ambizioni letterarie autentiche, e infatti cita Čechov.

Il nome del figlio racconta una serata piena di segreti e bugie: ma non aspettatevi Mike Leigh. Lì il conflitto nasce da precise condizioni materiali e differenze di classe, cui personaggi tridimensionali rispondono con franchezza dolorosa e risolutiva. Nei film italiani, invece, l’identità dei personaggi è riassorbita dall’appartenenza politica – il radical chic di sinistra, il cafone arricchito di destra. Sono maschere fisse, che attraversano la commedia italiana di sinistra da quarant’anni, perdendo inevitabilmente smalto e presa sulla realtà. Ruoli talmente uguali che se li passano di genitore in figlio: e Alessandro Gassman giustamente dichiara di sentirsi sempre più somigliante al padre Vittorio. La vera tentazione nostalgica di questi film è di riportare in vita cinema, attori, idee, partiti di un’altra epoca. Nell’attesa del miracolo, quei formidabili anni ci si ostina a riprodurli in vitro.

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