Vent’anni senza Gian Maria Volonté, l’anti-mattatore

Il 6 dicembre del 1994 moriva sul set de "Lo sguardo di Ulisse" Gian Maria Volonté. Un attore straordinario ed eclettico, in cui dedizione assoluta alla professione e impegno politico erano indissolubili. Ha lasciato interpretazioni scolpite nella memoria collettiva. Ma non ha trovato eredi.

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“Per anni l’autore ha negato all’attore la possibilità di portare un contributo linguistico […] la mia opinione, invece, è che l’attore può portare un contributo linguistico senza per questo sottrarre nulla all’autonomia e alla libertà di espressione dell’autore”. Basta quest’affermazione per capire che tipo di attore fosse Gian Maria Volonté, di cui il 6 dicembre ricorre il ventennale della morte. Un personaggio unico nel panorama dello spettacolo italiano, per l’orgogliosa consapevolezza del proprio mestiere, di cui voleva fosse riconosciuto il contributo creativo, che univa a un altro suo tratto caratterizzante, l’impegno politico.

Alcuni ricordano come, dopo il golpe Pinochet, aiutasse i rifugiati cileni imponendoli quali comparse nei film. O di quando scioperò sul set perché il cestino delle maestranze era diverso da quello degli attori. Volonté era così: un vero attivista, che gravitò tra Pci – fu consigliere comunale a Roma negli anni Settanta – e sinistra extraparlamentare, un artista che nelle sue scelte professionali si faceva guidare dalla passione politica.

Ripercorrendone la carriera, emerge il filo rosso che lega le sue interpretazioni: personaggi storici reali come Aldo Moro o Enrico Mattei e caratteri verosimili della storia quotidiana, operai, commissari, malfattori e giudici, che presi tutti insieme compongono una sorta di bestiario italiano venato di un inequivocabile sguardo critico.

Il suo ritratto degli italiani è diverso da quello dei senatori della commedia, Sordi, Gassman, Tognazzi, Manfredi. I loro film erano talvolta ambigui, con la satira che cedeva il passo all’ammiccamento, la critica che si stemperava in una battuta benevola. Volonté no, lui si capiva benissimo da che parte stava e a conciliare era poco disposto. Forse per questo si è tenuto lontano dalla commedia all’italiana – L’armata Brancaleone (1966) e poco altro e mai da protagonista –, che gli parve un genere troppo incline al compromesso e alla semplificazione.

Come nasce un grande attore

Semplice Volonté non lo era davvero. Lo dimostra il metodo con cui costruiva l’interpretazione: imparava le battute ricopiandole su quadernetti che arricchiva di puntuali annotazioni; e poi lavorava sulla caratterizzazione del personaggio, mescolando suggestioni differenti, dall’immedesimazione dell’Actor’s Studio allo straniamento brechtiano, senza disdegnare la commedia dell’arte. “Credo di aver sperimentato una sorta di sintesi, prendendo ciò che mi serviva dove potevo”, diceva: e l’eterogeneità degli strumenti gli derivava da un percorso formativo del tutto originale.

Nato nel 1933 a Milano, Volonté fece le sue prime esperienze nei Carri di Tespi, cioè le compagnie teatrali che andavano  nei paesini di provincia e poi al fianco di Alfredo De Sanctis, un vecchissimo capocomico grazie al quale entrò in contatto addirittura col modello del grande attore ottocentesco. Solo dopo, nella seconda metà degli anni Cinquanta, si iscrisse all’Accademia di Arte drammatica, da cui mutuò un approccio più consapevole e di scuola. Il risultato fu uno stile multiforme, dalla gamma espressiva amplissima, che gli consentì caratterizzazioni molto diverse, dai toni convulsi dei villains di Sergio Leone al grottesco dei film di Elio Petri, dal mimetismo dei personaggi storici di Francesco Rosi all’asciuttezza delle interpretazioni dell’età matura.

Le prime soddisfazioni gli vennero dalla televisione, in particolare un Idiota del 1959 accanto ad Albertazzi, nella parte di Rogožin, ai tempi in cui uno sceneggiato televisivo era visto da dieci milioni di spettatori. Negli anni Sessanta i primi tentativi cinematografici, vissuti come un’appendice dell’attività teatrale: film mitologici, A cavallo della tigre (1961) con Manfredi, il primo ruolo da protagonista in Un uomo da bruciare (1962) dei fratelli Taviani e Valentino Orsini.

Poi venne Ramon

“Sto facendo un filmetto in fretta e furia, figuratevi che è un western italiano […] mi hanno conciato come un matto, sono irriconoscibile, e nei titoli di testa avrò persino uno pseudonimo americano, John Wells. Insomma non corro praticamente nessun rischio. Chi volete che vada a vederlo?”. Quel ruolo era Ramon, il cattivo di Per un pugno di dollari (1964), che insieme allo psicopatico Indio del successivo Per qualche dollaro in più (1965), sempre firmato da Sergio Leone, gli cambiò la carriera, rendendolo una star. E Volonté, fino ad allora a mezzo servizio tra teatro e cinema, divenne definitivamente un attore cinematografico. Ma mantenne il rigore delle scelte, realizzando i progetti che sentiva vicini alle sue predilezioni intellettuali e ideologiche.

Il western fu il tramite attraverso il quale giungere al cinema impegnato, con due western politici, Quién sabe? (1966) di Damiano Damiani e il sorprendente Faccia a faccia (1967) di Sergio Sollima, dove da professore timido e malaticcio si trasforma in uno spietato criminale teorizzatore della violenza, un ruolo perfetto per esprimere la sua complessa e multiforme tastiera espressiva – col senno di poi qualcuno volle leggerci la parabola della vicenda di Toni Negri.

Poi ci furono, tra i tanti, Banditi a Milano (1968) di Carlo Lizzani – un altro sinistro angelo del male, il bandito Cavallero, noto alle cronache milanesi dell’epoca –, Sacco e Vanzetti (1971) di Giuliano Montaldo, dove interpreta con incisività e adesione il pescivendolo Vanzetti (a teatro era stato Sacco). Ma di quegli anni va ricordato su tutti A ciascuno il suo (1967), da Sciascia, il primo film girato insieme a quello che fu il suo regista prediletto, Elio Petri.

Il sodalizio con Elio Petri e gli ultimi anni

Il sodalizio con Petri ne definì e impose lo stile: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), dove il poliziotto che si macchia di un omicidio, al riparo dalla giustizia grazie al suo ruolo, venne tratteggiato con indimenticabile ambiguità da Volonté, come un fanatico che incanalava nel potere le repressioni sessuali e di classe; La classe operaia va in Paradiso (1971), in cui l’operaio massificato è caratterizzato da un’interpretazione volutamente gigionesca e caricaturale; e Todo Modo (1976), rappresentazione metafisica e grottesca della Dc, in cui l’attore incarnava un Aldo Moro non dichiarato, del quale evidenziava una natura quasi femminile, in cui invece di esplodere introiettava, o meglio, esplodeva introiettando.

Al trittico va aggiunta l’appendice Ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli (1970), originalissima ricostruzione a freddo con toni da contro-inchiesta, che utilizza gli strumenti della messa in scena per contestare le ipotesi formulate dalla polizia sulla fine di Pinelli. Un’occasione in cui la militanza e l’impegno di Volonté emersero ancora più netti.

Il rapporto tra i due si ruppe perché l’attore aveva un carattere difficile, sempre propenso allo scontro. “Sul set alle provocazioni Volonté non ha mai rinunciato, come se avesse bisogno di un po’ di tensione persecutoria per rendere meglio e di più”, ha detto Montaldo. Gianni Amelio, che lo diresse in un burrascoso Porte aperte (1990) nel quale Volonté minacciò più volte di abbandonare il film, sosteneva che la sua litigiosità gli venisse da una profonda insicurezza di fondo, anche relativamente al suo talento: “Si considerava un apprendista del suo mestiere, che pure conosceva alla perfezione. Ogni nuovo film era un’impresa che voleva affrontare da solo”.

Nell’età matura il suo stile divenne più misurato, teso a far emergere l’espressività dei silenzi e dei momenti di sospensione meditativa: ne è un esempio proprio Porte aperte, anche questo tratto da Sciascia, in cui l’attore è un giudice che, negli anni del fascismo, antepone gli interessi della legge alla voglia diffusa di giustizialismo.

Considerata l’unicità del suo stile, Volonté non ha lasciato eredi né fondato scuole. Dunque è difficile a vent’anni dalla morte misurarne eredità o insegnamenti. Morì molto simbolicamente sul set, quello del film di Theo Angelopoulos, Lo sguardo di Ulisse (1995), di cui girò solo poche scene: e già questo dice abbastanza di un attore eccezionale, di cui va riconosciuta la dedizione certosina e meticolosa al mestiere e la propensione al rischio e alla sperimentazione. Come quando a Carlo Lizzani chiese se non potesse interpretare lui la parte principale del suo nuovo film: che era su Mamma Ebe, la santona manipolatrice. Non se ne fece nulla, ma anche allora Volonté faceva sul serio. Come sempre.

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